treno

Notturno inquieto

La prima volta che lo vidi, ero in metrò, da solo. Il mio era l’ultimo vagone. La luce andava e veniva, ma l’intermittenza non mi dava fastidio; ero stanco, volevo solo riposare e appena entrato mi lasciai andare sullo schienale. Faceva freddo, ero bagnato sin dentro le scarpe per via della corsa sotto la pioggia – gentile ricordo di una pozzanghera mimetizzata nell’asfalto lucido – e dovevo prepararmi ad un’altra corsa. Dovevo sbrigarmi, perché se non fossi arrivato subito in stazione, avrei perso l’ultimo treno per il paese. Faceva freddo, avevo i brividi, ma il sangue mi si gelò solo quando lo vidi. Non m’ero accorto che fosse entrato nel vagone e a dir la verità, ne ero sicuro, quando ero entrato io non c’era nessuno.
Se ne stava lì, parte del buio quando la luce se ne andava. Era appoggiato alla parete in fondo al vagone, in piedi, mani in tasca, vestiva di jeans, ed anche lui era completamente zuppo. Il giacchetto corto e aperto conteneva a stento una felpa bluastra il cui cappuccio sbucava e copriva non solo la testa, ma anche la parte superiore del viso… non potevo vederne gli occhi, metà bocca e dei lunghi capelli neri, rendevano il volto ancora più inaccessibile a un’analisi più attenta. Sembrava comunque giovane, molto giovane. E mi guardava. Era inequivocabile, la testa era inclinata verso di me. Quando me ne accorsi a stento non sussultai, deciso a non dar troppo a vedere che mi metteva a disagio. Mancavano ancora tre fermate alla mia e scendere adesso mi sembrava esagerato. Forse cambiar vagone non era però un’idea così pessima, ma non volevo dare l’impressione che lo cambiassi proprio per via di quella figura oscura, che magari non voleva nulla da me… non mi piaceva dargli l’impressione di aver paura. Però ne avevo e alla fine non resistendo, mi alzai, simulando tutta la tranquillità che potevo e mi diressi con disinvoltura verso il vagone successivo. A metà di questo, feci finta di guardare il nome delle fermate, in alto, sulla porta. E con la coda dell’occhio lo vidi ancora. Lo vidi che avanzava, mani in tasca, cappuccio sul volto. Senza tenersi alle sbarre, camminava a passi lenti verso di me. Continuai a camminare a mia volta, il cuore aveva accelerato il suo solito lavoro, lo potevo ben avvertire adesso. Avevo paura, una paura a stento controllabile. Ero ora a due vagoni da quello di partenza e qua trovai della gente la cui presenza mi rassicurò un po’. Guardai indietro e l’uomo era sulla porta dell’ultimo vagone, sulla soglia, e guardava, ancora, inequivocabilmente, verso di me. Ma per qualche ragione non si muoveva. Dovevo avere una faccia veramente spaventata, perché ad un certo punto una voce femminile alle mie spalle mi chiese: “va tutto bene?”
Riconobbi la ragazza. Non la conoscevo in realtà, ma l’avevo già notata e anzi, l’avevo più che notata. Un paio di volte c’erano stati degli scambi di sguardi, piuttosto espliciti, da parte di entrambi ma questa era la prima volta che ci rivolgevamo la parola. Balbettai un sì senza fissarla troppo in viso. Poi tornai a guardare alle mie spalle e vidi che l’uomo stava camminando verso di me, era uscito dall’ultimo vagone.
“Cosa stai guardando?”, chiese ancora lei e si scorse per vedere oltre le mie spalle. Non le diedi tempo però e appena le porte si aprirono le dissi “scusami” e scivolai fuori  mischiandomi tra la folla sulla banchina. Mi voltai di scatto, e mentre camminavo all’indietro verso le scale, quasi per inerzia, guardai i vagoni e notai che l’uomo incappucciato, non era in nessuno degli ultimi tre. E neanche in quello dopo mi pareva di scorgerlo. Mi fermai, cercai la ragazza e ci scambiammo uno sguardo che non voleva dire niente, proprio niente, ma ce lo scambiammo. Il treno partì. Poi tornai in me e presi a guardarmi intorno: era sceso? dov’era? Se era sceso meglio, mi ero comportato proprio da verme a fuggire così, poteva essere un pazzo e avevo pensato solo a me. Però, se era sceso dovevo stare attento e sbrigarmi ad arrivare in stazione, dove magari avrei trovato un custode, una guardia… qualcuno. E comunque dovevo sbrigarmi in ogni caso se non volevo restare in stazione tutta la notte. Percorsi frettolosamente il tragitto tra la metropolitana e la stazione del treno, sia per paura, sia perché mancavano due minuti alla partenza. Se lo perdevo, non avevo con me nemmeno i soldi per un taxi e il cellulare era scarico. Non c’era nessuno in stazione, nemmeno in biglietteria e saltai su mentre le porte si chiudevano. Mi appoggiai con la spalla alla sbarra di fronte, avevo l’affanno per la corsa e il freddo. Il treno era al buio e quando la luce tornò, mi voltai alla mia destra e mi resi conto che non ero solo. Lui stava in fondo, in piedi, mani in tasca, schiena aderente alla parete e mi guardava da sotto cappuccio e capelli. Alzò il mento verso di me e a mezza bocca, sorrise, soddisfatto.

