(…hai già caricato tutto, rilassati, respira.)
Il piccolo re del regno che non c’è
Questo piccolo re viveva nel suo palazzo dalle alte e lisce pareti bianche. Il pavimento era in grano o forse era solo di quel colore e c’era una porta, una bella porta in legno di alberi marroni (perché presto imparerete che non ne esistono solo di quel colore e quindi sarebbe bene che cominciaste a chiamarli così…) che lo difendeva dagli attacchi esterni. Lui chiudeva la porta e i suoi sudditi erano al sicuro e potevano così parlare liberamente e divertirsi assieme. I suoi sudditi erano suoi sudditi perché nascevano là: o sul pavimento di grano o sul tavolino di nuvole bianche (forse invece saprete che le nuvole sono di diversi colori, questo perché potete vederlo anche voi mi sa) e decidevano che fosse così. Se qualcuno apriva la porta in legno di alberi marroni loro sparivano; e non appena il re riusciva a risolvere la situazione, sconfiggendo lo stregone nero, la strega cattiva o il drago di turno e a sigillarla nuovamente, si dedicava anima e corpo al loro ritrovamento. Nonostante passassero gli anni, lui non li dimenticava. Mai. Li accudiva, li aiutava a realizzare i loro sogni e a imbarcarsi nelle loro avventure. Aiutava pure i cattivi… sì sì. I suoi sudditi erano così grati per quanto si affannava per la sopravvivenza del suo popolo che promisero che sarebbe stato sempre il loro re e non l’avrebbero mai abbandonato.
E questa promessa fu mantenuta per molto tempo.
[Il racconto è terminato nel commento numero 22]
La scia rossa
Dal diario di bordo del capitano Globulo Coriçin.
"Non siamo ancora riusciti a capirne bene la dinamica. E’ stato come se tutto il pianeta fosse dapprima collassato su se stesso; come se dovesse implodere. Poi, d’un tratto, si sono formate le prime crepe e c’è stata invece l’esplosione.
Fortunatamente eravamo già preparati. I nostri scienziati erano anni che progettavano il piano di fuga e così, eccoci qua, a bordo delle aeronavi… diretti chissà dove. Ma… [...]
Il nostro pianeta ci manca molto. Moltissimo. Era un luogo stupendo. Ora non ne resta altro che una scia di pezzettini rossi. [...]

Voglio che i miei figli crescano là. Era un posto bellissimo, pieno di speranza e di emozioni. Lo giuro su quanto ho di più caro al mondo: lo ricostruiremo. Un modo per ricostruirlo lo troveremo. Senz’altro. Lo giuro.

Rinascerà il nostro amato pianeta Cuore."
Da quanto ne sappiamo oggi, il nostro popolo riuscì nell’intento. Il pianeta ha sofferto ancora crisi simili e la causa è ancora sconosciuta. Ma finché ne avremo facoltà, e possibilità, anche in onore del capitano Coriçin noi continueremo a ricostruirlo. Sempre. E a tornarvi.
Il pupazzetto triste (e pensieroso)

Come tutti i pupazzetti tristi (e pensierosi) che si rispettino passava il tempo seduto con la schiena appoggiata ad un muro, un albero, una roccia (bella grossa però) o qualcosa di più grande di lui. Che comunque era grande come una mela, quindi era facile trovare quel qualcosa.
I suoi hobby erano chiudere gli occhi, respirare e sospirare.

Un giorno, al pupazzetto triste (e pensieroso), capitò di scorgere in lontananza una figura.
Osservò meglio e vide che era una bambolina di pezza. E notò anche che, questa bambolina di pezza, sollevandosi sulle punte dei piedini più che poteva, cercava di afferrare la Luna. Ma anche lei era alta come una mela e così non ci arrivava. Ma non poteva arrivarci, non era possibile farlo ovviamente. Nemmeno se fosse stata più alta di una mela, chessò, nemmeno se fosse stata alta come un… melone!
Ma lei provava. E provava.

