(…hai già caricato tutto, rilassati, respira.)
Trilogia della frontiera – Città della pianura
Billy Parham è un uomo ormai e dai tempi della sua avventura raccontata in Oltre il confine sono passati molti anni. John Grady Cole invece è ancora un ragazzo e dalle vicende di Cavalli selvaggi ne sono passati appena tre. I due lavorano assieme in un ranch tra Texas e Messico e tra di loro si è instaurato un rapporto di tipo fraterno, Billy è un po’ il fratello maggiore di John Grady.
John Grady è il più piccolo tra i dipendenti del ranch, ma il più capace. Billy Parham è cresciuto, ma la sua bontà d’animo, che lo accomuna poi al ragazzo non è scomparsa. Lo punzecchia, come fanno bonariamente tutti al ranch ma lo tengono anche sul palmo di una mano. Se lui dice che un cavallo vale, si compra e basta.
Billy soprattutto non manca mai di fargli avere qualche buona parola o di cercare di farlo ragionare, ad esempio quando il ragazzo incontra una ragazza in un bordello e se ne innamora follemente. E questo è proprio il punto focale della vicenda.
Il problema di John Grady sono sempre state le donne: in un unico libro i due protagonisti vedranno riproporsi e mescolarsi le loro linee di confine.
McCarthy ci racconta, con questo ultimo volume della sua trilogia, di uomini che ripetono percorsi sempre uguali e di uomini che vedono altri uomini incamminarsi in questi percorsi.
L’ultima parte del romanzo, stacca completamente con un salto temporale sulla vicenda, diventando una sorta di epitaffio mistico. Tutti e tre i libri si concentrano su stessi, puoi quasi vederli accartocciarsi, poi prendono fuoco mescolandosi in un’unica fiamma.
La trilogia della frontiera: più di mille pagine, tre libri, due personaggi eccezionali, uno scrittore unico.
Trilogia della frontiera – Oltre il confine
Il libro che racconta l’avventura di Billy Parham è quello che preferisco tra i tre, sebbene non si discosti di molto da Cavalli selvaggi e sia oggettivamente al di sotto di Città della pianura, soprattutto della seconda parte di quest’ultimo. Si avvicina molto a Cavalli Selvaggi perché il percorso interiore di Billy e di John Grady è molto simile. Forse per questo nel terzo libro si capiranno così bene.
Lo stile è sempre quello, inconfondibile, di McCarthy. Dialoghi secchi e veloci che si mischiano alle descrizioni e alla narrazione in un unico flusso di parole, cominci a leggere e ti entra dentro. Ti porta in un mondo sconfinato, bello, di desolazione, disperazione ma anche di semplicità.
Semplicità, un mondo semplice e perciò velocemente crudele. Si scorre leggeri in ogni scena, anche in quelle più dure che assumono un peso finale enorme quando si è arrivati al punto. Sbam. Non te l’aspettavi eppure è successo. Rileggi ed è proprio così, è successo veramente.
Oltre il confine, come accennato e come è facile intuire, non è solo a livello letterale, ma anche simbolico. Billy Parham è un ragazzo buono in una terra che non permette di esserlo, se passi il confine, devi essere pronto a passare anche quello dell’anima. Anche se Billy è poco più che un ragazzo e poco meno che un uomo, è comunque un cowboy. Il suo mondo è quello, non c’è tempo per disperarsi o per gioire, la vita è così, va avanti con te o senza te. Nel cuore puoi provare quello che vuoi, ma devi continuare, passo dopo passo.
Il suo viaggio, come capirà nella prima parte del romanzo lo porterà proprio qui. Sul confine. Lo attraverserà? Se vi interessa saperlo, leggetelo. Ne vale la pena.
Non buttiamoci giù
Il giorno di San Silvestro, sulla cima di un palazzo londinese si forma un insolito Breackfast club, formato da quattro individui.
L’uno con l’altro non hanno praticamente nulla in comune. Se non contassimo la motivazione per la quale sono lì sopra: buttarsi di sotto e farla finita.
