(…hai già caricato tutto, rilassati, respira.)
Un po’ di novità
Tra una cosa e l’altra sono sparito quasi un mese, e dire che mi ero messo di buona lena a produrre post.
I post “personali” sono rari in queste terre, ma questa volta urge fornire spiegazioni.
Sono stato completamente assorbito dal lavoro, sono entrato talmente tanto in modalità webdesigner che mi sono rifatto addirittura il tema del blog. E ho messo – addirittura – online la nuova versione del mio portfolio web.
Dal fatto che ho linkato il mio portfolio, si può estrapolare un’altra decisione – storica – che è quella di fondere “flarin” con “Luca Turci“, che poi sono sempre io, quindi trovate anche il mio profilo facebook di lato e su twitter c’è anche il mio nome da un po’ di tempo.
Perciò non si scappa, ora tutti i villains sapranno la mia identità segreta. Sono nei guai, ma i vostri commenti, i vostri +1 e le vostre condivisioni potrebbero aiutarmi.
Tante cose che potevate non sapere, lo so, facciamo che vi devo un po’ di spazio nel cervello.
Niente di originale
Dimenticare. Non è facile quando succedono queste situazioni: le notiamo e poi scriviamo o diciamo in tanti: possiamo essere noi a farlo con degli amici o viceversa. Il titolo di un film e quello di un libro contengono quel nome, una nuova pubblicità di un prodotto ha proprio quel nome, tra i tanti possibili… e così via. Ok, ok, siamo d’accordo, ci facciamo caso solo perché in questi momenti siamo più recettivi verso queste situazioni… però poco fa stavo leggendo un racconto di Matheson e la protagonista aveva quello stesso nome. Nello stesso momento la tv era accesa e sopraggiungeva una canzone che mi piaceva ma di cui non ricordavo il titolo, ho attivato Soundhound per scoprirlo e il risultato naturalmente è stato ancora quel nome. E il testo ci sta pure abbastanza bene. Anche perché si fa di tutto per leggere delle sottotracce (o dei segnali positivi) ovunque e rendere tutto più poetico, malinconico e magico.
Quanto siamo stupidi.
Quella volta che partecipai alla corsa campestre
Quando ero alle medie, fu organizzata la corsa campestre: evento molto giapponese in cui le scuole selezionavano i più valenti atleti che venivano poi impiegati in una disfida fra scuole in un luogo inaccessibile, un’isola sperduta e dimenticata anche da iddio, indove solo i più resistenti sopravvivevano e potevano salvarsi e vincere. Vincere i restanti anni della propria vita.
No, non è vero, c’era poca gente che si iscriveva ed essere presi in considerazione era una passeggiata e poi si faceva in un campetto nella periferia romana, che vatti a ricordare adesso dov’era, ma che comunque aveva la pista d’atletica intorno, bruttina, ma c’era, e quindi correrci sopra era un po’ un sogno. E se c’era una cosa che mi piaceva da bambino, a parte dormire, era correre. Come potevo non partecipare?
Quindi mi iscrissi, e saltai giustificato due o tre giorni di scuola.
Agli allenamenti non andava malaccio, tra i maschietti nelle prove ero sempre uno dei primi due o tre, quindi arrivai là che mi sentivo forte e avevo con me un bagaglio impressionante di film dove tagliavo primo il traguardo in un exploit incredibile e tutti correvano ad abbracciarmi, la preside organizzava una festa in palestra in mio onore e io con la timidezza che scemava sempre più facevo un discorso pieno di parole stupide ma che lasciava tutti a bocca aperta e poi la mia ragazzina dai capelli rossi (che però erano biondi), si accorgeva definitivamente di me e mi prendeva in disparte e andavamo a fare delle cose nascosti in una qualche intercapedine dietro la palestra.
Quindi quando successe quello che successe, la presi ancora peggio di quanto dovessi.
Tanto per cominciare il nostro prof di educazione fisica mi costrinse a partecipare anche alla gara di salto in lungo perché si era rotto qualcuno. Io non avevo mai provato e glielo dissi e lui allora obiettò con un bel “ma salta e chissenefrega, su”. Ma come può non prendere sul serio una cosa così importante, mi chiedevo. Però saltai e battei il record di salto più corto della storia della manifestazione. Ci rimasi malissimo e la cosa mi deconcentrò un po’ dal mio obiettivo, ma poi mi ricordai di essere un giovane missile terra aria e decisi che mi sarei preso la mia rivincita contro il prof spaccando tutto nella corsa, il vero evento. Quello in cui noi super ometti dovevamo impegnarci davvero per avere un servizio d’apertura al tg delle venti.