Quel giorno, il pupazzetto triste (e pensieroso), sorrise.
Cammino
Cammino.
Testa bassa sul selciato grigio. Un passo dietro l’altro verso la meta. Una meta che non c’è. Una meta mai fissata in verità. Ma il punto è che cammino. Così, tanto per fare. Mani in tasca, giocano coi fili delle cuciture interne dei pantaloni presi al mercato. Ci farò un buco in fondo e dovrò comprarne altri. Ma pazienza, adesso va così. Adesso va bene così.
Mi fermo. Al mio lato destro, ad appena venti centimetri circa, un muro. Cade a pezzi. Alla mia sinistra, signore e signori… Un altro muro. Anch’esso a venti centimetri. E anch’esso cade a pezzi. Ma guarda un po’. Così uguali, così vicini, ma non si toccheranno mai.
Di fronte a me selciato, poi più avanti selciato e più avanti ancora… boh? Selciato, deduco. La nebbia copre tutto; c’è talmente tanta nebbia laggiù che la tagli con un tonno. O com’era. Stringo gli occhi. Mi sembra che i muri là si tocchino. Ma penso sia una cazzata ottica. Pardonemua, si dice illusione ottica. Sempre mani in tasca, con le gambe che danno ancora in avanti, ruoto di un tot di gradi – non mi va di calcolare quanti – il tronco e guardo indietro. Selciato, poi selciato e più giù… mi sembra eh… selciato. Sì, selciato. Poi la nebbia.
Poi…–br–
Poi, qualcosa si muove. C’è una feritoia là in fondo, nel muro a destra, piccola, dritta, stretta, nera. Io non mi muovo invece e cerco di focalizzare. Pure nella feritoia c’è qualcosa, sembra una fiammella. Una fiammella azzurrognola che si muove. Preciso a me stesso.
L’occhio mi saetta a sinistra. Poco più avanti, nell’altro muro, altra feritoia, piccola, dritta, stretta, nera. E altra fiammella. Mi giro e mi guardo le scarpe, sono slacciate cazzarola. Mi abbasso lentamente e mentre mi abbasso qualcosa mi sfiora la fronte. Alzo lo sguardo e c’è una mano davanti ai miei occhi. Una mano evanescente, azzurrognola. Una mano attaccata ad un braccio lunghissimo ed esile. E questa mano proviene da una feritoia a destra, alta, dritta, stretta, nera. E là dentro, in quell’antro buio, là dentro ci sono due lucine vacue e bianche che mi fissano. La mano si agita e cerca di prendermi, ma così accucciato non può. Non ci arriva. Gnè gnè gnè non c’arrivi, penso.
E mentre penso, con la coda dell’occhio vedo qualcos’altro muoversi a sinistra. Mi giro, rotolo verso destra e finisco seduto in terra, schiena al muro. Di fronte a me un’altra mano evanescente e azzurrognola, attaccata ad un altro braccio esile, che proviene da un’altra feritoia alta, stretta e bla bla bla. L’importante è che anche questa feritoia è nera e anche dentro questo nero sono immerse due lucine vacue e bianche. Che mi bramano.
Guardo in su, inclinando il collo quanto basta e puntellandomi sui palmi aperti. L’altra mano mica è sparita. Fa a gara con quella che ho di fronte e da cui sono scappato. Ma tanto non c’arrivate. Gnè gnè gnè.
Poi, guardo a destra e vedo che i muri sono pieni di quelle feritoie nere. Guardo a sinistra ed è uguale. E da ogni feritoia due di quelle lucine, che deduco appartenere ad uno stesso essere, cercano di afferrarmi con il loro braccio esile e azzurrognolo.
Io non fumo, ma decido che sia il momento giusto per una sigaretta. Dalla tasca tiro fuori un pacchetto, dal pacchetto una sigaretta. A fianco c’è pure l’accendino. Porto la sigaretta stropicciata tipo quelle di Jigen alle labbra e l’accendo coprendo la fiamma.
Andate a fanculo, penso. Io resto qua, voi smazzatevi pure per afferrarmi. Tanto le porte non ci sono, non potete scendere. E io non posso salire.
Sarebbe troppo facile, vero?
Aspiro. Tossisco. E vaffanculo pure alla sigaretta. Forse la scena veniva meglio se tiravo fuori un i-pod.
la bella statuina
Dicevo: c’era questo omino.
Un giorno questo omino, camminando camminando, trova una statuetta di cristallo in terra. L’omino la raccoglie delicatamente con un panno pulito, senza toccarla con le mani, quasi per rispetto reverenziale. Comincia a spolverarla e lustrarla e sempre camminando camminando se la porta fischiettando a casa. L’omino è felice, è davvero una bella statuina; lui è povero e quella statuetta lo fa sentire tanto ricco. Ma tanto tanto ricco, come mai lo è stato.
E’ solo una statuina di cristallo, una bella statuina per carità, e di nobile fattura e pregio. Ma lui è felice. Tanto felice e decide di metterla nella mensola più grande e luminosa della sua casa. Toglie tutto da questa mensola. Tutto quanto.
Passa il tempo.
L’omino che s’era sempre limitato a rimirarla e a spolverarla con un panno, prova a toccare la statuina e solo sfiorandola con un dito questa s’incrina.
Va nel panico più totale. L’omino sente il sangue fluire veloce nelle sue tempie.
Si fa coraggio e ci riprova. Un’altra crepa.
Passa il tempo.
L’omino adesso se ne sta seduto in un angolo della casa, pensieroso, e guarda la statuina baciata da un raggio di sole.




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