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Una ricetta estiva
Qualche notte fa ho sognato che bussava alla mia finestra, io aprivo, e lei era lì, scura in volto, che piangeva come una fontana. Le prendevo la mano, la tiravo a me e facevamo un sacco di sesso, anzi, forse facevamo proprio l’amore… devo essere onesto? facevamo l’amore.
Ingredienti per fare l’amore
1000 gr. di zucchero
7 tazze di latte
cioccolata in polvere a proprio gusto
un pizzico di caffè
peperoncino
due uova, da sbattere bene: anche il bianco
un pacchetto di abbracci (da sbriciolare)
pelle
mani
respiri caldi
sesso, anzi, sessi, possibilmente due o più
Mescolare a piacere.
Devo salvare mio fratello
Nel sogno di stanotte, ero poco più che adolescente e mio fratello era un bambino. Mio fratello tra moto, auto, biciclette e "tricicoli" ci ha fatto spesso correre tra ospedali e affini. Due/tre volte s’è "spaccato" pure la testa (e qua si spiegano taaaante cose, almeno riguardo lui) e forse è stata questa reminescenza, affiorata chissà perché, la base che ha scatenato il tutto…
Non ne so il motivo, ma mi ritrovo in una specie di accampamento di sfollati e mia nonna è seduta su una sedia e si lamenta di tutto e tutti e soprattutto con me perché non la sto ad ascoltare e non le credo. Io effettivamente non la sto ad ascoltare (e non le credo) perché sono completamente assorto a guardare un particolare dell’orecchio di mio fratello che per l’occasione è ritornato ad essere un bimbo scrocchiazzeppi in canotta che gioca con una paletta e una carriola di plastica. La cosa che mi inquieta, ma manco più di quanto dovrebbe, è che sull’orecchio, inciso sul lobo col tipo di incavo che lascerebbe il buco dell’orecchino, c’è scritto… "il milan è l’unica cosa in cui devo credere".
Ora.
A mio fratello del calcio non gliene può sbattere di meno. Ha avuto un breve trascorso juventino, ma non sapeva nemmeno di che colore fossero le maglie, per dire, e ora è diventato simpatizzante romanista perché i suoi amici lo sono e gli fa troppo ridere Totti. Ma perché il Milan? Mi stranisce tantissimo quella scritta, che tra l’altro sembra fresca perché evidenziata di rosso sangue… chi gliel’ha fatta? Perché? Con cosa posso ammazzarlo ‘sto bastardo? E… mentre rifletto sulla cosa, mia nonna mi tampina con le lamentele e io le faccio cenno di aspettare e le dico "ma non lo vedi cosa ha sull’orecchio tuo nipote?", e lei continua a sbattersene, io m’incazzo di brutto e cominciamo a discutere; poi mi volto e mio fratello sta facendo una cosa terribile. Si sta staccando da solo pezzi di pelle e carne dalla testa tirandosi lentamente i capelli. Ha la testa completamente smozzicata e gli si vede affiorare in qualche punto la calotta cranica. E mentre lo fa mi guarda e ride. Resto a bocca aperta, mi volto verso mia nonna e lei continua a inveirmi contro e questo non fa che lasciarmi ancora più basito e scosso: ma sono tutti matti? Ma che sta succendendo qua? Capisco che è un incubo in quel momento, ma che non posso svegliarmi perché devo risolvere l’enigma o succederà tutto per davvero. E’ la strana logica che si ha nei sogni. Faccio qualche passo indietro, mi guardo alle spalle e mi ritrovo su una spiaggia e sulla riva c’è una culla rovesciata di lato che guarda verso l’orizzonte e da cui ne fuoriesce una canna da pesca il cui amo si perde nell’acqua. La cosa dovrebbe inquietarmi ancora di più, ma invece sento una sensazione familiare; lentamente mi calmo, mi sento rasserenato e penso "finalmente sono tornato qui, ora ho capito tutto. Esci fuori". E dall’acqua nel punto dove si perde la lenza, emerge un bagliore luminoso che manco il sole può eguagliare, e la sagoma interna, grande poco più di un pallone, è proprio come quella del sole, ma vagamente umana e mi dice: "stai tranquillo, riuscirai a risolvere tutto, ora torna indietro però". E io rispondo: "sapevo che eri tu, ma per parlarmi dovevi creare tutte queste immagini assurde?"