Puntai allora il più forte della mia scuola, quello che secondo il prof era un valente atleta quello che “lui sì che mi dà soddisfazioni” e lo guardai torvo, e lui mi fece cenno con la mano come per dire “ma adesso che t’è preso, ti spacco la faccia?”. Bravo mettila sul piano fisico, pensavo massaggiandomi il collo e facendo finta di guardare in alto. Non sapeva che avrei sputato sangue per arrivargli davanti di solo mezzo millimetro e l’avrei umiliato proprio in quel campo.
Una cosa che non avevo preventivato era che c’erano centinaia di mocciosi di troppo. Sapevo che ci sarebbero stati tanti partecipanti, ma quelli erano un po’ troppi. Se ogni scuola aveva due o tre campioncini come la nostra, allora essendoci una decina di scuole, la posizione in cui arrivare per sentirsi soddisfatti era forse la decima. Tra i primi dieci non era male, sì… forse… e continuavo a farmi calcoli su calcoli. Questa cosa mi ingolfò un attimo il cervello alla partenza e partii con ritardo: il mio rivale era partito bene invece ed era già ai primi posti. Però non andava male affatto, la spinta di doverlo riprendere metteva cavalli nel mio motore e ogni ragazzino che superavo ne metteva altri ancora. Stavo volando. Ad un certo punto mi resi conto di essere veramente un giovane missile terra aria perché quelli della mia squadra tifavano tutti per me, pure il prof; ero ormai affiancato al mio rivale, che era stremato, aveva il viso rosso: lui non aveva questa mia fortuna di essere punito ogni martedì con dei giri di campo supplementari alla scuola calcio. Ma io sì. Ero fresco come una rosa e mentre lo superavo pensavo che se fossi partito meglio, magari avrei addirittura vinto. E invece eccomi ora, ecco la riga del traguardo… decimo, ci sono arrivato a questo decimo posto alla fine, pensa te. Ok, però adesso contegno, arrivo al traguardo e faccio pure la parte di quello che non è soddisfatto perché poteva dare di più. Passai la riga, presi a camminare in fase defaticante e strinsi il pugnetto, ma scuotendo la testa. Tutti continuavano a correre però. Il mio rivale mi passò senza battere ciglio.
Il traguardo era stato ridisegnato più avanti di qualche metro.
Appena me ne resi conto, ricordo che ci provai a ripartire ma senza convinzione: moriva ogni decimo di secondo di più; vedevo tutti arrivare al traguardo, poco più avanti e io ero fermo là, e solo, dopo tutta quella fatica inutile. Continuai a camminare e uscendo dal percorso scalciavo la terra con rabbia. Ci tenevo talmente tanto che, mentre mi facevo strada tra le gente intorno la pista, mi coprii gli occhi con la maglietta.
Quella volta che fui sbeffeggiato dal me stesso bambino
Era un giorno qualunque, vatti a ricordare adesso quale. Stavo parlando di lavoro con un amico mentre pranzavamo da Flunch, eravamo vicino alla finestra che dava sul passaggio del centro commerciale; il menù lo ricordo perché è impossibile da scordare quello: come primo un profitterol bianco, come secondo salmone e una bruschetta e come terzo una macedonia. E poi una pepsi che faceva le bolle di sapone. Come fai a dimenticarla una serie di accostamenti simile?
Comunque. Ero abbastanza infervorato, non so perché, mangiavo e mi agitavo e il mio amico che stava di fronte annuiva con condiscendenza mentre mangiava svogliato. Poi arrivò il me stesso bambino e ci bloccammo: ci fissavamo basiti mentre lui dall’altra parte della finestra faceva lo scemo. Un bambino sui 7-8 anni con un taglio di capelli alla beatles, un giacchettino verde e dei jeans e tutta la voglia di prendere due poveri bambini vecchi per i fondelli. Faceva le boccacce, faceva finta di arrampicarsi sugli specchi, di scendere le scale… faceva di tutto, di tutto, per farsi notare. Ma noi non abboccavamo. Quindi mentre il me stesso bambino faceva lo scemo, il mio amico parlava con il me stesso scemo di adesso e mi reggeva il gioco: nessuna attenzione e prima o poi se ne va.
Però dopo qualche minuto non ho resistito, mi sono voltato e ho fatto una faccia da deficiente.
La sua reazione mi ha fugato ogni dubbio: quello ero io, quel bambino ero veramente io. Perché senza esitare il me stesso bambino, non appena mi sono voltato, si è voltato a sua volta, si è messo una mano sul collo e se ne è andato facendo il vago come se l’avessi sorpreso a scaccolarsi. E io quando mi scaccolavo facevo sempre così. Quindi ero io, ma non capisco allora perché non ricordo di aver incontrato il me stesso scemo di adesso.
