Tutto quello che lasci andare

Tutto quello che lasci andare

Mi ricordo di questo sogno perché in realtà era una di quelle cose semipilotate che accadono nel dormiveglia. Dormi e ti rendi conto che stai sognando e che se apri gli occhi sparisce tutto. Allora non li apri e la pellicola continua a girare, solo che tu ora sei il regista e piano piano puoi intervenire.

C’erano due schieramenti a Piazza del Popolo, a Roma. Da una parte noi cittadini. Dall’altra le “guardie”. Noi bardati alla bell’è meglio, loro di tutto punto. In mezzo spazio vuoto. Io, mi stacco dal mio gruppo, nel silenzio irreale. Sono vestito in maniera ridicola, sembro una specie di Cavaliere dello zodiaco o di Power Rangers povero. Protezioni da football, casco da motociclista. Già questo sarebbe assurdo, io che mi trovo in una situazione del genere e nessuno che si muove. Nessun coglione che tira estintori da una parte e nessun coglione che sbava e smanganella dall’altra. Tutti fermi.

Comincio a parlare con quello che pare essere il capo delle “guardie”, gli dico una cosa semplice semplice. Uniamoci. Non combattiamo fra noi, andiamo a spaccare il culo a quelli che dovrebbero essere lo stato. A quelli che dovrebbero pensare a difenderci, sostenerci, aiutarci a crescere. Ovviamente la trattativa va male e si trasforma tutto in un’enorme battaglia sanguinolenta, che non è altro che un mio bisogno inconscio di menare le mani e di sfogarmi contro chi ci castra e si blinda. Appena me ne rendo conto, mi sveglio. Passo il resto della giornata a guardare il soffitto, dopo aver formulato a mezza bocca: “meglio lasciare andare”.

Meglio lasciare andare.
Pure in un sogno.

Questa cosa mi distrugge. E ritorna sempre. In tutto quello che faccio, e non penso di essere l’unico che arriva al momento in cui deve abbozzare. O perdi, o poco prima di vincere, devi lasciare andare lo stesso. Certo, c’è chi ce la fa, e il suo compito è farmi sentire una merda. Sei felice per lui, ma ti senti una merda. Ci provi anche, a volte, spronato dal suo successo, ma intanto c’è questo ronzio: “meglio lasciare andare”.

E lasci andare.
Succede.
A un certo punto manco te ne rendi più conto.

Potrei farcela, “ma meglio lasciare andare” o a fine mese mi pignorano la casa. Mi portano via l’auto, cose così. Passiamo a fare qualcos’altro, finché non dovrò lasciarlo andare. Poi ci ritorno magari. E non ci ritorni mai. Il più delle volte è paura di lasciarsi andare.

È che purtroppo bisogna lasciare andare. È un lavoro duro, difficile. Non è per tutti, lo so, ma va portato avanti. Qualcuno lo deve fare. Fatemi fare qualcosa, qualcosa che so far bene. Non ve ne pentirete. Lo faccio proprio bene.

Lasciarsi andare. Quello sarebbe il massimo. Con la ragazza che ti piace, ma che non ti senti in grado di far felice. O lasciarsi andare e finire quel romanzo che aspetta solo il tuo coraggio. Lasciarlo andare come si fa coi propri figli.
E invece tutto questo lasciare andare, che si accumula, che non dà tregua e in cui sguazzo, anche, si trasforma alla fine in un “ma lasciamo perdere”.

E ti chiedi: “come ci sono arrivato qua?”
Non è male come domanda, ci si può anche ripartire da domande simili.

Ormai “lasciare andare” è diventata una strada battuta. È come il sentiero che fai per andare a piedi a scuola. Scendi dall’autobus, un piede dietro l’altro, con le cuffiette che ti isolano e il freddo che punge guance e naso. Potrei farla ad occhi chiusi quella strada. Anche oggi.
La strada per non soffrire che ti porta alla sofferenza. Potrebbe essere un paradosso, ma invece è sensato, è solo un errore di valutazione iniziale. Vedi la sofferenza e ti fa pena, non hai il coraggio di soffocarla. La nutri, la coccoli. Ma poi la sofferenza cresce e diventa disperazione. E non voli più.
Come quel palloncino sgonfio. Come un aeroplanino di carta di quelli che ci illudevano da bambini.