racconti

Pagina 2 di 712345...Ultima »

miao miao miao miao miao

non c’è non è che mi ha abbandonato anche lui adesso miao come faccio se mi ha abbandonato anche lui adesso miao non so dovrei andare ancora in giro e sperare che qualcuno mi dà crocchette miao mi piacciono crocchette sono buone crocchette miao ma se lui non c’è io cosa faccio adesso miao forse dovrei andare a prendere a lui una lucertola così poi lui mi vuole più bene miao no no no lo aspetto qua miao mi metto qua dove si siede lui e lo aspetto miao certo certo è l’unica cosa da fare miao io aspetto lui torna e crocchette tante crocchette miao mi piacciono crocchette ecco arriva quando c’è il rumore strano e  luci davanti muretto lui arriva miao ferma grosso animale nero che dorme quasi sempre davanti muretto poi lui scende e mi dà crocchette miao che bello ora io salto sul muretto e aspetto a lui miao sì che bello è lui miao aspetto miao ora salto sul grosso animale nero che dorme quasi sempre e lui sta fermo là un po’ miao io allora gli do le zuccatine lui mi fa coccole poi entra e mi dà crocchette miao che bello crocchette miao miao miao miao miao e infatti croc purr purr purr

Scale mobili

Sei lì nel tuo dolce e confortevole antro buio che cammini verso l’uscita. Tutto assonnato stai per andare a chiuderti in un altro antro buio. Arrivi alla scala mobile, posi la tua mano sul corrimano, che va sempre di corsa: non si sa dove deve andare cosi di corsa questo corrimano, ma perché non si rilassa un po’? Ti ha sempre irritato questo atteggiamento del corrimano.

Pensi a questo mentre un raggio di sole affiora sempre più prepotente; è tanto insistente al punto che decidi di alzare verso l’alto i tuoi occhi assonnati. E vedi così una sagoma incompleta che già ti piace, scendere giù, verso di te, siete separati solo da un basso corrimano. La sagoma passa la parte di soffitto perfettamente parallela al pavimento e puoi ora vederla tutta: nell’insieme, vedi un altro viso assonnato, vedi i suoi occhi: la sua anima. Ti trapassa al centro del petto come il tocco di un fantasma. Ti piace quel che vedi, e senti, e che ti ha tolto la voce, e per un attimo pensi che sarebbe il caso di fermare le scale, o saltare il corrimano, o fare qualche altra pazzia, ma la scala arriva su, ti fermi un attimo, qualcuno ti spinge da dietro, ti chiede scusa. Allora ti fai da parte e te ne vai. In fondo, nell’antro buio, la sagoma pure ha esitato un attimo, forse. Non è detto, non puoi vederla ma tu che ne sai? Puoi saperlo? Perché non dovrebbe essere così? La vita è piena di scale mobili e di angoli da girare, che potresti fare anche al contrario se solo ti andasse, ma questo lo sai bene e io non voglio stare qua a tediarti ora.
Puoi girare l’angolo adesso, anche io devo.

Pennarello rosso #03 e #04

[penultima e ultima parte, continua da qui]

Socchiusi gli occhi che manco Clint Eastwood e la guardai, poi feci un passetto indietro e le feci capire che stavo fuggendo di nuovo. Mi venne anche in mente quel film… quello con Di caprio e Tom Hanks. Prova a prendermi, dài, giochiamo? Era l’unica cosa da fare, veramente. L’unica.
Lei strinse gli occhi a sua volta – le veniva da ridere però – e fece un passetto avanti. Funzionava.
Quindi provai con un secondo passo, ma stavolta posando la mano sulla tracolla e voltandomi. Era evidente che stavo per filare via come un siluro. Lei fece un altro passo. A quel punto mi venne da pensare che volesse uccidermi. O adescarmi, farmi girare l’angolo e  farmi accoppare dai suo complici, che mi avrebbero preso un rene e organi vari a caso per venderli o mi avrebbero usato come sacrificio umano per una messa satanica e altre cose così. Se ne sentono tante, di cose così: “ragazza buffa e boccolosa con una maglietta a righe adesca un ragazzo e se lo mangiano”. È tipico. Un po’ mi si gelò il sangue, ma ero anche perfettamente consapevole di essere stupido, e mi pare d’averlo sottolineato a più riprese, ma è meglio ribadire a volte. Feci allora un terzo passo, anche se meno divertito dalla situazione quindi in maniera affrettata mi diressi verso una libreria, piuttosto grossa, dove per altro ero stato fino a pochi minuti prima di ritrovarmi a  giocare a un-due-tre stella con quella ragazza. Quella buffa ragazza. (Ma anche carina.)
Mi voltai due volte per vedere cosa facesse, lei mi seguiva e faceva finta in maniera più che teatrale di guardarsi attorno quando la fissavo, mimando i miei modi furtivi in maniera esagerata. Mi prendeva in giro ed era ancora più buffa, tanto più buffa che mi decisi di “farle la grazia” e con una specie di sbuffo le sorrisi. Finché non mi soffermai meglio sulla cosa: mi stava prendendo in giro. In realtà quella ragazza non aveva niente da fare, aveva trovato l’imbecille di turno e si stava divertendo alle sue spalle. E cioè, alle mie. O, molto più plausibilmente, era matta come un cavallo e fuggita, lei sì per davvero, da una casa di cura. Tornai subito serio e mi infilai nella libreria, pensai un “bah” e ci misi una croce sopra. Ma figuriamoci! Una ragazza così buffa (e carina). Che mi segue. Mi saluta. Mi sorride. Con intenzioni serie.

