(…hai già caricato tutto, rilassati, respira.)
Brevi storie in una breve storia #3
La fotografia
Non è come quella del piatto infinito, ma insomma, non ci si può lamentare di questa serata. La fotografia è ancora al suo posto, in alto. È fissata al legno della panchina con delle puntine. Non è intera, ma è solo uno squarcio di quella che era una scena ben più grande. Ci sono i volti di due bambini: un maschio e una femmina. Lei di profilo, lo guarda, e sorride. Ha il palmo delle mani sulle ginocchia e forse sta muovendo le gambe avanti e indietro mentre chi ha la macchinetta fotografica preme il pulsante. Il bambino guarda in camera con gli occhi fissi e quasi vitrei e ha le labbra serrate in un sorriso timido. È qui da tanto tempo, questa che per il gatto è una strana finestrella, e lui sotto la panchina le fa la guardia: ogni tanto viene a vederla e ricorda i bei momenti passati coi suoi due amici. Ogni tanto prova a colpirli con la zampetta, ma non si muovono. Eppure mentre dorme a volte gli è sembrato che lo chiamassero a voce o che muovessero una mano e gli facessero cenno di avvicinarsi. Sono due anni che non li vede. Negli ultimi a volte vedeva lui e a volte solo lei. Entrambi hanno provato a portarselo via, diverse volte, ma lui non si è fatto mai trovare. Sa come vanno queste cose; è successo a due suoi fratelli: arrivano questi piccoli uomini frenetici, o anche quelli grandi a volte, giocano tutta l’estate con quelli come lui e poi se li portano via. E che fine fanno? non si sa. Il gatto non crede facciano una brutta fine, ma lui qui sta bene. Non ha voglia di rinunciare ai suoi spazi e al suo territorio. La verità è che non è che quei due siano i suoi unici amici, ne ha altri. Molti altri. C’è la signora dei pranzetti e il vecchietto del parco che chiama gli uccellini. A volte lo sgrida e non si capisce perché: prima gli offre le vittime e poi non vuole che le prenda. C’è il ragazzo coi vetri sugli occhi che tiene sempre in mano quel blocchetto con le formiche sopra, e lo fissa. È inquietante questa cosa di fissare: deve essere matto quello, ma è simpatico. Gli dà sempre carezze e coccole e a volte divide quello che sta mangiando con lui. Senza guardarlo ovviamente, sempre fissando quel blocchetto. Certo, ci sono anche quei brutti bambini con quella cosa rotonda che prendono a calci e che provano sempre a lanciargli addosso, ma non si vedono spesso, non è un grosso problema.
Ci si può stare, qualcosa di storto non è che storce tutto in fondo.
Il gatto fissa di nuovo la fotografia: chissà che fine hanno fatto, si ritrova a pensare. Chissà se saremo mai più noi tre. Il tempo con lui o con lei è bello, ma il tempo di noi tre era meglio, era una sfumatura diversa. Il tempo senza loro anche è bello, quando li pensa, come adesso, ma è un’altra sfumatura ancora. Poi si addormenta, affaticato per il tanto pensare e mentre sfiora la foto e socchiude gli occhi, i bambini lo guardano e gli sorridono come gli sorrisero quella sera del piatto infinito.
Brevi storie in una breve storia #2
L’incantesimo del Sole
Ogni estate, per cinque anni, insieme. E il resto dell’anno è solo tempo in più, un bagaglio che si portano dietro, delle valigie di parole da tirar fuori e disfare nel silenzio opprimente, semmai ce ne fosse stato bisogno. Sono quasi superflue quelle scorte, in questo posto c’è tutto quello che serve, a loro due: la panchina dove raggiungersi, il gatto che ricompare ogni anno, la sabbia di pan grattato, l’acqua, erba verde liquida e salata; l’asfalto bollente, sentiero di riflessione e condivisione che porta al bosco, dove ascoltano i concerti assordanti delle cicale, o giù, al paese, al pozzo dei gelati. Quelle parole in più, spesso le usano in questi istanti, in queste lunghe passeggiate, dove lui tiene le mani in tasca o dietro la nuca e lei dietro la schiena, come una giovane nonna. Quando ride sporge sempre il viso in avanti e resta così, come se fosse stata ammanettata e lui allora le prende i polsi e le dice che è in arresto e lei ride anche di più. Non gli è chiaro perché facciano così, ancora, ma lo fanno e ridono. E poi sospirano, lasciano riprendere i polmoni dalla fatica. Stanno bene insieme, pensa ora lui, seduto sulla riva e con i piedi di nuovo a mollo.