Non aspetto risposte, mi volto e l’accampamento di sfollati è scomparso. Mentre mi volto però, noto che io e la sagoma-sole non siamo gli unici presenti sulla spiaggia. C’è un muro fatto di blocchetti di tufo alla mia destra e qua appoggiato c’è… non so bene cosa sia, è il tronco di una persona, ma sembra un misto tra un manichino e una marionetta giapponese. Levita, ha un viso vagamente femminile, i capelli lunghi e neri ed è coperto di stracci… e posso capire che è solo il busto perché dagli strappi del vestito si vede il muro. E poi perché comincia a venirmi lentamente incontro e la veste gli si poggia sulla base del tronco rivelandomi l’assenza di gambe. Non mi scompongo minimamente, mi viene incontro alzando lentamente la mano e istintivamente, anche io alzo la mia. E ce la stringiamo. Sento, nel sonno, inequivocabile, la sensazione tattile della plastica. La mezza marionetta sembra sorridere, inclina la testa su un lato e intanto sento un urlo… "noooooo", mi volto e la sagoma-sole e praticamente impazzita e vola sbattendo sul pelo dell’acqua… "non dovevi darle la mano, non dovevi… perché l’hai fatto! Noooo…"
Guardo la mezza marionetta e i suoi occhi sono completamente dilatati di pazzia, inclina il volto dall’altra parte e vengo investito da un bagliore che manco in star trek o lost… E quindi mi sveglio. Occhi completamente sbarrati, cuore a duemila… ma la cosa che più mi lascia perplesso, e non è la prima volta, è che riprendo a respirare sbuffando e lo sbuffo sembra un "no" strascicato carico di paura ma anche un po’ fantozziano. Gonfiate le guance e provate a farlo.
Scene bonus
Scendo dal treno.
Vedo nero.
Mi si blocca il respiro, la salivazione. Devo vomitare.
Vedo nero.
Nero.
Nero nero.
Mi appoggio ad una colonna, mi lascio scivolare. Sento la spalla graffiarsi, sento l’aria mancare,
vedo nero.
Non c’è più niente, c’è il nero,
il nero assoluto.
Attraverso la strada, ho le cuffiette. Sto ascoltando The bends. Ho attraversato la strada.
Era rosso.
Rosso.
L’omino era rosso.
Sono in terra. Mi porto la mano davanti agli occhi.
Vedo rosso.
Rosso.
Rosso rosso.
Una ragazza scende dalla macchina, disperata, il volto contratto, lacrime scendono e non se ne rende conto. Le manca il respiro. Soffre. Soffre da morirne.
Sorrido, sono felice.
Le passo una cuffietta.
Nice dream, nice dream, nice dream…
Poi è troppo tardi, ma il sorriso resta.
E le lacrime. Le lacrime, le lacrime anche restano.
Scendo dal treno.
Vedo nero, ma proseguo.
Mi si blocca il respiro, ma proseguo.
La salivazione, ma proseguo.
Devo vomitare. Vomito. Ma proseguo.
Vedo nero.
Nero.
Nero nero.
Una fitta al cuore, gli occhi vogliono uscire.
Mi fermo. M’accascio. La folla intorno.
La telecamera mi punta dall’alto. Guardo su, zoommata che arretra.
Arretra.
Arretra. Ancora.
E ancora.
Sparisce la stazione,
sparisce la città,
sparisce la nazione,
sparisce il pianeta.
Sparisce la telecamera.
Sparisco.
Non c’è più niente, c’è il nero,
il nero assoluto.
Attraverso la strada, ho le cuffiette. Le pile si scaricano. Mi fermo a cambiarle.
Fatto. Cambiate.
Guardo il semaforo, l’omino è verde. Passo.
Mi dirigo verso una gelateria dall’insegna verde. Entro.
Mi siedo a un tavolino. E’ verde.
Guardo il paesaggio. E’ verde.
Mangio il gelato, non so che gusto sia. E’ buono. E’ verde.
Mi toccano alla spalla.
Una ragazza, con le guance rigate dalle lacrime si siede.
Ha una maglietta strana. E’ verde.
Mi porge una bevanda. La sorseggio, E’ buona. E’ verde.
Sorrido, sono felice.
Le passo una cuffietta.
Nice dream, nice dream, nice dream…
Poi, il sole s’abbassa, è tardi, è troppo tardi. Ma il sorriso resta.
E le lacrime. Le lacrime, le lacrime anche restano.
Ci alziamo. Dobbiamo prendere il treno.
Centri commerciali
Gli zii mi dicono di andare al nuovo centro commerciale, che conoscono il direttore e sicuramente ha qualcosa per me. Non capisco cosa intendano, ma ci vado. Sono lì dentro e comincio a girare.
"C’è qualcosa per me qua?"
"No", mi fanno. E cambio negozio.
"C’è qualcosa per me?"
"…no!" E cambio negozio.
"C’è qualcosa per me?"
"no…" E via così.
Giusto il tempo di fare amicizia con un tizio che incontro spesso fuori dei locali e ogni volta mi chiede sorridendo: "c’era qualcosa per te?"
Mi fa simpatia e gli rispondo sempre che dicono che no, che non c’è.
Scendo nel parcheggio, sto per arrivare alla macchina e c’è il tizio che mi sorride. E’ in compagnia di un gruppetto di persone. Tutte simpatiche e vestite stile Canto di Natale di Dickens. Cerco di vedere se qualcuno porta con sé un tacchino, ma no.
"Forse noi abbiamo qualcosa per te".