*

Decisi di guardare i cd già che c’ero, tanto ero rimasto un po’ col dubbio sull’acquisto di un paio di album, forse era questo che voleva il destino in realtà: dovevo entrare di nuovo per quei cd.
Camminavo con entrambi tra le mani, li giravo e rigiravo, come  se qualcosa potesse essere comparso da una parte mentre guardavo quell’altra, o come se qualcuno avesse potuto scriverci altre informazioni utili di nascosto.
Non mi ero accorto che, qualcun altro, invece, tramava alle mie spalle. Qualcuno di molto buffo mi aveva infilato in testa delle cuffie: un cantante neomelodico napoletano mi stava riversando i suoi lamenti e pianti nelle orecchie con una base techno tutta unz-tunz. Era troppo tardi ormai, ne avevo sentiti almeno dieci secondi. Il qualcuno di molto buffo era ovviamente la ragazza, che potevo vedere di fronte a me che se la rideva di gusto, quasi alle lacrime. Dovevo avere una faccia allucinata, quasi spaventata e vabbe, ma insomma, che c’era da ridere così tanto? Era una cosa molto crudele da fare quella, da brutte persone. Però volevo ugualmente sentire la sua risata.
Con disgusto allontanai le cuffie e feci per passargliele, lei tirò fuori la lingua e col dito indice mimò che preferiva vomitare, se possibile. Annuii sorridendo e insomma, c’era poco da fare, stavamo facendo amicizia in maniera molto strana, ma la stavamo facendo. Allungai la mano per presentarmi, lei me la prese e mi tirò dietro a sé. Percorremmo il piano e arrivammo nel reparto dei film, dove stavano proiettando Alice nel paese delle meraviglie.
Il Bianconiglio stava saltellando proprio in quel momento con l’orologio in mano. Quindi scappò. Era troppo, e sempre  in quel momento mi resi conto che doveva essere un sogno.

Quello fu poi anche il momento in cui per la prima volta mi parlò nel linguaggio dei segni.
Ma non potevo capirla ancora e ne fui visibilmente mortificato. Lei allora, con pazienza e serenità dovute all’abitudine, socchiuse gli occhi, quasi brava come me e Clint, ma meno perché anche stavolta le veniva da ridere, mi prese il braccio e tenendomi il polso con la sinistra tirò fuori il suo pennarello rosso e scrisse: “…certo che sei proprio buffo, tu!”
Pensai che avrebbe potuto scrivere anche un po’ di meno, avevo il braccio completamente invaso d’inchiostro, ma comunque le presi il braccio a mia volta e vendicandomi ci scrissi sopra “…da che pulpito!”
Era l’unica cosa da farsi, veramente.