Ma quest’anno lei non è qui.
Lui invece, fra pochi giorni se ne andrà; e lei, ormai ne è certo, non verrà più. E mentre pensa a questo toglie i piedi dall’acqua, si alza e resta fermo un istante, perché tutto diventa nero. Appena si riprende calcia via le gocce, per evitare che leghino troppo con la sabbia e facciano il fango e s’incammina scalzo verso la strada. Forse sedendosi sulla panchina cambierà la prospettiva, forse ci sarà una magia.
Ed è adesso, infatti, che succede l’incantesimo, succede su questa panchina di legno ferito, dove lei proteggeva la sua scatola piena di cosebelle, succede mentre il gatto che lo segue sempre si sveglia, compare da sotto la panchina e si struscia con il muso sul dorso della sua mano… è adesso che succede, mentre il sole muore; il bambino diventa un ragazzo: si rende conto che quel sole sta calando anche dentro il suo cuore e che sarà un altro anno, buio, di tanto tempo in più, di troppo tempo in più. E capisce anche il vero significato di quel tempo. Sarà un altro anno di valigie pesanti, da riempire, ma non solo di parole e ricordi, sarà anche un anno di speranze, e di passione, di tormento e solitudine.
Brevi storie in una breve storia #1
La bambina con la scatola
C’è una lieve brezza in questo giorno soporifero di mezza estate, parte dal basso e risale maliziosa e senza pudore i corpi. La sabbia quasi ci prova a volare, ma resta giù, pigra. Ci sono castelli ovunque, senza re e senza regine, le torri cadono lentamente, ma nessuno si lamenta. Sul ciglio della strada c’è una panchina di legno che dà sul mare, è segnata dal tempo e dai ricordi, d’amore e d’amicizia, da coltelli, temperini, chiodi, segni di arrivi e segni di partenze.
E c’è questa bambina che è sempre seduta qui.
Guarda verso la spiaggia, abbracciando le sue piccole gambe scoperte e con le labbra e i denti gioca con le crosticine sulle ginocchia, mentre al petto stringe una scatola che, lei dice, essere piena di cosebelle. Le conserva e protegge lì dentro, perché se qualcuno le vede, poi spariscono.
C’è quest’altro bambino invece, che arriva sempre stanco, si distende sulla riva e si appisola subito, coi piedi nell’acqua. Sbuffa, si annoia. Si capisce anche solo a prima vista che è un tipo con lo stomaco pieno di cosibrutti. Allora la bambina, unico essere vigile in questo giorno soporifero di mezza estate, fa questa cosa strana, che uno non se la aspetta da lei.
Apre la scatola.
Prende una manciata di cosebelle, si avvicina silenziosa e mentre il bambino dorme, tenendo il suo naso tra due dita gliele spinge giù, in gola. A lui viene da tossire, si solleva in piedi subito, saltella spaventato e alza gocce d’acqua e granelli di sabbia, soldati ritardatari che adesso cercano di tenersi il posto e aggrediscono la bambina. Lei resta seria, in silenzio, e scruta. Lui dopo un po’ di saltelli e panico si calma e ancora con le mani sulla gola, la osserva a sua volta.
Intanto i cosibrutti non muoiono, ma diventano cosibuffi, e allora cominciano tutti e due a ridere: ridono di questi cosibuffi e cambia tutto, non solo i cosibrutti.
Per sette anni e per dodici stati
Gli zoccoli di Red alzano sbuffi di polvere. Accompagna il rumore dei suoi passi e resta nell’aria quanto basta per segnalare la nostra presenza, poi ricade giù.
La città è deserta. Nessun rumore, nessun movimento.
Scendo dal dorso del mio amico, tengo le briglie e mi dirigo verso l’abbeveratoio. Lo lego e lo lascio bere, se lo merita e anche io; sfilo il cappello e tenendo la cupola col palmo della mano infilo la testa nel liquido ristagnante. È veramente uno schifo, ma ci voleva. Anche uno schifo del genere è meglio di tutto quello che ho visto laggiù. Adesso è passata, questo sembra un posto tranquillo. Troppo tranquillo, forse. Forse non è affatto passata. Forse devo passarne un’altra.