(Comunicazione di servizio: ho tolto i cuoricini dai post perché mi facevano lo schifo nei feed rss. Però ho sistemato i vari social e se volete potete cuorarmi su fb col tasto “mi piace”… c’è chi lo fa, giuro.)
…e poi restano a marcire nel fondo
Aspettiamo sempre questi momenti magici. Li immaginiamo, sogniamo, li pensiamo, li raccontiamo, ne scriviamo. Potremmo quasi soppesarli e tastarli con mano per quanto diventano familiari e tangibili. E ne capitano… oh se ce ne capitano. A certi individui incapaci di imparare dagli errori, e da riempire di schiaffi, ne capitano anche più di quanti se ne possa meritare. Ma quando arriva un momento magico, non ce l’aspettiamo perché siamo troppo presi ad aspettarlo, e, allora, appena capita sobbalziamo come colti in flagrante nell’atto di compiere chissà quale gravoso crimine, e in maniera molto stupida giriamo la testa a quel sorriso particolare dando così l’addio al nostro agognato inaspettato momento magico. Non c’è stato nemmeno il tempo di rendersene conto, ma è successo.
Pensiamo che quanto accade nel rifugio nella nostra testa sia molto meglio di quello che potrebbe capitare davvero, poi questi momenti magici invece ci passano davanti agli occhi per davvero, inequivocabili, in maniera anche fin troppo arrogante… esistono! E tutte le volte che si ripensa a questi momenti magici persi non resta che tirare su un angolo della bocca e chiudere gli occhi alla Clint, magari scuotendo anche la testa. E si rientra nella spirale: ormai è andata, non c’è niente da fare e pensare che poteva succedere che. Eccoli, ritornano nel rifugio sotto forma di spettri e poi…
Quella gatta non è normale #2
In questo periodo tutti i gatti della zona, della città, del paese, dell’Europa tutta, del mondo, e via così, sono arrapati fradici. E hanno deciso di bivaccare sotto la mia finestra. Soprattutto di notte.
Giulietta (drammatico che ora possieda un nome), ha deciso di fare base sulle mie scale e tutti i Romei del circondario vengono a corteggiarla; evidentemente deve essere una gattina molto bella e che rispetta i tutti i canoni di bellezza felina che possono attirare un maschio gatto nel pieno della sua potenza sessuale, ed effettivamente lo è, bella, posso assicurare, non da gatto ovviamente, ma da estimatore di sicuro. Per tutti i gatti qua intorno deve essere qualcosa tipo Elena di Troia, e la voce deve essersi sparsa ai quattro venti, perché altrimenti non si capisce tutto ‘sto casino del cavolo ogni notte, mattina, pomeriggio, sera, eccetera. Sì, è incredibile, ma io mi sto innervosendo per colpa dei gatti.
Di fianco le scale c’è un vecchio albero di limoni. Fa dei limoni enormi tra l’altro con una scorza alta tanto, ma questo non c’entra niente, e lei se ne sta là, seduta sul suo culetto, composta, a leccarsi le zampette e tutti i gatti se ne stanno invece là sotto, a litigare per lei. Stanno fermi in realtà, è un tacito accordo, una roba tipo: “il primo che si muove, gli andiamo tutti addosso, ok?”
La cosa buffa è che nonostante tutto questo prodigarsi, basta che io apra la porta e non appena lei mi vede, mi corre dietro e comincia tutta la tiritera dei suoi smiciolii snobbando tutti quei gatti che vogliono solo lei, tra cui il gatto di mia zia, per il quale io ovviamente parteggio: è un gatto simpatico, e anche abbastanza bello, certo forse ha la testa un po’ troppo grossa, ma è bello dài, e poi è un gran gatto: una volta è scomparso ottanta giorni precisi precisi, poi è tornato ed è saltato in braccio a mio cugino facendogli feste e festoni.

Giulietta (ahia.) comunque snobba lui, snobba il gattone biondo enorme dal pelo lungo e spazzolato (credo si faccia bello a posta) che sembra un grosso fricchettone imbranato, non gli piace quello nero e sofisticato col collarino chic che sembra uscito da via col vento, non gli piace quello uguale a lei, non gli piace quello che sembra Barbarbarba, il figlio di barbapapà nero e peloso e tanti altri. Non gliene piace manco uno insomma.
Gli piace solo strusciarsi addosso a me e smiciolare ripetutamente. Mi ricorda troppo la drammatica scena di Semola trasformato in scoiattolo da Merlino che dice alla scoiattolina: “io sono un ragazzo!” e lei non ci crede. Poi torna ragazzo e la scoiattolina piange disperata.