Pennarello rosso #02

[continua da qui]

Salivo sull’autobus meccanicamente, a passi lenti, e intanto ero sempre meno convinto di avere tante cose da fare. Una volta sopra la guardai senza problemi e per bene, anche perché a testa bassa era intenta a premere i pulsanti del suo preziosissimo lettore mp3. Aveva più o meno la mia età, forse era più piccola, capelli corti, biondi e boccolosi come non se ne vedevano dai tempi dei cartoni animati anni ’80. Aveva una magliettina a righe rosse e bianche, una gonnellina nero seppia e delle scarpe di tela beige.
All’improvviso mi resi conto tramite il segnale rosso di calore ai lati del mio collo che saliva verso l’alto, che la bilancia più che sul buffa pendeva sul carina. Decisi in due decimi di secondo di scendere e lo feci, quindi quello che vide l’autista fu questo: io che salivo dalla porta davanti, lentamente, come sul patibolo, mi fermavo un attimo e poi affrettando il passo scendevo infine dalla porta dietro. Siccome a quella fermata ero salito solo io, non so cosa avesse potuto pensare, ma credo di immaginarlo. Comunque una volta sceso, mi ritrovavo proprio di fronte alla sua panchina, e proprio mentre la ragazza aveva finito le manovre col suo cosetto sputamusica. Era seduta composta in una maniera quasi da cerimonia, le ginocchia che si toccavano e le mani sulle ginocchia. Mi sorrise. Alzando la mano senza esitare, di scatto e tutta felice, mi salutò addirittura. Io allora, ovviamente, decisi di continuare con il mio ruolo di stupido e quindi con una bravura impressionante, da attore consumato che un giorno forse mi sarebbe valsa l’oscar, mi guardai il polso, feci una smorfia con le labbra e mi battei una mano sulla fronte dando a intendere “macche idiota ah ah, ma io non porto un orologio!” e feci capire che era tardi semplicemente alzando gli occhi e posando una mano sulla mia borsa a tracolla. E fuggendo, ovviamente. Il bianconiglio se ne va Alice, deve fare delle cose. Tante cose.

Fuggii per una cinquantina di metri e a passi ampi, poi sempre meno, poi ancora meno, poi mi fermai. Incrociai le braccia, mi portai una mano al volto e mi ripulii il viso sporco di gelato invisibile premendo con forza. Quindi rimanendo con la mano in quella posizione, abbassai la testa e appoggiai il gomito all’altro braccio che portai al petto. E fermo così sul marciapiede, mentre la gente intorno mi sfiorava, mi chiesi molto semplicemente: “ma che cazzo…?”
Pensai di tornare indietro, ma mi accorsi subito, sussultando, che non serviva, perché la ragazza era a due metri da me che mi osservava accigliata. Ok, avevamo rotto il ghiaccio, s’era creato un legame ed era evidente, quindi decisi di giocarmela come ormai solo potevo fare: da stupido.

[continua]

Pennarello rosso #01

Me ne stavo seduto tranquillo per i fatti miei con un libro in mano, sulla solita panchina di legno, aspettando che arrivasse l’autobus, quando arrivò questa buffissima ragazza dai capelli corti. Aveva sul viso un’aria grave, uno sguardo perso in chissà cosa, e quel tipo di occhi che guardano lontano. Era palesemente soprappensiero. Forse trasportata dalle note che le solleticavano le orecchie tramite le cuffiette si era dimenticata di dov’era – non a casa sua o non in un locale per esempio – e tenendosi con la mano sul palo giallo della fermata prese a girarci intorno come una bambina. A volte dandosi slancio, altre fermandosi e abbracciandolo di ritorno. Quando si fermava si capiva che stava pensando a qualcosa, qualcosa di importante o di semplicemente alienante. Non credo fosse nulla di serio perché se una persona pensa a qualcosa di serio, di sicuro non si mette a fare i girotondi come i bambini.

Fu quello il giorno che la notai mentre con un pennarello rosso scriveva qualcosa sul palo giallo, storto e sporco del cartello della fermata. Quando ebbe finito la sua piccola opera si allontanò incurante, e si sedette sulla panchina a sinistra adiacente alla mia; prima però mi guardò un attimo e mi sembrò sorridere, ma un po’ per timidezza e un po’ per educazione e un po’ per stupidità, me ne tornai di scatto e bruscamente alle mie pagine. C’era da finire un libro, non da sorridere alle ragazze buffe, eh.
Insomma, andando a limare era solo per stupidità.