Il libro è diviso in tre parti e il testimone della narrazione passa a turno fra i quattro protagonisti: Martin, personaggio famoso in declino per via di una brutta faccenda, Maureen, donna disperata con a carico un figlio disabile, Jess, una ragazza sgrammaticata e con un gergo sboccato tutto suo, e infine, JJ, un musicista arrivato dall’America per via di una ragazza e che ora consegna pizze a domicilio.
Nonostante la tematica forte, il romanzo, grazie alla consueta ironia di Hornby riesce ad essere “leggero” e divertente toccando comunque l’argomento in maniera profonda e completa.
Quando leggi un libro di Hornby sembra sempre di leggere la trasposizione cartacea di un film, che per inciso, in questo caso specifico, non esiste. Anche se pare che Johnny Depp ne abbia comprato i diritti.
Uno dei suoi migliori libri, forse appena al di sotto di “Un ragazzo” e “Alta fedeltà”.
Il giocatore
La storia è stata dettata da Dostoevskij ad Anna Grigorievna Snitkina e scritta in contemporanea a Delitto e Castigo per pagare i suoi debiti di gioco. Nonostante queste premesse è ritenuta un capolavoro per via dell’abilità che lo scrittore, data anche l’esperienza sul campo, ha saputo riporre nel descrivere le varie tipologie di giocatori e tutto ciò che avviene nel microcosmo che si forma attorno a loro nelle case da gioco.
Aleksej Ivànovic è di origine russa e presta servizio a Roulettenburg (città inventata e forse ispirata a Baden Baden) come precettore nella casa del Generale, dove per altro non è unico ospite. Tra gli ospiti c’è anche il marchese des Grieux presto odiato sia per la sua nazionalità che per il mistero che ruota intorno a lui e Polina, figlia del generale e di cui il protagonista è innamorato. Nel romanzo viene dato discreto spazio anche all’analisi al comportamento dei personaggi a seconda della loro nazionalità.
Con l’avvento della “nonna” in scena la storia decolla e diventa anche avvincente: è una figura cardine, il fulmine a ciel sereno che porta lo scompiglio, ogni vicenda inserita nel romanzo sarà influenzata da questa presenza. Da questo punto in poi finisce la premessa composta dalle riflessioni paranoiche del classico protagonista di Dostoevskij e dai pettegolezzi sui personaggi che popolano la casa del generale.
Piccola nota: il romanzo è facilmente rintracciabile in rete come ebook gratuito, sia in forma epub per smartphone o e-reader, sia come normale pdf.
L’amore ai tempi del colera
La trama?
C’è poco da dire su questo fronte.
Florentino Ariza ama alla follia Fermina Daza, che non riesce ad accettarlo.
La vera malattia di cui ci parla Márquez non è il colera, ma l’amore. L’amore non si sa cosa sia, con precisione. Difficile dargli una connotazione adeguata, nessuno, credo, possa farlo. Oppure sì, ma tanto non accetteremmo mai pienamente le sue parole.
Si può dire però, che l’amore è effettivamente qualcosa di molto vicino a una malattia. Perciò volendo dare per buona questa definizione, ogni forma d’amore, anche quello vissuto in maniera intensa e malata, è giustificato e giustificabile. Se non più vero.
Nel romanzo abbiamo diversi modi di essere malati e quello fra Fermina Daza e Florentino Ariza è uno dei più antichi, ma anche il più moderno: portato avanti per via epistolare come oggi nascono gli amori su internet. Uno sguardo che ti rapisce e puff, è finita, non puoi più far a meno di pensare a quella persona. L’impulso di scriverle è terribile, la pensi, la vedi ovunque, vorresti parlarle, non vorresti fare altro che stare con lei. È l’amore che è terribile: una terribile malattia senza cura.
Ma se fosse tutta un’illusione?
E se invece non lo fosse?