Eh, il senso di responsabilità. Che due palle.

Vi potrei raccontare del 23 aprile magari. Massì. Però mi sa che mi dilungherò quindi dividerò la cosa in due post, questo episodio si intitola: Il vecchietto dove lo metto?

Prendo il treno con un ritardo micidiale, salgo e un vecchio mi chiede se quello va a Primaporta. Io rispondo chessì che ci va e lui mi si siede di fronte e comincia a guardare ovunque, spaesato. Si alza, lascia la borsa sul sedile e comincia a gironzolare sulla banchina. Il problema è che il treno parte ogni 5 minuti e così mi comincia a prendere l’ansia che ‘sto vecchio rimanga là e lasci la borsa sul vagone. Già m’immagino che al capolinea mi toccherà portarla a qualcuno e far avvisare… Ma immagino anche che non sia facile che questo la richieda, mi pare troppo spaesato… Quindi SO che se il treno partirà io potrei essere capace di scendere la fermata dopo e tornare indietro per riportargliela.
Vecchio… salì su ‘sto cazzo di vagone, comincio a pensare. Ok, ho capito, facciamo che mi alzo, gliela porto e gli spiego come funza qua. Perdo il treno ma pazienza. Ma mentre sto per agire comincia l’evento che sconvolge la giornata degli ignari abitanti della stazione.
Il vecchio si avvicina ad una colonna, si sente uno zip immaginario attutito dai vetri del vagone e questo si mette nella classica postura di chi piscia allegramente nel bosco. ‘Namo bene. Cosa succede quindi? Succede che il macchinista o non so cosa sia, ma comunque un tizio in camicia celeste e vestito da macchinista, un ragazzetto similscamarcio, comincia ad urlare: "aho, ma che staffa’? Ah vecchio fermate. Chiamate il custode, prestooo… di corsaaa!".
Eeeeh… Addirittura… Penso. E che sarà mai per due fili di pipì? Se scriveva sul muro chiamavi la swat? Il vecchio comunque rientra nel vagone e si siede come nulla fosse accaduto. A breve, nel giro di pochi secondi, entra il custode con fare da lottatore di wrestling che ha l’intervista che precede la serata dell’incontro per il titolo contro Hulk Hogan.
–br–
"Signore."
Il vecchio sta zitto e guarda alla sua destra.
"SIGNORE."
Idem come sopra, io distolgo lo sguardo dal libro e mi concedo un mezzo sorriso tra la tenerezza e la beffa. Cioè, mi fanno ridere tutti e due, non tifo per nessuno. Ma entra il ragazzetto similscamarcio e guarda il vecchietto ridendo invece proprio da stronzo e là provo un po’ di schifo e glielo faccio proprio capire. Lui se ne va, che è meglio. Potevo ucciderlo e lo sa benissimo e… no è una cazzata e lo sappiamo tutti, ha solo capito che stava facendo il coglione e se n’è andato. Comunque, il custode continua a chiamare il vecchietto che alla fine si gira trasalendo.