L’autobus arrivò e alzando gli occhi dal libro non potevo non soffermarmi sulle gambe scoperte della buffa ragazza che oltre che buffa, mi stavo rendendo sempre più conto che era anche carina. Non ce la feci a guardarla in viso nuovamente, mi alzai e mi diressi verso il bordo del marciapiede… dove c’era da prendere questo autobus a tutti i costi. Era un’azione impellente, dovevo proprio prenderlo, avevo da fare delle cose. Tante cose. (Niente insomma.)
Mentre aspettavo che si fermasse e aprisse le porte, però, feci finta di appoggiarmi sul palo giallo e mi guardai sotto le suole, guarda caso avevo calpestato qualcosa, e nel frattempo sbirciavo la scritta.
Sul palo, c’era scritto: “…ops!!”
Sottolineato due volte.
E di fianco c’erano anche due punti e una P. Che nel linguaggio dei malati di internet, di cui ero un sano rappresentante, era una linguaccia.
Una linguaccia del tipo simpatico per capirci, di quelle che dicono “ehi, mi hai beccato a fare una cosa stupida! Però mi sei simpatico, facciamo amicizia?”
Per lo meno secondo me era di quel tipo, o, per lo meno, io ci leggevo quello.

[continua]

Ghiaccio d’estate

C’è questa landa sconfinata, d’un bianco accecante, di fronte a me.
Mi sono perso, e percorro una strada che posso riconoscere solo da pochi indizi. Sembra che qualcuno abbia rattoppato male qua e là e un po’ di tessuto d’asfalto ogni tanto affiora. Mi sono perso, e le scorte scarseggiano, fuori fa freddo, un freddo secco e incurante. Lavora piano piano, ma lavora e quando ha fatto il suo dovere è troppo tardi per accorgersene. Ricordo che un paio di volte mi ha quasi fregato, ho fatto appena in tempo a rientrare nel veicolo e prima che la temperatura si decidesse a risalire a un livello adeguato ce n’è voluto.
C’è un sacco in tela color cappuccino dietro, sul sedile posteriore: in realtà è praticamente vuoto. E dentro questo sacco sgonfio e accasciato stancamente vi sono riposte delle lettere. Sulle lettere c’è scritto al posto del mittente il mio nome. Quindi parrebbe proprio che le abbia scritte io. Perché infatti non me lo ricordo: ne ho letta anche qualcuna, credo, perché alcune sono aperte e devo averle aperte per forza io, perché sul coltello che ho nel cruscotto ho trovato dei rimasugli, briciole  di carta, e gli strappi sulle buste corrispondono. In questo momento mi chiedo anche se questo veicolo sia mio. A giudicare dai documenti sì, sempre che questo sia il mio nome. Forse mi avevano rubato il veicolo e sono andato a riprenderlo: questo spiegherebbe perché non ricordo di aver aperto le lettere, e di averle lette, ossia perché non l’ho fatto veramente io, ma io non ricordo nemmeno questo, non ricordo che me le abbiano rubate, che abbiano rubato il veicolo, che io lo abbia ripreso. Da dove sono partito. Dov’ero prima di partire. E non ricordo di averle scritte. E a chi, lo dimentico sempre, dimentico sempre anche questo. Però ogni giorno ne trovo qualcuna in più e anche quelle aperte aumentano. C’è solo questa distesa bianca davanti, la nebbia densa mi viene incontro a blocchi, come un fantasma, e il vento sporco di neve sbatte sul vetro.

Once

Una volta, avrò avuto sedici o diciassette anni, dovevo raggiungere un amico e mi chiese la cortesia di portargli la chitarra. Me la misi sulle spalle e feci il viaggio in treno. Con una chitarra in mano ti guardano tutti sorridendo, o curiosi: è bello, ti fa sentire bene. Arrivato in stazione, mentre mi guardavo attorno una coppia di anziani mi fermò e mi chiese: perché non ci suoni qualcosa?
Ma io non sapevo suonare, e per dio quanto mi sarebbe piaciuto in quel momento saperlo fare… mi congedai imbarazzato più del dovuto, loro si fecero una risata e il vecchio dandomi una pacca sulla spalla mi disse: tranquillo, hai sempre tempo per imparare.
E aveva ragione, io ci provai, e riprovai, ma non ci riuscii mai. Ci ho provato quattro o cinque volte nel corso degli anni, ma la musica non fa proprio per me credo.

Suonare è lasciarsi andare e io non riesco, sto sempre a pensare a tutti i passi da fare, devo avere il controllo di ogni mia azione e così mi ostacolo. Vado troppo veloce e quindi rimango fermo.