Sullo sfondo l’epidemia del colera, un dottore che sacrifica se stesso per l’amore (ancora questo amore) della gente, un faro, navi, fiumi, notti, amore, parole, sesso.
C’è chi ama l’amore e lo idealizza, e poi, quando lo trova, non lo capisce più.
E c’è l’amore che nasce lentamente, col tempo. L’amore può nascere quasi ovunque, basta innaffiarlo bene (e sarà impoetico, ma si deve anche concimarlo un po’).
I migliori racconti (di Richard Matheson)
In questa antologia proposta da Fanucci troviamo nove racconti avvincenti e originali, molti dei quali sono stati usati per ricavarne dei film, come ad esempio Duel sceneggiato dallo stesso Matheson e diretto dall’esordiente Spielberg. Matheson è un autore decisamente amato dagli scrittori e sceneggiatori del genere e non solo (King ne è palesemente influenzato) tant’è vero che da Io sono leggenda sono stati ricavati la bellezza di tre film, il primo dei quali a dirla tutta è stato adattato da lui (L’ultimo uomo della Terra).
L’autore si è sempre diviso fra scrittura e cinema (o tv) e più volte si è dedicato alla sceneggiatura (ad esempio ha adattato Cronache Marziane di Bradbury o l’originale Lo Squalo 3). Per la tv, molti degli episodi migliori della serie Twilight zone sono suoi e nel 2010 un suo racconto è stato usato per un episodio dei Griffin.
Oltre che Duel questa raccolta contiene I figli di noè da cui è tratto Nient’altro che guai di Dan Aykroyd e La preda da cui è stato ricavato Trilogia del terrore, film che ha avuto poco successo, ma considerato di culto dagli amanti del genere.
Matheson in questi racconti esplora paranoie e paure comuni e passeggia tra i generi del fantastico e del surreale riuscendo a fondere in maniera naturale fantasy, horror, grottesco, senza che nulla risulti fuori posto, senza che niente rovini l’atmosfera: difficile trovare un racconto poco riuscito. In La Preda si avverte da subito che sta succedendo qualcosa e cosa – si teme succeda – ma la tensione sale ugualmente, in La legione dei cospiratori si avverte tutto il malessere di un uomo paranoico, mentre La casa impazzita esplora la rabbia e l’incapacità di ascoltare. Duel è semplicemente geniale e il primo brevissimo racconto, Nato d’uomo e di donna, con il suo “vedo e non vedo” di parole è veramente un’ottima prova di scrittura.
Completano l’opera: L’uomo enciclopedico, La danza dei morti e Il nuovo vicino di casa. Il primo è l’unico racconto sci-fi della raccolta, negli altri due la paranoia la fa da padrona.
C’è quello che può piacere di meno e quello che può piacere di più, ma di sicuro nessuno è fuori luogo o orribile.
Tranne il contenuto, quando voluto. Ovviamente.
La punizione del maiale
In verità sono due racconti lunghi, o romanzi brevi, racchiusi in un unico libro. Punti di contatto fra i due racconti Okinawa e le yuta (è una sorta di vecchia paesana/sciamano), che comunque nel secondo vengono appena menzionate. Forse un personaggio del primo racconto compare di sfuggita nel secondo, ma non è certo e potrebbe essere solo un caso di omonimia.
La punizione del maiale
Dopo che un maiale ha fatto irruzione nel locale dove lavorano tre donne, un ragazzo originario dell’isola di Maja (inesistente nella realtà), e presente al momento, le accompagna nel pellegrinaggio verso un luogo sacro (utaki): questo è l’unico modo per liberarsi dal maleficio che l’animale ha gettato loro addosso.