"Eh! che c’è?"
"signore, ma si rende conto?"
"Di cosa?"
"Come di cosa!? Signore, ha fatto pipì sul muro, ma le pare una cosa civile?"
"Ahh… ma quello… ma no, non mi è uscita non si preoccupi!"
"…"
Il custode si gira verso di me, allarga le braccia e io dico: "vabbe dai…" e lui: "massì, ma che gli devo dire a ‘sto vecchio, ma poraccio… " E se ne va borbottando, ma si vede che in verità è un pezzo di pane.
Comunque, stiamo per arrivare a Primaporta e penso che sia meglio avvisarlo, mi sporgo in avanti e faccio: "signore, la prossima è Primaporta."
Dall’altra estremità del vagone un altro vecchio urla: "SI."
Rimango un po’ perplesso ma senza girarmi continuo: "signore, la prossima è Primaporta."
Dall’altra estremità del vagone l’altro vecchio urla: "SII."
Faccio finta di niente, mi sporgo un po’ di più e ci riprovo: "signore, la prossima è Primaporta."
Dall’altra estremità del vagone l’altro vecchio urla esasperato, quasi incazzandosi: "SIIIII."
Ma fortunatamente il vecchio principale del nostro racconto finalmente mi sente e mi fa: "Cosa c’è? Scusa ma non ti sento bene."
L’altro vecchio capisce la gaffe che ha fatto e si ammutolisce, io chiedo: "non doveva scendere a Primaporta?"
"No a Roma", fa lui.
A parte che Primaporta E’ Roma e a parte che anche da dove siamo partiti E’ Roma, sospiro e faccio: " ma precisamente dove deve scendere?"
Il vecchio con allegria da scampagnata: "A Roma!"
"Primaporta E’ Roma", dico seraficamente.
"Ah, ma è l’ultima fermata? Di già?"
"No… ma aspetti, lei deve scendere al capolinea quindi?"
"…Ma è Roma?"
"…"
Respiro profondamente e tutto d’un fiato: "Sì è Roma."
"E allora sì!", il vecchietto è sempre più allegro. A me vorticano un po’ i coglioni, ma poi mi viene da ridere… m’ha contagiato. Ormai è sotto la mia protezione e guai a chi me lo tocca. Quindi ad ogni fermata lui mi guarda, io alzo gli occhi dal libro e gli faccio cenno di no, che non siamo arrivati, con la testa. All’ultima fermata mi alzo, ovviamente, e a lui si illuminano gli occhi: "siamo arrivati??"
"Sì" e gli sorrido infilando Saltatempo nello zaino. Lui mi tende la mano felice, quasi con gli occhi lucidi e mi fa: "Grazie… grazie infinite."
Sono un po’ titubante, ma la stringo ugualmente e scendo. Dopo un po’, camminando, mi guardo la mano e comincio a pensare all’accaduto… Ma dove doveva andare ‘sto cavolo di vecchio… Ma sarà arrivato poi… Ma più che altro spero vivamente che non abbia pisciato per davvero su quella colonna. 