Qualche giorno fa ho visto finalmente Once, ce l’avevo in lista da quando è uscito: avrei voluto andarlo a vedere anche al cinema, ma a quei tempi il cinema era una battaglia. E se posso dare un consiglio a chi non riesce mai ad andare al cinema per rinvii altrui o mancanza di affinità con chi ha intorno, se potessi, beh, gli direi, vai da solo. È una gran esperienza e se intorno non hai gente stupida ti fa prendere anche qualche punto carisma. Dopo un po’ di volte che vai da solo e ne parli, prova a riproporre e vedrai che succede.

Once

Comunque ho visto Once, è un film che passa tranquillo, leggero, un film che rinfranca lo spirito come se d’inverno qualcuno ti porgesse una sacrosanta bevanda calda al rientro a casa sotto un acquazzone scrosciante. C’è qualcosa di meglio? C’è una sensazione migliore da poter provare?

Forse sì, ma…  ok, magari è un discorso troppo idealizzante… ma io credo, o mi piace credere più che altro, che ci sia una sensazione migliore unica per ogni situazione e Once quella sera ha aperto il canale recettivo giusto con la sua colonna sonora che ha lavorato bene.

Per quanto riguarda la chitarra dopo quell’episodio della stazione ne comprai una. Ogni tanto l’ho provata, come scritto, ma è sempre stata riposta nel suo fodero. Spesso dopo la rottura di una corda. Adesso non credo di ricordare nemmeno come si impugna e in teoria sarebbe uno di quei giorni in cui dovrei comprare una corda, rimetterla, vedermi magari qualche videotutorial su youtube e provare. L’idea di poter creare una melodia su cui poi riversare parole mi affascina e sempre mi affascinerà, ma credo che ognuno di noi, dopo un po’, sappia quali sono le cose alla propria portata e quali no. È rimasta questa voglia, serena, con questo lieve retrogusto di malinconia, di canticchiare mentre lavoro, o scrivo, di mugolare melodie inventate, consapevole di essere al mio posto, consapevole di dare il “massimo” in una cosa in fondo banale. Servono anche questi sogni da affogare che ritornano, a volte.

Quella gatta non è normale #2

In questo periodo tutti i gatti della zona, della città, del paese, dell’Europa tutta, del mondo, e via così, sono arrapati fradici. E hanno deciso di bivaccare sotto la mia finestra. Soprattutto di notte.

Giulietta (drammatico che ora possieda un nome), ha deciso di fare base sulle mie scale e tutti i Romei del circondario vengono a corteggiarla; evidentemente deve essere una gattina molto bella e che rispetta i tutti i canoni di bellezza felina che possono attirare un maschio gatto nel pieno della sua potenza sessuale, ed effettivamente lo è, bella, posso assicurare, non da gatto ovviamente, ma da estimatore di sicuro. Per tutti i gatti qua intorno deve essere qualcosa tipo Elena di Troia, e la voce deve essersi sparsa ai quattro venti, perché altrimenti non si capisce tutto ‘sto casino del cavolo ogni notte, mattina, pomeriggio, sera, eccetera. Sì, è incredibile, ma io mi sto innervosendo per colpa dei gatti.

Di fianco le scale c’è un vecchio albero di limoni. Fa dei limoni enormi tra l’altro con una scorza alta tanto, ma questo non c’entra niente, e lei se ne sta là, seduta sul suo culetto, composta, a leccarsi le zampette e tutti i gatti se ne stanno invece là sotto, a litigare per lei. Stanno fermi in realtà, è un tacito accordo, una roba tipo: “il primo che si muove, gli andiamo tutti addosso, ok?”
La cosa buffa è che nonostante tutto questo prodigarsi, basta che io apra la porta e non appena lei mi vede, mi corre dietro e comincia tutta la tiritera dei suoi smiciolii snobbando tutti quei gatti che vogliono solo lei, tra cui il gatto di mia zia, per il quale io ovviamente parteggio: è un gatto simpatico, e anche abbastanza bello, certo forse ha la testa un po’ troppo grossa, ma è bello dài, e poi è un gran gatto: una volta è scomparso ottanta giorni precisi precisi, poi è tornato ed è saltato in braccio a mio cugino facendogli feste e festoni.