È una storia abbastanza semplice, ma a tratti anche originale. In un romanzo praticamente di formazione troviamo molte classiche situazioni da manga, il che mi ha fatto pensare a una scrittrice come Banana Yoshimoto, ma anche ad autrici di manga vere e proprie come ad esempio Rumiko Takahashi. Soprattutto ai suoi Maison ikkoku (Cara dolce Kyoko) o anche Uruseiyatsura (Lamù) che spaziano in questo tipo di società giapponese molto ai margini della modernità e formata da persone semplici e avvezze al divertimento esagerato e all’eccessivo – e molesto – abuso di alcol e cibo. Baldoria senza remore a tutto andare insomma, dove il ragazzo protagonista (tipico giapponese da manga come Godai di Maison ikkoku o anche Kyosuke di Orange Road) è forse l’unico personaggio assennato – anche troppo, quindi no – presente nella storia, come in ogni buon manga del genere, ed è circondato da questo tipo di persone estremamente sopra le righe. Soprattutto le donne.
L’oleandro alle spalle
Forse è un termine forte, ma questo invece è un racconto abbastanza inutile. Come il primo è ambientato ad Okinawa, ma durante la guerra in Vietnam. È la storia d’amore/amicizia fra Michiko, ragazza giapponese di sangue misto e Jackie, un giovane soldato americano. Purtroppo nonostante l’ambientazione interessante e un primo incontro “carino”, non dice praticamente nulla e ha anche il difetto – pesante – dei dialoghi, ingenui, che addirittura in quello che dovrebbe essere il momento topico spezzano talmente tanto l’atmosfera che fanno cadere tutto.
Onestamente l’autore, Matayoshi Eiki, non mi ha colpito, ma sembra che abbia scritto ben altro, quindi attenderò, magari, di avere tra le mani un altro suo libro per ricredermi.
Cent’anni di solitudine
Clamoroso quanto sia riuscito a fare Gabriel García Márquez in “cent’anni di solitudine”: quattrocento pagine di narrazione liquida allo stato puro.
Leggere della saga dei Buendía è qualcosa di speciale, è viaggiare all’interno di un uroboro essendone consapevoli, una costante cascata di fatti che si susseguono a ruota a velocità anche maggiore rispetto al susseguirsi dei protagonisti, che per lo più appartengono a due caratteri contraddistinti: quelli degli Arcadio e quelli degli Aureliano.
Tutto comincia quando José Arcadio Buendía uccide Prudencio Aguilar per una sua mancanza di rispetto e tormentato dal fantasma (e dai rimorsi, che prendono così forma?) va via dal paese con sua cugina Ursula e fondano Macondo. Il villaggio cresce sempre di più e la magia vela tutto, soprattutto la famiglia Buendía sulla cui stirpe dopo l’unione fra i due parenti grava una maledizione. Ma Prudencio non è l’unico fantasma della vicenda con cui i vivi possono parlare, questo elemento, gli eventi che si ripetono nel tempo, l’accettazione del sovrannaturale senza indagare e anche elementi di contaminazione fra civiltà, di folklore e tanti altri, fanno di Cent’anni di solitudine uno dei romanzi cardine del cosiddetto realismo magico, di cui altri esponenti sono sicuramente Jorge Luis Borges ma anche Dino Buzzati per non citare solo sudamericani. Che comunque in questo territorio la fanno da padroni.
La famiglia Buendía diventa da subito numerosa con figli propri e acquisiti, che si divideranno sempre due nomi con qualche variante: Aureliano e Arcadio.
Ogni personaggio del romanzo ha la sua particolarità e le sue caratteristiche anche se ogni esponente dei due “filoni” porta avanti alcune particolarità del corrispettivo “capostipite”: difficile confondere gli Arcadio, più facile per quanto riguarda gli Aureliano, essendo molti di più. Ma quelli principali spiccano, di sicuro e anzi, portano avanti la parte più movimentata delle vicende.
L’amore assoluto, anche malato e maledetto come quello fra José Arcadio e Ursula o quello fra Aureliano per la piccola Remedios Moscote, è forse alla base di tutto: quella dei Buendía è una stirpe maledetta che geneticamente ricerca la maledizione in maniera quasi disarmante. Ma anche umana e quindi comprensibile. Gli eventi si ripetono nel tempo in un presente che appare infinito, dove Macondo è l’epicentro del terremoto spazio-temporale e i Buendía gli sperduti e solitari crononauti.