Do una pacca a Red e a piccoli passi, scuotendo il capo per far asciugare meglio i capelli mi dirigo verso il saloon. Ma la città è veramente deserta, neanche qua trovo qualcuno. Se in una città di frontiera addirittura un saloon è vuoto, questa non è una buona cosa. Osservo l’interno, il pavimento è coperto da una patina di terra e polvere, come i tavoli e il bancone: nel locale non si vede anima viva da tempo. Gli scaffali sono vuoti, non credo possa trovare niente di utile qui, e non credo di averne tempo. È meglio andarsene.
Mi fermo sulla soglia, calco il cappello in testa. Socchiudo gli occhi e sistemo la vista.
Faccio solo pochi passi e qualcuno spara, non è lontano. Torno allora verso Red, di corsa, poi rallento. Cammino. Mi fermo. La vista si sdoppia, poi si offusca, sento uno strano ronzio nelle orecchie. Porto la mano al petto, la guardo: sangue. Mi hanno preso, hanno sparato a me, proprio a me. Lentamente, finisco in ginocchio e arriva un altro colpo, questa volta alle spalle e cado in avanti, carponi. Vado giù di schianto, nella polvere, faccio appena in tempo a vedere Red che si impenna sul posto. Poi si calma e ci guardiamo, ha capito tutto anche lui, ne ha visti tanti fare questa fine, per mano mia. Fuggendo per sette anni e passando per dodici stati, sono venuto qui per morire. Mentre la polvere entra nelle narici, infangando l’ultimo respiro, l’unico rammarico che ho è quello di lasciare il mio amico legato in questo posto.
L’autunno in estate, la stanza rossa
Oggi è una giornata perfetta per dire quello che voglio dire.
L’estate è agli inizi, ma per me è come se fosse autunno inoltrato, la luce è tenue, il grigiore ci avvolge, il vento ci accarezza. Nonostante tutto, oggi si sta bene. Almeno in superficie, quest’aria che ti sfiora la pelle e te la fa quasi accapponare, come se ti baciasse, stride con quello che sta succedendo dentro.
L’amore, io me lo immagino un po’ così: c’è questa enorme stanza col pavimento rosso dalle sfumature rosate, il colore di un buon vino per intenderci. Per arrivare in questa stanza, enorme, si sale attraverso un corridoio, stretto e buio che si arrampica curvando dal basso. È una salita dura, faticosa, estenuante, ma appena sei su e metti un piede, il terreno rosso, ti accorgi che è morbido, quasi gommoso. Puoi lasciarti cadere e riposare, ovunque, dove ti pare. Si sta bene in questa stanza. Apri gli occhi e ti accorgi poi che il soffitto, le pareti e tutto intorno è nero. Non so perché, ma è così, nero: buio pieno.
Il mio amore è così, oscuro. Non so come sia viverlo.
In questa stanza enorme c’è una porta. E sopra c’è l’adesivo che c’è sulle porte di emergenza. Forse proprio perché è un’uscita di emergenza. È il classico adesivo, c’è un omino bianco e una freccia su sfondo verde. Una volta l’ho aperta e ho visto cosa c’è. C’è uno scivolo: è una strada semplice e veloce. In un attimo sei dall’altra parte, sei fuori da questa stanza rossa e buia. E quella volta l’ho presa questa uscita, sono arrivato giù, ed ero nel bianco, nel bianco più completo. Ma non ero uscito veramente, vagavo in giro, fuori, ma ero ancora completamente dentro: l’odio non è la vera uscita.
Adesso, ogni volta che devo scendere da quassù, faccio così: vado verso la porta d’entrata, quella del corridoio buio e piano piano comincio a scendere da lì. E fa male, fa veramente male, perché passando da lì, piano piano, ti vedi passare tutto quello che hai sofferto, vissuto e di cui hai goduto per arrivarci in questa stanza. Ma è l’unico modo, vero, per uscirne. Disinnescare. Soffrire, quanto serve, da soli, rivivere tutto, fare proprio e assaporare il male. Diventare più forti.
Alla fine non si prova odio, l’odio non serve a niente. Distrugge e io voglio costruire, io devo poter costruire qualcosa da ogni cosa.