Io sono lusingato, lo ammetto, ma la faccenda comincia a diventare inquietante. Anche perché nessuno mi ha trasformato in gatto.
Quella gatta non è normale
È un po’ che io è una gatta abbiamo preso una strana abitudine. Per scendere nell’appartamento dei miei c’è una scala esterna. Tutte le volte che io scendo, specialmente di sera, so che con molta probabilità riceverò un agguato. La dinamica è questa: io scenderò le scale, guarderò alla mia sinistra verso la strada e comincerò a sentire smiciolare. Quindi mi vedrò questa cosetta cicciottella tigrata a righe grigie e nere che saltando il muro, saltando la ringhiera, saltando sul corrimano, nel giro di pochi secondi mi si appiccicherà con la testa addosso facendo partire il disco delle fusa, come se fossi il suo padrone.
Non è concepibile ‘sta cosa.
Non le ho mai dato da mangiare. Ok, le ho fatto qualche carezza e a volte ci ho parlato un po’ quand’era cucciola e bazzicava intorno casa, ma niente di più. E questa continua, quasi tutte le sere da un annetto – se non due -, appena sente scattare la serratura, corre, salta, salta, struscia e smiciola. Dopo un po’, entro nella veranda, faccio scorrere il vetro e lei resta là fuori, composta, e mi guarda: educatissima e con dedizione come solo le micette sanno fare.
M’è successa una cosa bellissima!
- Ragazzi, ragazzi! M’è successa una cosa bellissima!
- Racconta!
- Ok. Arrivo alla stazione e c’è una macchinetta vecchia come la mia, stesso modello, però rossa.
- Sì.
- Allora, io parcheggio la mia scatoletta nera, là vicino. La parcheggio stando bene attento che siano messe praticamente nello steso modo.
- A-ha, sì.
- Stessa vicinanza del paraurti al muro, ruote inclinate nello stesso modo…
- A-ha, capito.
- Ci sto attento parecchio insomma. Chiaro no?
- Sì.
- Poi, scendo e m’allontano. Quindi mi giro e…
- Ti giri e…
- E me le squadro. Perfette. Due macchinette vecchie, una nera, scassata, vissuta, ma ancora giovanile, grintosa. L’altra rossa, vecchiotta pure lei, ma più delicata nella sua forma di modello base, che aspettava tranquilla… stanno là, ferme, in silenzio, che guardano i binari… si sono trovate, isolate da tutto e tutti… e … e… mmh…
- …
- Mh… e niente, tutto qua.
- …
- Effettivamente ho enfatizzato tutto troppo.
First breath after coma
Sono le sei del mattino e un ragazzo si sveglia sulla panchina di legno di un piccolo parco.
Il viso è immerso in una sciarpa, la testa è coperta dal cappuccio, le mani sono nelle tasche, si è addormentato seduto, chissà quando, con le gambe distese. Un gatto sta giocando coi lacci delle sue scarpe da ginnastica bucate. La prima cosa che vede questo ragazzo, appena sveglio è proprio questa: questo gatto grigio e nero che tira le sue stringhe con tutto l’impegno che può metterci al mondo. È una cosa importante questa del tirare le stringhe. Va fatta e con tutta la dedizione e l’accortezza del caso. E poi è divertente. Il ragazzo sorride e nel farlo uno sbuffo gli esce dal naso e il gatto, allora, prima lo guarda, poi scappa intimorito a qualche metro, e poi continua a fissarlo. Anche il ragazzo continua a fissarlo, ma non si muove: fa troppo freddo, è troppo stanco, troppo indolenzito. Sente che se si alzasse i crampi e i dolori muscolari e delle giunture lo potrebbero investire come un camion senza freni lanciato giù per una discesa. Però fa anche troppo freddo, serve calore, occorre camminare qua; alzarsi, è l’unica. Il ragazzo si fa coraggio e si sporge in avanti, sempre mani in tasca, il cappuccio cade all’indietro: compiendo questa serie di movimenti induce il suo amico gatto a prendere la decisione che è proprio il caso di andarsene. Il ragazzo è un po’ dispiaciuto della cosa, ma va bene così, tanto non avrebbero potuto approfondire ancora meglio la loro conoscenza. Sente che il corpo impreca contro di lui in vari modi, alza lo sguardo, la luce bianca del cielo gli ferisce gli occhi assonnati pieni di sabbia, un brivido percorre la schiena. Preme un pulsante in tasca e parte First breath after coma. Ne ascolta un minuto, poi facendo forza sulle sole gambe, si alza, tira fuori le mani dalle tasche, arcua la schiena più che può, si stiracchia e si dirige verso un bar a pochi metri. Caffè, serve anche quello ora. Soprattutto quello.
