(…hai già caricato tutto, rilassati, respira.)
Arrietty (il mondo segreto sotto il pavimento)

Arrietty è l’ultimo film realizzato dallo Studio Ghibli ed è la prima volta da regista per Hiromasa Yonebayashi storico animatore della casa di Totoro.
La storia parla di una famiglia di piccoli esserini alti poco più di dieci centimetri che si autodefiniscono Prendinprestito, che vive in una casa da svariate generazioni.
Questi Prendinprestito, appunto, prendono in prestito oggetti di uso comune come fazzoletti, zollette di zucchero, ma spesso anche oggetti dimenticati o persi per crearsi da soli cose utili per la loro casa.

Miyazaki è alla sceneggiatura e come spesso accade per le sue opere, come i personaggi di questo film, prendendo in prestito qualcosa che gli è piaciuto da ragazzo, cerca di realizzare e raccontarci qualcosa di suo, dove i protagonisti si trovano a far parte di due mondi che non dovrebbero comunicare fra loro e lottano perché questo tabù sia aggirato.
In questo film c’è tutto quello che ci si aspetta dal maestro e dallo studio Ghibli: dolcezza, semplicità, delicatezza, poesia. Come atmosfera ricorda un po’ kiki’s delivery service, sebbene il film di Hiromasa Yonebayashi, nonostante la “leggerezza” e la semplicità che li accomuna, sia decisamente meno scanzonato. Forse ciò che li rende vicini è un equilibrio simile del “parametro” delicatezza.

Arietty è poetico, delicato, leggero, tenero, profondo e soprattutto bellissimo da vedere. I colori e la loro scelta, insieme all’animazione sono fenomenali e incantano: il regista è per prima cosa un animatore e si vede. Il verde come in molte opere dello Studio ghibli è dominante, il rosso e le tonalità calde della piccola Arrietty contrastano e dànno risalto e forza mettendola al centro di tutto.

Unica pecca forse è una sceneggiatura che sembra un po’ frettolosa in alcuni punti (quasi didascalica), dove in altri invece si dilunga restando su dettagli che, possono sembrare insignificanti, ma che in realtà sono il cuore del messaggio del film. Sono queste piccole cose che messe tutte insieme lo rendono particolare, e sono queste cose, che creano le atmosfere ricercate dallo studio ghibli e ci fanno sintonizzare con i protagonisti.
E a questo punto più che la sceneggiatura forse è il montaggio ad avere qualche falla. Il film dura 94 minuti e forse dieci in più ci potevano stare. Di sicuro troverete chi dirà che, invece, ce ne potevano stare anche venti in meno.

La storia originale, o più che altro la serie di racconti che hanno ispirato il film, è di Mary Norton e ulteriore curiosità è che da questa serie è stato tratto un altro film (inglese) nel 1997: i Rubacchiotti, di ben altro spessore.
La trama di Arietty è semplice, è una storia per bambini con sottotracce profonde che spiccano nei silenzi, negli sguardi, nei movimenti, nelle inquadrature e nei contrasti fra piccolo e grande. Purtroppo il co-protagonista, Sho, sembra spesso messo lì solo per fare la sua parte, sembra un attore che ci crede poco e risulta spesso poco credibile a sua volta. Altro personaggio che non convince è la signora Haru, forse troppo sopra le righe: nella cultura giapponese un personaggio così è tipico, specie nelle commedie, ma anche se ha i suoi riusciti momenti di simpatia che spezzano l’atmosfera lineare, in questo caso forse è troppo. Problemi di simpatia non li hanno Arietty, il papà e il resto del cast, tra cui spicca Spiller che sembra più che altro un personaggio-cammeo, e ricorda tanto quei due matti selvatici di Conan e Gimsey (soprattutto quest’ultimo) della indimenticabile e amatissima serie Conan il ragazzo del futuro.

