(…hai già caricato tutto, rilassati, respira.)
Scrivere #15 – Copiare
“Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi.”
— Cesare Pavese. Ciò che c’è scritto sul mio segnalibro.
Ma una buona idea potrebbe essere quella di copiare da altri scrittori.
Ok, copiare è un termine forte ed è stato ovviamente usato solo per far sgranare più occhi a caso e leggere il seguito. Più che copiare, se non vengono idee, o se non riusciamo a stenderle bene, una cosa che può risultare utile è quella di ispirarsi ad altri libri o scritti in generale. Capita spesso, magari leggendo Dostoevskij per dirne uno che rifletteva poco, di ritrovare ben stesi pensieri che sentiamo nostri. E andando avanti con la lettura la riflessione si allunga e noi condividiamo veramente tutto di quello che sta dicendo Fëdor. Quello che sta dicendo Fëdor, noi lo abbiamo sempre pensato, o ci saremmo arrivati: è roba nostra, adesso. Vorremmo scriverne, ora. Bene, perché no? Se il concetto ci è chiaro, se quello che comporta e dove può arrivare la riflessione lo sentiamo scorrere in maniera naturale e addirittura ramificarsi e mutare dentro di noi perché non svilupparci qualcosa di nostro intorno?
Un esempio concreto può essere questo breve e scarno pezzo scritto dopo aver letto la citazione di Cesare Pavese posta all’inizio. Non sarà un grande esempio, ma di sicuro ci siamo capiti.
Buon compleanno Cormac
Il problema non è sapere dove sei. Il problema è pensare che ci sei arrivato senza portarti dietro niente. Questa tua idea di ricominciare daccapo. Che poi ce l’abbiamo un po’ tutti. Non si ricomincia mai daccapo. Ecco qual è il problema. Ogni passo che fai è per sempre. Non lo puoi annullare. Non puoi annullare niente.
(Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi)
Pienamente d’accordo con te maestro, tanti auguri per i tuoi 78 anni.
Ma Baricco che ne sapeva?
…e insomma me ne stavo seduto in santa pace a leggere City di Baricco sulla veranda e il cervello ogni tanto sfarfallava e pensava che certo, però si sta bene, qua, dovrebbe essere sempre così: luce tenue, freschetto, un libro e io seduto, qua, non il verso della papera, in terra sulla veranda. Silenzio. E nessuno che rompe i coglioni. Si sta proprio bene. Si sta proprio bene e chissà, chissà perché si sta bene, quando in verità tutti cerchiamo qualcosa, qualcuno, un perché. Così si sta bene, basterebbe stare così senza pensare a dover correre e correre e correre. E correre. Lavoro, soldi, relazioni, cibo. Bla bla bla e bla bla bla. Ma fanculo, fanculo a tutto… così si starebbe bene…
…e insomma me ne stavo a leggere e pensare a cose profondissime che nessuno pensa mai, quando arriva un punto in cui si fa una metafora della vita basandosi sulla veranda
lui pensava, davvero, che gli uomini stanno sulla veranda della propria vita (esuli quindi da se stessi) e che questo è l’unico modo possibile, per loro, di difendere la propria vita dal mondo, giacchè se solo si riazzardassero a rientrare in casa (e ad essere se stessi dunque) immediatamente quella casa regredirebbe a fragile rifugio nel mare del nulla, destinata ad essere spazzata via dall’ondata dell’Aperto, e il rifugio si tramuterebbe in trappola mortale, ragione per cui la gente si affretta a riuscire sulla veranda (e dunque da se stessa), riprendendo posizione là dove solo le è dato di arrestare l’invasione del mondo, salvando quanto meno l’idea di una propria casa, pur nella rassegazione di sapere, quella casa, inabitabile. abbiamo case, ma siamo verande, pensava.
Hai capito, che coincidenza pucciosa (cit.), penso. A me ste cose fanno scapocciare… come l’altro giorno che mentre leggo La fine del mondo e il paese delle meraviglie di Murakami e mentre sto su un punto in cui si parla di unicorni e della possibilità della loro esistenza, dalla tv, m’arriva la storia pompata che era stato trovato un unicorno (era un cerbiatto deforme e basta, niente di che insomma, solo un cerbiatto deforme col suo cornetto al centro della fronte). Scapoccio, insomma, quando dico o penso una cosa e in contemporanea la leggo o sento dalla tv o per strada da qualcuno. Ma vabbe, in questo caso ci poteva anche stare… Baricco, Alessandro Baricco, lo scrittore, si sa… è un gran paraculo, ma vuoi che non abbia pensato ad un tizio che legge un suo libro in veranda? Ma che poi non era ‘sta così gran coincidenza…
…e insomma però, il signor Alessandro Baricco, dopo tutte queste palle, deve spiegarmi come conosce Jack. Perché mentre sto là, a leggere il suo libro, seduto con la schiena poggiata al corrimano della scale, arriva proprio lui, Jack, che intrufola il muso nel libro, legge due righe e poi mi guarda col suo sguardo "beh-cazzo-si-fa-qua?".
- Come va Jack? Dov’eri finito stavolta?
E per tutta risposta, il muso, lo intrufola sotto il libro e mi si sdraia addosso, sulle gambe incrociate e puttanescamente si fa accarezzare spingendo la testa sotto le mani.
E… Baricco, Alessando Baricco, lo scrittore veggente, dopo quel pezzo della veranda cosa mi scrive a pagina 130 di City? Cosa mi fa trovare appena punto d nuovo gli occhi sul suo libro?
Ehi, Jack, dov’eri finito? Niente niente sono qua adesso, In gamba Jack una mano accarezza il calcio del fucile[...]
Ripeto, Baricco… ma Baricco che ne sapeva?
Io l’avrei detto in maniera banale
…perciò, per una volta, beccatevi una citazione.




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