Storia di una piantina
Tutto ebbe inizio in quinta elementare.
Sin dall’asilo, passando per le elementari, le medie e un pezzo di superiori, io, salvo rari sbandamenti, sono stato cotto e stracotto di una sola e unica ragazzina. In quarta elementare uno dei miei più cari amichetti, ebbe la geniale idea, verso gli ultimi giorni di scuola di dire davanti alla maestra e tutti i compagnetti che avevo questa cotta per lei. Lei che non era proprio schifata, secondo me (una volta venne a pranzo a casa mia e alle nostre mamme disse che le piacevo! E poi ci fu quell’altra volta che mi piantò una matita nella schiena…) presa in contropiede, sistemando le – pericolosissime – matite colorate nell’astuccio, disse: “mi spiace, ma sono innamorata di un altro”. Fu il primo di tanti e tanti due di picche.
*pezzo di violino triste, c’è un bimbo che cammina con le mani in tasca nella pioggia*
Comunque, in quinta elementare, ero depresso fradicio (già dalle elementari quindi, credo sia qualcosa di genetico) perché per me i compagnetti erano come fratelli, le compagnette come sorelle e la maestra, beh, una seconda mamma o giù di lì… una zia và. E perdevo pure il mio amichetto, a cui avrei preso quella faccia da culo sorridente e l’avrei passata sul muro fino a consumarla come una gomma usata. E poi finita la quinta, perdevo pure lei.
Me ne ero praticamente fatto una ragione di tutti questi perdi questo e perdi quello, quando lei ebbe la bella idea di regalarmi un vasetto con dentro una piantina. Non ricordo perché avevamo ‘ste piantine in classe, comunque le avevamo e lei mi venne vicino, entrò nella mia nuvoletta grigia di depressione, mi porse la piantina e disse: “mi raccomando, questa la affido a te.”
Ero al settimo cielo. Tornai a casa strusciando la guancia sul vasetto, accarezzando la piantina tutto gongolante e la innaffiai subito. La controllavo sempre, la controllai tutta l’estate. E questa piantina sembrava immortale, a volte prese a curarla mia madre, quando non ero a casa e tutte queste cose qua da bambino impegnato che va in giro a giocare a pallone e a saltare i fossi in bicicletta. Cioè, non è che potevo sempre stare dietro a questa piantina e poi la cotta m’era – abbastanza – passata. Qualche anno dopo ebbi lo shock. Quella, non era la piantina che mi diede lei. La piantina che mi affidò… quella piantina… morì a tempo di record, un paio di giorni dopo. Mia madre l’aveva sostituita, o ne era cresciuta dentro un’altra e quella era morta e stramorta, non ricordo bene come fosse andata. So solo che era morta. E stramorta.
Comunque, dopo quella non vollì più piantine (a parte rari casi)… le poche volte che provai a prendermi cura di qualcosa di vegetale moriva. I miei mi affidarono i vasi e il giardino un paio di volte. Tabula rasa. Mi regalarono un bonsai. Morto secco. Tabula rasa. Gli spinaci nel piatto? Tabula rasa. Tabula rasa, per ogni pianta o vegetale che io toccavo, guardavo o a cui, semplicemente, passavo vicino. Poi… poi… ieri… Ieri, c’era questa pianta in cucina… forse mi avevano detto di darle l’acqua, ma non ricordo. Credo che il mio cervello si spenga appena sento dire “pianta”.
[...]
Dicevamo? Ah… la verità è che non mi chiedono più di curare le piante quando vanno via, perché tanto sanno che è meglio che provino a campare per conto loro. E’ una triste realtà, ma ormai ci convivo da anni. Beh, ieri… passavo vicino a questa pianta. Ricordavo che aveva delle belle foglie verdi con lo stelo forte che s’innalzava verso il cielo… e però, appunto ricordavo. Perché queste foglie erano adesso giallognole e gli steli (credo si chiamino così, ma ora mi suona male) tutti afflosciati. E io che ho fatto? Gli ho versato due bicchieri d’acqua e me ne sono andato a letto. E la pianta che ha fatto? La pianta stasera s’era ripresa! E io mangiavo la mia ciotola di insalata, simmenthal e mais (voglia di cucinare zero oggi) e ogni tanto sbirciavo la tv, e ogni tanto la pianta coi suoi steli verdoni, dritti e forti e non potevo trattenermi dal sorridere e scuotere la testa. Brava pianta, brava.




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