Il film ha raccolto molti consensi in giro per il mondo, la distribuzione in italia c’è stata, ma a vedere gli orari e quanti pochi spettacoli siano programmati ogni giorno, forse già dalla prossima settimana sparirà dalle sale.
Ogni tanto un film di Miyazaki fa bene ai polmoni e al cinema sono rari, anche se sempre meno.
Pensateci su.
Quella gatta non è normale #2
In questo periodo tutti i gatti della zona, della città, del paese, dell’Europa tutta, del mondo, e via così, sono arrapati fradici. E hanno deciso di bivaccare sotto la mia finestra. Soprattutto di notte.
Giulietta (drammatico che ora possieda un nome), ha deciso di fare base sulle mie scale e tutti i Romei del circondario vengono a corteggiarla; evidentemente deve essere una gattina molto bella e che rispetta i tutti i canoni di bellezza felina che possono attirare un maschio gatto nel pieno della sua potenza sessuale, ed effettivamente lo è, bella, posso assicurare, non da gatto ovviamente, ma da estimatore di sicuro. Per tutti i gatti qua intorno deve essere qualcosa tipo Elena di Troia, e la voce deve essersi sparsa ai quattro venti, perché altrimenti non si capisce tutto ‘sto casino del cavolo ogni notte, mattina, pomeriggio, sera, eccetera. Sì, è incredibile, ma io mi sto innervosendo per colpa dei gatti.
Di fianco le scale c’è un vecchio albero di limoni. Fa dei limoni enormi tra l’altro con una scorza alta tanto, ma questo non c’entra niente, e lei se ne sta là, seduta sul suo culetto, composta, a leccarsi le zampette e tutti i gatti se ne stanno invece là sotto, a litigare per lei. Stanno fermi in realtà, è un tacito accordo, una roba tipo: “il primo che si muove, gli andiamo tutti addosso, ok?”
La cosa buffa è che nonostante tutto questo prodigarsi, basta che io apra la porta e non appena lei mi vede, mi corre dietro e comincia tutta la tiritera dei suoi smiciolii snobbando tutti quei gatti che vogliono solo lei, tra cui il gatto di mia zia, per il quale io ovviamente parteggio: è un gatto simpatico, e anche abbastanza bello, certo forse ha la testa un po’ troppo grossa, ma è bello dài, e poi è un gran gatto: una volta è scomparso ottanta giorni precisi precisi, poi è tornato ed è saltato in braccio a mio cugino facendogli feste e festoni.

Giulietta (ahia.) comunque snobba lui, snobba il gattone biondo enorme dal pelo lungo e spazzolato (credo si faccia bello a posta) che sembra un grosso fricchettone imbranato, non gli piace quello nero e sofisticato col collarino chic che sembra uscito da via col vento, non gli piace quello uguale a lei, non gli piace quello che sembra Barbarbarba, il figlio di barbapapà nero e peloso e tanti altri. Non gliene piace manco uno insomma.
Gli piace solo strusciarsi addosso a me e smiciolare ripetutamente. Mi ricorda troppo la drammatica scena di Semola trasformato in scoiattolo da Merlino che dice alla scoiattolina: “io sono un ragazzo!” e lei non ci crede. Poi torna ragazzo e la scoiattolina piange disperata.
Io sono lusingato, lo ammetto, ma la faccenda comincia a diventare inquietante. Anche perché nessuno mi ha trasformato in gatto.
Byosoku go senchimetoru

Cinque centimetri al secondo, come spiega la piccola Akari a Takaki è la velocità dei petali di ciliegio che cadono al suolo. Il lungometraggio di Makoto Shinkai, molto intenso e poetico, è diviso in tre parti che riprendono diversi episodi della vita dei protagonisti col passare degli anni. Tutto inizia quando Takaki e Akari s’incontrano da bambini: i due fanno subito amicizia, entrando in perfetta sintonia e poi si riscoprono innamorati quando Akari deve trasferirsi lontano. Non vi preoccupate che non è un spoiler, succede/si capisce tutto subito e comunque non parlerò praticamente più della trama, precisamente da qui.

Il silenzio, interrotto spesso solo da voci fuori campo, le ampie vedute, gli scorci di cielo, immenso ma mai vuoto, incastonato di gemme fatte di nuvole, giochi di luce, cavi, petali, striature colorate. I dialoghi, la pressoché assenza di musica sostituita dai rumori del vento, dell’acqua che scorre, del treno che passa, creano perfettamente un’atmosfera di immersione totale. Io, ovviamente, magari colto nello stato d’animo giusto, ci sono caduto dentro con tutte le scarpe, sporcandomele ben bene anche un po’ di fango… tant’è vero che sono rimasto a fissare lo schermo per qualche minuto anche dopo i titoli di coda, nel più totale e rispettoso silenzio.

I titoli di coda scorrevano ed ero ancora là in completa trance. Erano finiti, e c’era ancora quel silenzio carico. Ero totalmente assorto, le immagini e le parole che componevano il film stavano ancora lavorando duro, non tanto nel cervello, quanto tra i polmoni. C’è qualcosa di peggiore di non amare o non essere amati? Di non trovare la persona giusta? Forse sì, forse è trovarla ma non poterla avere accanto per la distanza, spaziale, temporale. O entrambe
Sento l’impulso di condividerlo, insomma. E’ un po’ difficile da reperire, ma c’è un’ottima versione fansub in circolazione.
Se non riusciste a trovarla, mandatemi un’e-mail.