Il motociclista che cadde
È un pazzo, l’ha già fatto e più volte. Non riesco a biasimare i miei compagni che non lo aiutano a rialzarsi e a ripartire. Cerca di passare sempre, anche dove lo spazio non c’è, dove non esiste. Forse siamo noi che non lo vediamo, semplicemente, lui ha un modo diverso di osservare. Ne ha fatti cadere tanti con lui, c’è anche chi si è ferito. Il nostro campione nazionale, non può correre proprio per colpa sua: ha cercato di passarlo dopo aver visto uno di quegli spazi che vede solo lui e l’ha tirato giù. Il campione si è rotto la clavicola, lui è stato squalificato e si è scusato, ma nessuno ha accettato le sue scuse. L’hanno definito stupido, l’ha fatto troppe volte, è chiaro che non cambierà mai: lo odiano tutti, perché non impara mai, fa sempre la stessa cosa: quella sbagliata. Ma è la sua natura, segue solo la sua natura, non è cattivo. Io lo so. E non riesco a biasimare nemmeno lui, perché questa, è la mia natura. Ed ecco perché mi sono staccato dai miei compagni, che adesso mi osservano stupiti mentre lo aiuto a rialzarsi e a spingere la moto in pista. Lui non riusciva a crederci, mi ha guardato come tanta gente mi ha guarda in questi casi e io l’ho guardato come guardo tanta gente che passa senza capire.
Quella volta che partecipai alla corsa campestre
Quando ero alle medie, fu organizzata la corsa campestre: evento molto giapponese in cui le scuole selezionavano i più valenti atleti che venivano poi impiegati in una disfida fra scuole in un luogo inaccessibile, un’isola sperduta e dimenticata anche da iddio, indove solo i più resistenti sopravvivevano e potevano salvarsi e vincere. Vincere i restanti anni della propria vita.
No, non è vero, c’era poca gente che si iscriveva ed essere presi in considerazione era una passeggiata e poi si faceva in un campetto nella periferia romana, che vatti a ricordare adesso dov’era, ma che comunque aveva la pista d’atletica intorno, bruttina, ma c’era, e quindi correrci sopra era un po’ un sogno. E se c’era una cosa che mi piaceva da bambino, a parte dormire, era correre. Come potevo non partecipare?
Quindi mi iscrissi, e saltai giustificato due o tre giorni di scuola.
Agli allenamenti non andava malaccio, tra i maschietti nelle prove ero sempre uno dei primi due o tre, quindi arrivai là che mi sentivo forte e avevo con me un bagaglio impressionante di film dove tagliavo primo il traguardo in un exploit incredibile e tutti correvano ad abbracciarmi, la preside organizzava una festa in palestra in mio onore e io con la timidezza che scemava sempre più facevo un discorso pieno di parole stupide ma che lasciava tutti a bocca aperta e poi la mia ragazzina dai capelli rossi (che però erano biondi), si accorgeva definitivamente di me e mi prendeva in disparte e andavamo a fare delle cose nascosti in una qualche intercapedine dietro la palestra.
Quindi quando successe quello che successe, la presi ancora peggio di quanto dovessi.
Tanto per cominciare il nostro prof di educazione fisica mi costrinse a partecipare anche alla gara di salto in lungo perché si era rotto qualcuno. Io non avevo mai provato e glielo dissi e lui allora obiettò con un bel “ma salta e chissenefrega, su”. Ma come può non prendere sul serio una cosa così importante, mi chiedevo. Però saltai e battei il record di salto più corto della storia della manifestazione. Ci rimasi malissimo e la cosa mi deconcentrò un po’ dal mio obiettivo, ma poi mi ricordai di essere un giovane missile terra aria e decisi che mi sarei preso la mia rivincita contro il prof spaccando tutto nella corsa, il vero evento. Quello in cui noi super ometti dovevamo impegnarci davvero per avere un servizio d’apertura al tg delle venti.
Puntai allora il più forte della mia scuola, quello che secondo il prof era un valente atleta quello che “lui sì che mi dà soddisfazioni” e lo guardai torvo, e lui mi fece cenno con la mano come per dire “ma adesso che t’è preso, ti spacco la faccia?”. Bravo mettila sul piano fisico, pensavo massaggiandomi il collo e facendo finta di guardare in alto. Non sapeva che avrei sputato sangue per arrivargli davanti di solo mezzo millimetro e l’avrei umiliato proprio in quel campo.