Sono troppo pigro per tirarlo fuori

Scendo dal treno e piove. Senti come piove. Madonna come piove! Senti come viene giù–uhhh! Certo, volendo potevo farla più breve la citazione. E comunque grandinava. Ma vabbe, andiamo avanti che c’ho sonno… Dicevo, stavo sul treno e scendo; grandina che dio la manda. Si dice così, non so cosa mandi, mai capito… penso proprio la grandine. Faccio per tirar su il cappuccio, dato che non ho assolutamente voglia di tirar fuori dallo zaino l’ombrello; questo mi cade troppo in avanti, guardavo in basso e boh, non so come mai e insomma… stonf. Sbatto addosso ad una ragazza che stava in attesa che spiovesse sull’uscio della stazione. Che puta (puta? sarà mica spagnolo?) caso avevo "notato" sul treno. Teatro ormai di almeno trentasei colpi di fulmine giornalieri. Che ci vogliamo fare? Sono un po’ fessacchiotto. Proseguiamo va… Le chiedo scusa, le sorrido, m’incappuccio (niente di allusivo) e sono l’unico fesso che esce sotto la grandine. Ma che poi era più neve ghiacciata mi sa. Mentre penso a quanto sono coglione (evoluzione del precedente termine "fessacchiotto"), sento: ciaf ciaf. Lei si sporge per guardami in viso e sorridendomi e gesticolando con l’ombrello mi fa: "lo vuoi un passaggio?"
Finisco di sentire le campane a messa in giorno di festa e senza pensarci più del dovuto: "volentieri, perché no? Grazie!".
Facciamo la strada insieme fino al parcheggio e con naturalezza dico: "Ma sai, in verità ce l’ho l’ombrello, ma sono troppo pigro per tirarlo fuori…"
Che se vogliamo questo pure è allusivo e infatti fra me e me mi dico: "ma che che cazzo dici? Sei troppo pigro per tirarlo fuori? A-ha… ma allora si spiega tutto". Stizzito, dico a me stesso di farmi i cazzi miei. Tutto questo in due decimi di secondo nei quali calcolo anche tre modi differenti di salvare la terra dallo scioglimento dei ghiacci (uno dei quali risolve anche il problema delle risorse energetiche) e anche uno per salvare il soldato Ryan. Il problema è che me li sono dimenticati. Mentre io penso a ‘ste cazzate, lei fa: "eh, in verità anche io sono pigra, non avevo la minima voglia di incamminarmi sotto la pioggia (E’ grandine penso io, al massimo neve ghiacciata), ma sai, beh ecco…" Una roba così insomma. Insomma. Insomma, avete capito pure voi no? Poi si ferma: "…uh, io vado di là". E mi guarda. Io mi fermo: "…e io di là". E la guardo. Momenti d’imbarazzo, un grazie-beh-alloraciao semistrascicato da entrambi, condito con un semisorriso falso che sottointendeva "ma sei un coglione?", "eh, sì che vogliamo farci?" e quindi io vado di là e lei di là, ma sono due di là diversi. Ricordo che salendo le scale mi sono mangiato lo zaino e mi ricordo i sei uno stronzo, vaffanculo di lud_wing, su richiesta telefonica. Grazie lud_wing che nei momenti di bisogno ci sei sempre.
Una persona sana di mente, avrebbe detto:
"Beh, io comunque mi chiamo pinco pallino, prendi sempre questo di treno?"
"Beh, io comunque mi chiamo pinco pallino… un caffè?"
"Beh, io comunque mi chiamo pinco pallino… magari ci rivediamo? Vorrei sdebitarmi (…)"
"Beh, io comunque mi chiamo pinco pallino… dobbiamo assolutamente rifarlo."
"Beh, io comunque mi chiamo pinco pallino… No, dai, scherzo mi chiamo Luca."
Mannò… io invece, essendo alternativo, sono voluto entrare nella storia con: "sono troppo pigro per tirarlo fuori".

Baby, oh yeah.

Colui che scrive qua.
Nel blog, non il verso della papera.

Se ti va scrivimi, non mordo. Bau!facebooki cazzacci miei!La mia libreriaLa polvere che mi resta addosso quando leggoLa mia musicail totale dei cazzacci miei più il vostro!qualche foto

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