Già le prime 40 pagine appaiono incredibili, un altro autore ci avrebbe tirato su un intero libro: è tutto talmente concentrato e continuo da risultare di una densità raramente percepita in un testo. Poi il registro cambia leggermente, la magia scende un po’ ed è quasi il reale a sembrare meno credibile in un contesto che di suo si fonda tutto su fatti di fantasia ma imperniati di vero o possibile realtà. Ma il ritmo non cala, quello non cala mai, ed è questo ritmo la forza del fiume in piena di parole e vicende che è il libro di Márquez ti rovescia addosso ad ogni sessione di lettura.
Un libro da leggere di sicuro, nella lista dei cento da leggere per forza.
Middlesex
« Sono nato due volte: bambina, la prima, un giorno di gennaio del 1960, in una Detroit straordinariamente priva di smog, e maschio adolescente, la seconda, nell’agosto del 1974, al pronto soccorso di Petoskey, nel Michigan »
Finisce per mancarti Callie… o Cal. E il suo modo di affrontare le cose più strane in solitudine. Il suo sentirsi fuori posto in ogni luogo. Finisce per mancare Middlesex: è uno di quei romanzi che una volta terminati lasciano strascichi un po’ ovunque, nella testa e nel cuore. L’inizio può risultare ostico: questa non è solo la storia di Callie, nata bambina e divenuta uomo, ma anche la saga familiare degli Stephanides che parte dagli anni 20 in Grecia, attraversa la guerra, la Turchia, arriva in America ai tempi del proibizionismo e si ferma fino ai giorni nostri. Dove Cal, ora uomo, inizia a raccontare della Callie bambina, dei suoi nonni, di suo padre e sua madre e delle varie società in cui gli Stephanides si sono addentrati e di tutte le altre cose che anche indirettamente, lo hanno portato ad essere quello che è.
Jeffrey Eugenides, a quando un nuovo libro?
Il titolo, Middlesex, non è solo un chiaro richiamo a “sesso a metà” o “il sesso di mezzo”, ma anche il nome della strada di Boston dove è nato Eugenides e dove in parte è ambientato il romanzo. Lo scrittore e il protagonista condividono anche la data di nascita, ossia il 1960.
Girando per la rete si possono trovare diversi pareri, per lo più concordanti sul fatto che sia un ottimo romanzo, ma molti detrattori non riescono ad accettare quelle che chiamano “digressioni eccessive”, ossia la storia di emigrazione dei nonni e le difficoltà dei suoi genitori nel periodo del proibizionismo. Il fatto però è che l’ermafroditismo qua è solo un espediente usato per avvicinare il lettore a una condizione di disagio, la stessa che hanno provato poi gli emigranti e la stessa che hanno sentito i manifestanti durante le sommosse razziali. Questo non è solo un romanzo con un protagonista ermafrodita, il discorso insomma è ben più ampio.
Con Middlesex l’autore vince il premio Pulitzer nel 2002. Il precedente libro, Le vergini suicide del 1993, col suo esperimento riuscitissimo di narratore collettivo, aveva portato all’occhio di tutti uno scrittore originale, in grado di addentrarsi in profondità ma con estrema delicatezza nell’animo umano, soprattutto quello femminile. Quello che rende particolare Eugenides non è solo questo però, ma anche il suo saper descrivere la società attorno ai protagonisti, l’evolversi della medesima e di chi ci nuota dentro. Questo lo vediamo non solo nel suo primo romanzo, ma anche e soprattutto in Middlesex come già accennato. Sono due romanzi molto diversi ma in fondo anche simili di un autore contemporaneo che a mio avviso andrebbe letto, decisamente.
Il Silmarillion
Credo che questo libro possa essere consigliato solo agli amanti del fantasy, e in special modo a quelli che hanno adorato Il signore degli anelli, dove potranno
ritrovare molti nomi e fatti familiari per chi ha letto il capolavoro tolkeniano. Il Silmarillion non è assolutamente un romanzo, ma una raccolta di narrazioni e
leggende a cui l’autore lavorò tutta la vita e da cui sono partite pressapoco tutte le sue creazioni, anche Il signore degli anelli stesso e Lo Hobbit.