Una cosa che non avevo preventivato era che c’erano centinaia di mocciosi di troppo. Sapevo che ci sarebbero stati tanti partecipanti, ma quelli erano un po’ troppi. Se ogni scuola aveva due o tre campioncini come la nostra, allora essendoci una decina di scuole, la posizione in cui arrivare per sentirsi soddisfatti era forse la decima. Tra i primi dieci non era male, sì… forse… e continuavo a farmi calcoli su calcoli. Questa cosa mi ingolfò un attimo il cervello alla partenza e partii con ritardo: il mio rivale era partito bene invece ed era già ai primi posti. Però non andava male affatto, la spinta di doverlo riprendere metteva cavalli nel mio motore e ogni ragazzino che superavo ne metteva altri ancora. Stavo volando. Ad un certo punto mi resi conto di essere veramente un giovane missile terra aria perché quelli della mia squadra tifavano tutti per me, pure il prof; ero ormai affiancato al mio rivale, che era stremato, aveva il viso rosso: lui non aveva questa mia fortuna di essere punito ogni martedì con dei giri di campo supplementari alla scuola calcio. Ma io sì. Ero fresco come una rosa e mentre lo superavo pensavo che se fossi partito meglio, magari avrei addirittura vinto. E invece eccomi ora, ecco la riga del traguardo… decimo, ci sono arrivato a questo decimo posto alla fine, pensa te. Ok, però adesso contegno, arrivo al traguardo e faccio pure la parte di quello che non è soddisfatto perché poteva dare di più. Passai la riga, presi a camminare in fase defaticante e strinsi il pugnetto, ma scuotendo la testa. Tutti continuavano a correre però. Il mio rivale mi passò senza battere ciglio.
Il traguardo era stato ridisegnato più avanti di qualche metro.
Appena me ne resi conto, ricordo che ci provai a ripartire ma senza convinzione: moriva ogni decimo di secondo di più; vedevo tutti arrivare al traguardo, poco più avanti e io ero fermo là, e solo, dopo tutta quella fatica inutile. Continuai a camminare e uscendo dal percorso scalciavo la terra con rabbia. Ci tenevo talmente tanto che, mentre mi facevo strada tra le gente intorno la pista, mi coprii gli occhi con la maglietta.
Quella volta che fui sbeffeggiato dal me stesso bambino
Era un giorno qualunque, vatti a ricordare adesso quale. Stavo parlando di lavoro con un amico mentre pranzavamo da Flunch, eravamo vicino alla finestra che dava sul passaggio del centro commerciale; il menù lo ricordo perché è impossibile da scordare quello: come primo un profitterol bianco, come secondo salmone e una bruschetta e come terzo una macedonia. E poi una pepsi che faceva le bolle di sapone. Come fai a dimenticarla una serie di accostamenti simile?
Comunque. Ero abbastanza infervorato, non so perché, mangiavo e mi agitavo e il mio amico che stava di fronte annuiva con condiscendenza mentre mangiava svogliato. Poi arrivò il me stesso bambino e ci bloccammo: ci fissavamo basiti mentre lui dall’altra parte della finestra faceva lo scemo. Un bambino sui 7-8 anni con un taglio di capelli alla beatles, un giacchettino verde e dei jeans e tutta la voglia di prendere due poveri bambini vecchi per i fondelli. Faceva le boccacce, faceva finta di arrampicarsi sugli specchi, di scendere le scale… faceva di tutto, di tutto, per farsi notare. Ma noi non abboccavamo. Quindi mentre il me stesso bambino faceva lo scemo, il mio amico parlava con il me stesso scemo di adesso e mi reggeva il gioco: nessuna attenzione e prima o poi se ne va.
Però dopo qualche minuto non ho resistito, mi sono voltato e ho fatto una faccia da deficiente.
La sua reazione mi ha fugato ogni dubbio: quello ero io, quel bambino ero veramente io. Perché senza esitare il me stesso bambino, non appena mi sono voltato, si è voltato a sua volta, si è messo una mano sul collo e se ne è andato facendo il vago come se l’avessi sorpreso a scaccolarsi. E io quando mi scaccolavo facevo sempre così. Quindi ero io, ma non capisco allora perché non ricordo di aver incontrato il me stesso scemo di adesso.
(Comunicazione di servizio: ho tolto i cuoricini dai post perché mi facevano lo schifo nei feed rss. Però ho sistemato i vari social e se volete potete cuorarmi su fb col tasto “mi piace”… c’è chi lo fa, giuro.)
Il fabbricante di borse
Facevo belle borse al mio paese. Molto belle, mi dicevano.
