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Pennarello rosso #03 e #04
[penultima e ultima parte, continua da qui]
Socchiusi gli occhi che manco Clint Eastwood e la guardai, poi feci un passetto indietro e le feci capire che stavo fuggendo di nuovo. Mi venne anche in mente quel film… quello con Di caprio e Tom Hanks. Prova a prendermi, dài, giochiamo? Era l’unica cosa da fare, veramente. L’unica.
Lei strinse gli occhi a sua volta – le veniva da ridere però – e fece un passetto avanti. Funzionava.
Quindi provai con un secondo passo, ma stavolta posando la mano sulla tracolla e voltandomi. Era evidente che stavo per filare via come un siluro. Lei fece un altro passo. A quel punto mi venne da pensare che volesse uccidermi. O adescarmi, farmi girare l’angolo e farmi accoppare dai suo complici, che mi avrebbero preso un rene e organi vari a caso per venderli o mi avrebbero usato come sacrificio umano per una messa satanica e altre cose così. Se ne sentono tante, di cose così: “ragazza buffa e boccolosa con una maglietta a righe adesca un ragazzo e se lo mangiano”. È tipico. Un po’ mi si gelò il sangue, ma ero anche perfettamente consapevole di essere stupido, e mi pare d’averlo sottolineato a più riprese, ma è meglio ribadire a volte. Feci allora un terzo passo, anche se meno divertito dalla situazione quindi in maniera affrettata mi diressi verso una libreria, piuttosto grossa, dove per altro ero stato fino a pochi minuti prima di ritrovarmi a giocare a un-due-tre stella con quella ragazza. Quella buffa ragazza. (Ma anche carina.)
Mi voltai due volte per vedere cosa facesse, lei mi seguiva e faceva finta in maniera più che teatrale di guardarsi attorno quando la fissavo, mimando i miei modi furtivi in maniera esagerata. Mi prendeva in giro ed era ancora più buffa, tanto più buffa che mi decisi di “farle la grazia” e con una specie di sbuffo le sorrisi. Finché non mi soffermai meglio sulla cosa: mi stava prendendo in giro. In realtà quella ragazza non aveva niente da fare, aveva trovato l’imbecille di turno e si stava divertendo alle sue spalle. E cioè, alle mie. O, molto più plausibilmente, era matta come un cavallo e fuggita, lei sì per davvero, da una casa di cura. Tornai subito serio e mi infilai nella libreria, pensai un “bah” e ci misi una croce sopra. Ma figuriamoci! Una ragazza così buffa (e carina). Che mi segue. Mi saluta. Mi sorride. Con intenzioni serie.
*
Decisi di guardare i cd già che c’ero, tanto ero rimasto un po’ col dubbio sull’acquisto di un paio di album, forse era questo che voleva il destino in realtà: dovevo entrare di nuovo per quei cd.
Camminavo con entrambi tra le mani, li giravo e rigiravo, come se qualcosa potesse essere comparso da una parte mentre guardavo quell’altra, o come se qualcuno avesse potuto scriverci altre informazioni utili di nascosto.
Non mi ero accorto che, qualcun altro, invece, tramava alle mie spalle. Qualcuno di molto buffo mi aveva infilato in testa delle cuffie: un cantante neomelodico napoletano mi stava riversando i suoi lamenti e pianti nelle orecchie con una base techno tutta unz-tunz. Era troppo tardi ormai, ne avevo sentiti almeno dieci secondi. Il qualcuno di molto buffo era ovviamente la ragazza, che potevo vedere di fronte a me che se la rideva di gusto, quasi alle lacrime. Dovevo avere una faccia allucinata, quasi spaventata e vabbe, ma insomma, che c’era da ridere così tanto? Era una cosa molto crudele da fare quella, da brutte persone. Però volevo ugualmente sentire la sua risata.
Con disgusto allontanai le cuffie e feci per passargliele, lei tirò fuori la lingua e col dito indice mimò che preferiva vomitare, se possibile. Annuii sorridendo e insomma, c’era poco da fare, stavamo facendo amicizia in maniera molto strana, ma la stavamo facendo. Allungai la mano per presentarmi, lei me la prese e mi tirò dietro a sé. Percorremmo il piano e arrivammo nel reparto dei film, dove stavano proiettando Alice nel paese delle meraviglie.
Il Bianconiglio stava saltellando proprio in quel momento con l’orologio in mano. Quindi scappò. Era troppo, e sempre in quel momento mi resi conto che doveva essere un sogno.
Quello fu poi anche il momento in cui per la prima volta mi parlò nel linguaggio dei segni.
Ma non potevo capirla ancora e ne fui visibilmente mortificato. Lei allora, con pazienza e serenità dovute all’abitudine, socchiuse gli occhi, quasi brava come me e Clint, ma meno perché anche stavolta le veniva da ridere, mi prese il braccio e tenendomi il polso con la sinistra tirò fuori il suo pennarello rosso e scrisse: “…certo che sei proprio buffo, tu!”
Pensai che avrebbe potuto scrivere anche un po’ di meno, avevo il braccio completamente invaso d’inchiostro, ma comunque le presi il braccio a mia volta e vendicandomi ci scrissi sopra “…da che pulpito!”
Era l’unica cosa da farsi, veramente.