A quanto pare le prime pagine del libro risalgono al 1917, ma viene però stampato solo a quattro anni dalla morte di J.R.R. Tolkien, dopo un lavoro di raccolta e adattamento ad opera del figlio Christopher che riunisce in un unico tomo non solo il Quenta Silmarillion, ossia il Silmarillion vero e proprio, ma anche altri quattro racconti più brevi. Le storie qui narrate sono antecedenti ai tre libri che compongono Il signore degli anelli e anche Lo Hobbit, si riferiscono soprattutto alla prima e seconda Età del mondo (Arda) e costituiscono la base dell’universo (Eä) creato dallo scrittore.
L’inizio mette subito paura: Esisteva Eru, l’Uno, che in Arda è chiamato Ilúvatar [...]
Viene subito in mente la Bibbia o qualche altro testo sacro per il modo di raccontare ed esporre i fatti narrati, anche perché la vicenda iniziale è chiaramente una rivisitazione della genesi, da cui Tolkien ha preso ispirazione come poi anche dalle saghe nordiche e medioevali di cui era studioso e saggista: il Kalevala finnico e l’Edda poetica norrena su tutti, e cambiando zona, L’Odissea di Omero e le vicende di Atlantide contenute nel Timeo di Platone.
Tolkien, col Silmarillion, parte insomma proprio dall’inizio, e passo dopo passo, dopo Ilúvatar (il padre di tutto) arrivano gli Ainur, viene creato il mondo, la Terra-di-mezzo e quindi I primogeniti (Elfi) e i secondogeniti (Uomini)… e via così. Nonostante tutto comunque c’è un colpo di scena: i primi ad essere stati creati sono i Nani.
Con il tradimento di Melkor, ossia Morgoth (Vedi Lucifero.), già sentito nel signore degli anelli, inizia la sequela infinita di battaglie per i Silmaril, tre gemme magiche create dall’elfo Fëanor, e quindi anche le tanto spaventevoli liste di nomi di persone e luoghi che si avvicendano. Non è un testo assolutamente facile, ma se si presta attenzione e si entra nel meccanismo la lettura non è poi così ostica. Molti nomi sono dati, per motivi di lingua o per fatti, a cose e persone che ne hanno già avuto uno e in genere l’ultimo è quello che viene usato nella storia (in genere). In realtà, no, è difficile stare dietro a tutti questi cambi come, poi, è difficile capire questo capoverso.
Tra le tante vicende che si susseguono merita menzione particolare quella di Beren e Luthién, una “fiaba” che potrebbe benissimo essere a sé stante e da cui si potrebbe anche realizzare un lungometraggio di quelli che la Disney ricavava dalle vecchie favole.
Ritrovare la Terra-di-mezzo agli albori e l’intero immaginario tolkeniano, scoprire la nascita di luoghi, razze e miti e anche di personaggi che compaiono nel signore degli anelli, nel Silmarillion abbiamo tutto ciò, e forse è l’unica motivazione valida per leggerlo; ritengo sia giusto ribadire che questo è un viaggio percorribile con piacere solo agli appassionati o agli amanti delle lingue e dei poemi cortesi o delle storie epiche. La narrazione è per lo più una cronaca, tant’è che nelle ultime tre o quattro pagine vengono riassunti in poche righe tutti e tre i libri che fanno parte della saga degli anelli ed è solo qua che vengono menzionati i nostri beniamini: Frodo, Aragorn, Gandalf…
Quindi, se non conoscete le vicende del signore degli anelli (esistete?), forse Il Silmarillion, se proprio ve la sentite di leggerlo, è meglio che lo leggiate dopo o per lo meno che saltiate l’ultimo racconto. Buona cerca.














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