Quando poi partii e arrivai qua da voi, non appena sbarcato mi ritrovai solo e con una gran fame. Allora, realizzai una borsa e la vendetti. Mi diedero tanti soldi – o per lo meno per me lo erano – perché dissero che era pregevole e ben fatta. Sembrava quasi una di quelle alla moda che andavano tanto allora. Allora io ne feci altre, e le feci sempre più simili a quelle e anzi, a volte anche meglio, come mi dissero. Io so di esser bravo quando mi ci metto, ma finché non mi ricoprono di complimenti non lo ostento: però in questo caso lo fecero, quindi posso dirvelo: erano veramente delle belle borse, quelle. E le vendevo. E ringraziavo. E prendevo i soldi. E mangiavo tanti panini. In questo paese li fate veramente bene i panini, mi piacciono molto. Avevo tanti soldi, troppi soldi e così ne offrivo un po’ anche a chi non poteva comprarsene. Ero contento di mangiare e far mangiare tanti panini buoni.
Poi un giorno mi arrestarono.
Mi dissero che le mie belle borse, erano troppo simili a quelle di moda e non era bene. Non si poteva fare.
Io però non capisco: so fare delle cose, bene, le faccio, la gente e felice, ma non è bene.
La cosa buffa è che qua in prigione mi fanno fare le borse: e anche questa è una cosa che non capisco.
E mi dànno anche i panini, però sono meno buoni.
Un giorno uscirò, credo, e cosa farò? Borse. Io quello so fare: borse.
No, non può essere
Ho fatto un incubo impressionante qualche tempo fa.
Praticamente, c’è un’enorme stanza come quelle che stanno a Montecitorio, tutta piena di quadri, affreschi, colonne, cupole e via così. Enorme proprio, tipo magazzino, però adibita a ufficio. In quest’enorme stanza c’è in fondo solo una scrivania e un omino con in testa qualcosa tipo capelli, ma che non possono esserlo, un omino che lavora alacramente: prende fogli, li sbircia, li sposta di catasta in catasta. Io mi dirigo con fare sicuro verso di lui. Lui se ne accorge e mi guarda: è il premier.
Sorrido, beffardo.
- È finita.
- Prego?
- È finita per te, mio caro premier.
- Non capisco ragazzo, spiegati meglio.
Mi siedo senza che lui me l’abbia chiesto su una sedia che, vi giuro, prima non c’era, però adesso sì.
- Io ho un potere, e me ne sono ricordato oggi.
- Che potere?
- Ho deciso di usarlo, caro il mio premier.
- Sì, ma che potere è. Pure io ho tanto potere, che c’entra scusa.
- Il mio è un potere diverso, magico direi. È qualcosa di devastante.
- Spiegami. – E il premier posa tutte le cataste di fogli e si lascia andare sullo schienale. Ho tutta la sua attenzione, sa che sono serio, non scherzo. Allora io spiego gustandomi lentamente il momento.
- Posso far scomparire tutte insieme le persone scorrette che ci sono nel mondo, semplicemente schioccando le dita e dicendo “una formula segreta”.
- Capisco… e quale sarebbe questa formula segreta?
- “Una formula segreta”, per l’appunto.
Ci prova subito, schiocca le dita e dice la formula segreta. Non succede nulla.
- Devo dirlo io, furbetto. Dovresti essere me. – Sorrido soddisfatto, ma quasi con amarezza.
- Sei sicuro di volerlo fare?
- Assolutamente. Sei pronto? Sei religioso? Ultime preghiere?
- No, figurati: la religione ogni tanto serve per prendere voti, ma… nessuna, vai. Ma ricorda: il peso di questo gesto, figliolo, graverà sulle tue spalle in eterno.
Per un attimo esito, arcuo in basso gli angoli della bocca e penso: “Epperò, come parla forbito.” Ma dopo solo tre secondi di sguardi, dove ci metto anche un po’ di compassione, lo faccio. Schiocchio le dita (e dico “una formula segreta”).
Il premier resta di fronte a me, incolume.
Ci riprovo.
Niente.
Ci riprovo ancora.
Nulla ancora.
Il premier sospira e accende non so quanti monitor alle sue spalle (prima non c’erano, giuro) e da lì possiamo vedere una miriade di tg. Ogni tg è in edizione straordinaria e parla di sparizioni di persone. E queste persone sono tutti magistrati, giornalisti, blogger e politici di fazioni avverse a quella del premier… e c’è anche Hugo di Lost.
Sudo freddo mentre mi guarda: – io l’ho sempre detto, sempre.




Commenti recenti