Semola e la scoiattolina in una drammatica sequenza, La spada nella Roccia (1963, Walt Dysney)

Giulietta (ahia.) comunque snobba lui, snobba il gattone biondo enorme dal pelo lungo e spazzolato (credo si faccia bello a posta) che sembra un grosso fricchettone imbranato, non gli piace quello nero e sofisticato col collarino chic che sembra uscito da via col vento, non gli piace quello uguale a lei, non gli piace quello che sembra Barbarbarba, il figlio di barbapapà nero e peloso  e tanti altri. Non gliene piace manco uno insomma.

Gli piace solo strusciarsi addosso a me e smiciolare ripetutamente. Mi ricorda troppo la drammatica scena di Semola trasformato in scoiattolo da Merlino che dice alla scoiattolina: “io sono un ragazzo!” e lei non ci crede. Poi torna ragazzo e la scoiattolina piange disperata.
Io sono lusingato, lo ammetto, ma la faccenda comincia a diventare inquietante. Anche perché nessuno mi ha trasformato in gatto.

Sogno di una sciarpa di mezza estate

Quest’estate ho sognato una sciarpa. Per la precisione la mia sciarpa. La sciarpa che io dovrei possedere per completare il me stesso invernale di adesso. Per capirci io cinque  anni fa non avrei potuto, e dovuto, mettere una sciarpa simile, sarei stato ridicolo, non sarei stato capito, sarei stato anche un po’ meno figo (un buon 10%) anche se so che è  abbastanza assurdo crederlo, in quanto un 10% di figaggine in meno, in me, non si sarebbe notato assolutamente per via del già altissimo livello raggiunto, quindi, questo, in  verità non è un problema; forse sarei stato deriso, in quanto precursore dei tempi, non perché sia una sciarpa alla moda, ma perché avrei voluto mostrare un me stesso invernale, che, adesso, adesso sì che sarebbe giusto mostrare, ma cinque anni fa no.
Non era tempo: non era tempo per indossare quella sciarpa cinque anni fa. Non era tempo anche perché, a) non l’avevo mai sognata prima, b) non avevo il giubbetto adatto da  abbinarci, c) non avendo il giubbetto adatto da abbinarci, non avrei potuto sognare una sciarpa perfetta da abbinare al giubbetto in questione che mi avrebbe reso il perfetto me stesso invernale di adesso che deve possedere tale sciarpa per poi esserlo perfettamente, d) cinque anni fa non esisteva tale giubbetto e, e) probabilmente chi l’ha disegnato non faceva nemmeno il  lavoro di disegnare giubbetti ancora.
E potrei continuare… non era proprio tempo insomma.
Adesso, invece, lo è.

Il fatto che non l’abbia ancora comprata, quindi, e che siamo già a febbraio, è di per sé al quanto buffo.
Perché non l’ho comprata ancora? Le ipotesi, tra gli addetti ai lavori, si sprecano: non voglio aumentare il mio livello di figaggine di un altro 10% in quanto mossa inutile (un 10% in più o in meno, non cambia molto, come già fatto notare)?
Sono un appassionato collezionista di raffreddori e infiammazioni di qualunque condotto passi tra collo e orecchio?
Non so comprare sciarpe?
Non so dove si comprano le sciarpe?
Non so cosa è precisamente una sciarpa?
Non so indossare una sciarpa e preferisco non comprarla perché mi vergogno?
Magari credo che una sciarpa sia una scarpa, ma più moscia, entro in un negozio di scarpe e me ne esco triste e deluso perché non le vedo appese ai muri?
O, semplicemente, sono pigro?

Sono tutte belle ipotesi, ma per tutte la risposta è sempre la stessa: no, il fatto è che deve essere quella sciarpa.
Non ha una marca, ne un modello particolare: è una sciarpa. Una banale, ma ottima, sciarpa color bordò. Ha una riga gialla/arancione bella spessa a metà e due righe parallele da ambo le parti, più fine. E secondo me abbinata al verde militare ci sta bene e mi renderebbe il perfetto me stesso invernale di adesso.
Tutto qua: so che può sembrare una banale sciarpa tarocca della Roma, ma non lo è. Innanzitutto non c’è scritto Forza Roma o Lazio merda. E poi non è della Roma. Inoltre non lo è e basta.