Annuisco.
Li seguo, usciamo a piedi dal parcheggio del centro commerciale, immenso, e entriamo in una stradina che si stringe sempre di più, mangiata da rovi e cemento ai lati. La stradina comincia ad arrampicarsi e a fine scalata ci ritroviamo di fronte un altro centro commerciale. Microscopico.
"Qua c’è qualcosa per me?"
Varie teste annuiscono.
Entro dentro ed è tutto così… desolante. Ballatoi che danno sul vuoto. Mi scorgo adagiandomi col petto sulla balaustra gialla. In basso il terreno è sterrato, qua e là qualche ruspetta allo stato brado, montagnole di terra che riposano, molazze che masticano svogliate il loro pasto di calce e sabbia…
Il tizio simpatico si sporge al mio fianco.
"Mi spiace, ma qua non credo che ci sia niente per me", gli sorrido e sollevandomi, mi stringo nelle spalle. Mi imita e ci stringiamo pure le mani. Poi le stringo ad un simpatico vecchietto barbuto che somiglia a Paolo Villaggio, poi ad una signora para para alla McGranitt di Harry Potter, poi… eccetera eccetera. Solo una figura resta in disparte, dietro tutte le persone che mano a mano mi si parano di fronte: una ragazza che conosco, perché sono consapevole di sognare spesso, ma che non ho mai incontrato. Mi guarda imbarazzata, vorrebbe salutarmi, ma fa per andarsene, divento rosso come un peperone e pure io faccio per andarmene. Però, insomma, voleva salutarmi pure lei, e pure io… cacchio ho salutato tutti, adesso lei non la saluto?! Mi faccio coraggio e mi avvicino, ma lei si è già voltata e alla fine mi ritrovo praticamente a correrle dietro e tutto diventa buio.
Riesco a raggiungerla, le metto una mano sulla spalla, lei si volta, io allargo le braccia (e faccio un sorriso da ebete che manco so come descrivere) per abbracciarla, ma lei invece capisce male e si sporge per baciarmi e alla fine ci ritroviamo in una posizione ridicola e non facciamo nessuna delle due cose.
"Ho qualcosa per te", mi fa. Glissa, che brava.
"…", non dico niente, ma penso che sia il momento in cui il sogno diventerà porno.
Invece si rovista nella giacca a vento e tira fuori da una tasca laterale un’enorme lettera ripiena di chissà cosa e tempestata di bozzi e di cuoricini disegnati a matita. E c’è anche il mio nome sopra.
La guardo perplesso e dico: "io però non ho niente per te… non me l’aspettavo, non è giusto, ecco".
"Sicuro?"
Cerco nel giaccone e ho una lettera pure io.
"Che dici le apriamo?" le chiedo senza il minimo stupore.
"Ok!"
Poi mi sono reso conto che il telefono squillava e sono sobbalzato in piedi.
Il sentiero delle spighe di grano
Il capitano mi ha detto di tenerla d’occhio. A me. Con questo elmetto troppo grande e questi capelli davanti agli occhi. Non so perché mi permettano di tenere i capelli così lunghi, ma tant’è. Il capitano ha detto proprio a me di tenerla d’occhio: a me, con questa giubba strappata, senza bottoni… Sì insomma, proprio a me… con la magliettina nera fuori dei pantaloni e i pantaloni che state visualizzando mentalmente che sono proprio bucati. Anche sulle chiappe. Mi spiace. Ragazzi siamo in guerra… mi spiace… meno male che sotto indosso dei mutandoni marroni enormi, in compenso. Mi ha detto di tenerla d’occhio e io lo faccio, senza inutili domande, perché al capitano io e i miei commilitoni dobbiamo tutto. Mettiti in viaggio, mi fa, e tienila d’occhio. Ma che scherzi? Io lo faccio… lo faccio chessì. Proteggila, promettilo. Lo prometto chessì, ripeto serio e quasi offeso, ma che scherziamo? Mi mette una mano sulla spalla e mi sorride. E io vado, fuciletto in spalla, piccolo soldatino contento, perché l’ha chiesto proprio a me. Il capitano si fida di me.
Le spighe di grano ci circondano. Lei cammina sul ciglio sinistro della strada, io su quello destro. Silenzio, nessuno dei due parla. Ogni tanto noto che mi guarda, dopo un po’ di volte non resisto e mi volto anche io… e non capisco chi sia, non l’ho mai vista in vita mia. Sopracciglio alzato, mi squadra, mi scruta, mi soppesa… poi mi sorride e mi sento rinfrancato. Finalmente l’ho ritrovata, mi viene da pensare. Ma ripeto, non so chi sia. Continuiamo a camminare, mi sveglio e dopo due settimane di sogni strani non muoio né io né lei; nemmeno un piccolo coma o una gamba rotta. Il capitano stavolta ha fatto bene! Sono stato bravissimo: ho svolto impeccabilmente il mio compito. Ne sono lieto.






