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Ghiaccio d’estate
C’è questa landa sconfinata, d’un bianco accecante, di fronte a me.
Mi sono perso, e percorro una strada che posso riconoscere solo da pochi indizi. Sembra che qualcuno abbia rattoppato male qua e là e un po’ di tessuto d’asfalto ogni tanto affiora. Mi sono perso, e le scorte scarseggiano, fuori fa freddo, un freddo secco e incurante. Lavora piano piano, ma lavora e quando ha fatto il suo dovere è troppo tardi per accorgersene. Ricordo che un paio di volte mi ha quasi fregato, ho fatto appena in tempo a rientrare nel veicolo e prima che la temperatura si decidesse a risalire a un livello adeguato ce n’è voluto.
C’è un sacco in tela color cappuccino dietro, sul sedile posteriore: in realtà è praticamente vuoto. E dentro questo sacco sgonfio e accasciato stancamente vi sono riposte delle lettere. Sulle lettere c’è scritto al posto del mittente il mio nome. Quindi parrebbe proprio che le abbia scritte io. Perché infatti non me lo ricordo: ne ho letta anche qualcuna, credo, perché alcune sono aperte e devo averle aperte per forza io, perché sul coltello che ho nel cruscotto ho trovato dei rimasugli, briciole di carta, e gli strappi sulle buste corrispondono. In questo momento mi chiedo anche se questo veicolo sia mio. A giudicare dai documenti sì, sempre che questo sia il mio nome. Forse mi avevano rubato il veicolo e sono andato a riprenderlo: questo spiegherebbe perché non ricordo di aver aperto le lettere, e di averle lette, ossia perché non l’ho fatto veramente io, ma io non ricordo nemmeno questo, non ricordo che me le abbiano rubate, che abbiano rubato il veicolo, che io lo abbia ripreso. Da dove sono partito. Dov’ero prima di partire. E non ricordo di averle scritte. E a chi, lo dimentico sempre, dimentico sempre anche questo. Però ogni giorno ne trovo qualcuna in più e anche quelle aperte aumentano. C’è solo questa distesa bianca davanti, la nebbia densa mi viene incontro a blocchi, come un fantasma, e il vento sporco di neve sbatte sul vetro.
[checkpoint] L’ultimo tratto del percorso
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2000, l’anno della delusione
2001, l’anno dell’estinzione
2002, l’anno del recupero
2003, l’anno della morte
2004, l’anno del pensiero
2005, l’anno dell’evoluzione
2006, l’anno della creatività
2007, l’anno della cultura
2008, l’anno della rinascita
2009, l’anno della scrittura
2010, ?
Percorsi a caso
Apro gli occhi e sembra una stanza, è in penombra. Mi avvicino al muro e lo percorro accarezzandolo con due dita. I miei passi rimbombano nel vuoto, riempiendolo. Ecco, ho finito: non ha angoli, mi ritrovo dentro una specie di cilindro. Non sembra un ambiente molto vasto, ma non capisco quanto non lo sia.
Mi frugo in tasca e trovo un pennarello rosso. Tolgo il tappo, appoggio la punta sul muro, premo leggermente e traccio un segno verticale.
Rimetto il tappo, ripongo il pennarello nella tasca ed eseguo nuovamente la mia misurazione. Faccio dei passi un po’ lunghi che secondo me corrispondono ad un metro. Ne faccio sessanta. Poi ritrovo il segno rosso. Non ci sono porte. Guardo in alto e non si capisce dove e come finisca il soffitto. A parte nel nero. Mi trovo dentro una stanza cilindrica chiusa col soffitto infinito la cui circonferenza è sessanta metripassi. Ok, va bene.
Stacco la mano dal muro e mi dirigo verso quello che dovrebbe essere il centro della stanza. Ossia circa nove metripassi. Quindi mi siedo in terra. E si accende un faro che mi illumina. Guardo verso l’alto e non si capisce da dove venga la luce. Mi volto verso sinistra, abbasso gli occhi, quindi anche il viso: c’è un pallina, rossa, al mio fianco. La tocco con un dito e rotola. Sembra di gomma al tatto; allungo la mano, la prendo e comincio a farla rimbalzare sul pavimento. Toc toc toc. Mi viene da ridere, ora mi ricordo dove mi trovo. Quante volte l’ho già fatto? Qua funziona così: tiri la pallina di gomma, a caso, addosso al muro; sul quale si forma un ingresso partendo dal punto toccato dalla pallina. Ti alzi e cominci a camminare nel corridoio, che a volte è lungo, a volte più corto, dipende. A volte è illuminato, a volte no. A volte ci sono finestre, altre no. A volte nelle finestre c’è qualcuno o qualcosa. A fine corridoio trovi una porta. Però senza chiave non entri e la chiave devi cercartela nel corridoio. A volte è facile, a volte no. Se trovi la chiave puoi proseguire e via così. Se ti stufi e vuoi provare un altro percorso torni indietro e ti ritrovi qua, come me, a giocare con la pallina. Toc toc toc. Che comincio a pensare non sia poi così noiosa.
Il sentiero delle spighe di grano
Il capitano mi ha detto di tenerla d’occhio. A me. Con questo elmetto troppo grande e questi capelli davanti agli occhi. Non so perché mi permettano di tenere i capelli così lunghi, ma tant’è. Il capitano ha detto proprio a me di tenerla d’occhio: a me, con questa giubba strappata, senza bottoni… Sì insomma, proprio a me… con la magliettina nera fuori dei pantaloni e i pantaloni che state visualizzando mentalmente che sono proprio bucati. Anche sulle chiappe. Mi spiace. Ragazzi siamo in guerra… mi spiace… meno male che sotto indosso dei mutandoni marroni enormi, in compenso. Mi ha detto di tenerla d’occhio e io lo faccio, senza inutili domande, perché al capitano io e i miei commilitoni dobbiamo tutto. Mettiti in viaggio, mi fa, e tienila d’occhio. Ma che scherzi? Io lo faccio… lo faccio chessì. Proteggila, promettilo. Lo prometto chessì, ripeto serio e quasi offeso, ma che scherziamo? Mi mette una mano sulla spalla e mi sorride. E io vado, fuciletto in spalla, piccolo soldatino contento, perché l’ha chiesto proprio a me. Il capitano si fida di me.
Le spighe di grano ci circondano. Lei cammina sul ciglio sinistro della strada, io su quello destro. Silenzio, nessuno dei due parla. Ogni tanto noto che mi guarda, dopo un po’ di volte non resisto e mi volto anche io… e non capisco chi sia, non l’ho mai vista in vita mia. Sopracciglio alzato, mi squadra, mi scruta, mi soppesa… poi mi sorride e mi sento rinfrancato. Finalmente l’ho ritrovata, mi viene da pensare. Ma ripeto, non so chi sia. Continuiamo a camminare, mi sveglio e dopo due settimane di sogni strani non muoio né io né lei; nemmeno un piccolo coma o una gamba rotta. Il capitano stavolta ha fatto bene! Sono stato bravissimo: ho svolto impeccabilmente il mio compito. Ne sono lieto.