Quindi non è che sono pigro per andare a comprarla. È che sono pigro per andare a cercarla. Non credo possa trovarla e mi sembra stupido girare per negozi di sciarpe in cerca di una sciarpa adatta a rendermi il perfetto me stesso invernale di adesso. E poi, cioè, metti che la trovo e mi rendo conto che non era poi tutto sto granché la sciarpa ideale, metti che non mi trasforma  veramente nel perfetto me stesso invernale di adesso. Sai che delusione? Meglio sognare… finché hai un sogno, eccetera. Finché un uomo ha un sogno da raggiungere… eccetera.
(Per lo meno funziona sempre come scusa.)

Il potere soporifero dell’Ikea

Non fraintendetemi. Un giretto all’Ikea me lo faccio volentieri, se capita. Non sono né uno di questi fanatici che hanno tutto di Ikea, dal tavolino, alla carta igienica, passando per il femore della nonna, ma nemmeno uno di quelli che preferiscono, chessò, comprare per forza italiano e spendere l’ira di Dio, “perché sai, poi è un investimento, un bel mobile ti resta, eccetera eccetera, capisci? eccetera eccetera!”
A parte che all’Ikea vendono anche l’ira di Dio (a 12.99 euro). Ma. che. cazzo. menefrega… a me.
Io, intanto, spendo i miei bravi 20 euro per una tavolo da biliardo, o i miei sagaci 30 per un letto matrimoniale coi posabicchieri. Poi se fra tre anni quello che ho comprato mi fa schifo o si rompe un posabicchiere del letto ci faccio il fuoco, o lo smonto e rimonto come mi pare, ci faccio una cassettiera magari, o ne compro un altro. Insomma: come avrete capito sono un abbastanza normale individuo che ogni tanto va all’Ikea, come molti. Però ho un problema,  più mi addentro in profondità, nell’Ikea, tra le legnose profondità spazio-Ikea, e più mi sale un senso di sonno mostruoso. Credo che l’unica cosa che riesca a farmi venire sonno come fare un giro all’Ikea, sia un giro in profondità all’Ikea. È anche vero che quando arrivo al reparto sedie/poltrone non resisto dal provarle tutte, ma non credo che influisca molto perché varcata la soglia del reparto sedie/poltrone sento che sono già stanco e spossato dalla dura scarpinata nelle sconfinate lande ikeanyote. Lo sento un po’ ovunque: agli angoli delle palpebre, nei polpacci, nelle reni. C’ho sonno. Eppure c’è tanta roba strana e assurda su cui fare battute spiritose all’Ikea… e le faccio ovviamente, per la gioia di chi è con me che mi sente fare freddure mezzo assonnato… e però, niente. A un certo punto, inesorabile come la morte di un pesce rosso – comprato all’Ikea -, tra una spiegazione su come fanno le polpette (impastando carne di scoiattolo coi trucioli d’avanzo) e domande su come fanno a fare tante altre cose (“ma come fanno a fare le brocche di vetro col legno?”) sbam, arriva l’omino del sonno (Ikea). S’attacca alle tempie come le manine appiccicose che si trovavano nei sacchetti delle patatine e non si stacca più. Credo che se ogni sera potessi farmi un giro prima d’addormentarmi all’Ikea, avrei risolto con l’insonnia. Il problema è che chiudono alle 22. Troppo presto.

È alla fine comunque che arriva la parte più dura dell’ikeasistema. Se si riesce a sopravvivere svegli, non si può di certo scappare alle casse. Mai viste casse più lente, piene, intasate e tutto. E non è colpa nemmeno dei cassieri, che appena arrivi là, ci mettono un attimo con la loro pistola spaziale: zap sul femore della nonna (9.99 euro), zap sulla brocca di vetro fatta con il legno (1.99 euro) e via così. Secondo me in quel punto il tempo rallenta: cercano di appisolarti definitivamente, forse per indurti a fermarti a mangiare le polpette di scoiattolo e trucioli d’avanzo.

Ce ne sarebbero di cose da scrivere su questi viaggi all’Ikea, ma solo a parlarne così approfonditamente sta venendo un sonno allucinante a me, figuriamoci a voi. Buonanotte.

Pagina 2 di 712345...Ultima »

Colui che scrive qua.
Nel blog, non il verso della papera.

Se ti va scrivimi, non mordo. Bau!facebooki cazzacci miei!La mia libreriaLa polvere che mi resta addosso quando leggoLa mia musicail totale dei cazzacci miei più il vostro!qualche foto

Iscriviti

Annuario

  • 2011 (64)
  • 2010 (44)
  • 2009 (43)
  • 2008 (32)
  • 2007 (22)
  • 2006 (13)