Pennarello rosso #02
Salivo sull’autobus meccanicamente, a passi lenti, e intanto ero sempre meno convinto di avere tante cose da fare. Una volta sopra la guardai senza problemi e per bene, anche perché a testa bassa era intenta a premere i pulsanti del suo preziosissimo lettore mp3. Aveva più o meno la mia età, forse era più piccola, capelli corti, biondi e boccolosi come non se ne vedevano dai tempi dei cartoni animati anni ’80. Aveva una magliettina a righe rosse e bianche, una gonnellina nero seppia e delle scarpe di tela beige.
All’improvviso mi resi conto tramite il segnale rosso di calore ai lati del mio collo che saliva verso l’alto, che la bilancia più che sul buffa pendeva sul carina. Decisi in due decimi di secondo di scendere e lo feci, quindi quello che vide l’autista fu questo: io che salivo dalla porta davanti, lentamente, come sul patibolo, mi fermavo un attimo e poi affrettando il passo scendevo infine dalla porta dietro. Siccome a quella fermata ero salito solo io, non so cosa avesse potuto pensare, ma credo di immaginarlo. Comunque una volta sceso, mi ritrovavo proprio di fronte alla sua panchina, e proprio mentre la ragazza aveva finito le manovre col suo cosetto sputamusica. Era seduta composta in una maniera quasi da cerimonia, le ginocchia che si toccavano e le mani sulle ginocchia. Mi sorrise. Alzando la mano senza esitare, di scatto e tutta felice, mi salutò addirittura. Io allora, ovviamente, decisi di continuare con il mio ruolo di stupido e quindi con una bravura impressionante, da attore consumato che un giorno forse mi sarebbe valsa l’oscar, mi guardai il polso, feci una smorfia con le labbra e mi battei una mano sulla fronte dando a intendere “macche idiota ah ah, ma io non porto un orologio!” e feci capire che era tardi semplicemente alzando gli occhi e posando una mano sulla mia borsa a tracolla. E fuggendo, ovviamente. Il bianconiglio se ne va Alice, deve fare delle cose. Tante cose.
Fuggii per una cinquantina di metri e a passi ampi, poi sempre meno, poi ancora meno, poi mi fermai. Incrociai le braccia, mi portai una mano al volto e mi ripulii il viso sporco di gelato invisibile premendo con forza. Quindi rimanendo con la mano in quella posizione, abbassai la testa e appoggiai il gomito all’altro braccio che portai al petto. E fermo così sul marciapiede, mentre la gente intorno mi sfiorava, mi chiesi molto semplicemente: “ma che cazzo…?”
Pensai di tornare indietro, ma mi accorsi subito, sussultando, che non serviva, perché la ragazza era a due metri da me che mi osservava accigliata. Ok, avevamo rotto il ghiaccio, s’era creato un legame ed era evidente, quindi decisi di giocarmela come ormai solo potevo fare: da stupido.
[continua]
Pennarello rosso #01
Me ne stavo seduto tranquillo per i fatti miei con un libro in mano, sulla solita panchina di legno, aspettando che arrivasse l’autobus, quando arrivò questa buffissima ragazza dai capelli corti. Aveva sul viso un’aria grave, uno sguardo perso in chissà cosa, e quel tipo di occhi che guardano lontano. Era palesemente soprappensiero. Forse trasportata dalle note che le solleticavano le orecchie tramite le cuffiette si era dimenticata di dov’era – non a casa sua o non in un locale per esempio – e tenendosi con la mano sul palo giallo della fermata prese a girarci intorno come una bambina. A volte dandosi slancio, altre fermandosi e abbracciandolo di ritorno. Quando si fermava si capiva che stava pensando a qualcosa, qualcosa di importante o di semplicemente alienante. Non credo fosse nulla di serio perché se una persona pensa a qualcosa di serio, di sicuro non si mette a fare i girotondi come i bambini.
Fu quello il giorno che la notai mentre con un pennarello rosso scriveva qualcosa sul palo giallo, storto e sporco del cartello della fermata. Quando ebbe finito la sua piccola opera si allontanò incurante, e si sedette sulla panchina a sinistra adiacente alla mia; prima però mi guardò un attimo e mi sembrò sorridere, ma un po’ per timidezza e un po’ per educazione e un po’ per stupidità, me ne tornai di scatto e bruscamente alle mie pagine. C’era da finire un libro, non da sorridere alle ragazze buffe, eh.
Insomma, andando a limare era solo per stupidità.
L’autobus arrivò e alzando gli occhi dal libro non potevo non soffermarmi sulle gambe scoperte della buffa ragazza che oltre che buffa, mi stavo rendendo sempre più conto che era anche carina. Non ce la feci a guardarla in viso nuovamente, mi alzai e mi diressi verso il bordo del marciapiede… dove c’era da prendere questo autobus a tutti i costi. Era un’azione impellente, dovevo proprio prenderlo, avevo da fare delle cose. Tante cose. (Niente insomma.)
Mentre aspettavo che si fermasse e aprisse le porte, però, feci finta di appoggiarmi sul palo giallo e mi guardai sotto le suole, guarda caso avevo calpestato qualcosa, e nel frattempo sbirciavo la scritta.
Sul palo, c’era scritto: “…ops!!”
Sottolineato due volte.
E di fianco c’erano anche due punti e una P. Che nel linguaggio dei malati di internet, di cui ero un sano rappresentante, era una linguaccia.
Una linguaccia del tipo simpatico per capirci, di quelle che dicono “ehi, mi hai beccato a fare una cosa stupida! Però mi sei simpatico, facciamo amicizia?”
Per lo meno secondo me era di quel tipo, o, per lo meno, io ci leggevo quello.
[continua]