Questo è il post su Wall-e
E’ un post, non una recensione, dovreste averlo capito ormai che non so assolutamente recensire i film eh. Ho pure usato il nuovo tag –partesaltabile– di iobloggo che è sempre più avanti.
–partesaltabile–
Una cosa divertente dell’andare al cinema da soli è il classico dialogo che mi capita con la bigliettara. Io arrivo là, e non c’è nessuno, in special modo non c’era nessuno quando sono andato a vedere Wall-e, che erano le 15,30 ed è uno spettacolo un po’ desertizzato. Arrivo là, e mi appropinquo (?) alla cassa. Metto le manine sul bancone, appoggio i gomiti, mi sporgo, lei mi guarda e mi fa:
- Il prossimo
- …
Comincio a farmi problemi esistenziali del tipo: sono un fantasma? Sono morto? Sono così anonimo? Dio, come mi sento solo, sigh, sob… poi mi faccio coraggio: è solo la prassi, mi dico. Solo la prassi. Mi guardo spaesato intorno.
- sì, dica pure.
- …
Cos’è? Sono misteriosamente ricomparso? Ho dei poteri tipo X-men o come i fantastici quattro (in uno)? A seconda delle emozioni divento visibile o meno?
- Sì, per lo spettacolo delle 15, 30… wall-e…
- Ok, quanti biglietti?
- …
Sempre rimanendo appoggiato coi gomiti sul bancone, mi volto a destra. Poi a sinistra. Poi mi ergo in tutta la mia altezza (e bellezza) e mi volto indietro. Guardo lei e faccio:
- …uno?
- …
Stavolta puntina lei. Cazzo si puntina non si sa.
- …uno??? – chiede.
- …
Sob, ma che cazzo vuoi? Penso.
- Uno… -, le dico più virilmente che posso. Col labbro inferiore tremolante.
- Uno… – digita -, per Wall-e… ecco fatto, fanno cinque e cinquanta, ok, buona visione.
Sob, mi prende pure per il culo…
E con questo spirito io vado a vedermi Wall-e. Capite? Wall-e, film evento della Pixar. Studiato a tavolino sin da quando i 4 magnifici fondatori erano dei poveri nerd pirlotti che lavoravano in una sezione pubblicitariamisembrachefosse di una ditta di nonsocosacazzoècheeraprecisamente. Ora sono sempre 4 nerd pirlotti, ma pure ricchi e famosi da far vomitare nero. E se lo meritano (di esseri ricchi).
Quindi, ho questo biglietto per Wall-e. Allo spettacolo mancano tipo quindici minuti buoni, più quindici di pubblicità del cazzo, ma niente paura, io sono un ragazzetto molto previdente e mi sono portato Sostiene Pereira per passare il tempo, quindi ora mi avvicinerò a quelle belle poltr… uhm, momento, non c’è il tizio strappabiglietti. Uhm. Potrei passare. Ma sarà consentito? Se lo facessi violerei qualche regolamento? Uhm. Vado? che faccio? E mentre dico “Uhm” per la seconda volta in realtà già sto al piano di sopra che cammino verso la mia sala. In verità stavo salendo già da questo pezzo: “[...]on c’è il tizio strappabiglietti. Uh[...]“.
Il display dice: Wall-e, proiezione fra tot minuti, lo ringrazio, entro e ovviamente essendo presto non c’è nessuno. Comincio così a leggere, svaccandomi sul mio assurdo posto in alto a sinistra e ogni tanto mi chiedo che cavoli gli abbia preso alla tizia che mi ha assegnato il posto… ma uno centrale e più basso no? boh. Ti odio maledetta. Vabbe, sarà che c’è tanta gente che ha già prenotato prima. In verità so benissimo che se entreranno altre quattro persone sarà tanto, non so perché devo giustificarla. In questo momento la odio, ma ricordatevela… perché ne riparlerò a fine post… La pubblicità inizia e non arriva nessuno. Ma chissenefrega, continuo a leggere e alzo gli occhi solo per il trailer di Bolt. Dopo un po’ inizia il film. E non entra nessuno. Mi sento di merda, ma poi penso: porcocazzo. Ho pagato cinque euro e cinquanta e stanno proiettando sto film della madonna solo per me. Ma che voglio di più dalla vita? EH? Il posto centrale. Così quatto quatto me ne vado al centro e mi svacco, ma mi svacco di brutto, che manco a casa mia, mi slaccio pure la cintura. A casa non posso perché sto in tuta, per dire. Per un attimo penso di appoggiare i piedi sulle poltroncine davanti, ma l’ultimo barlume di civiltà che è in me mi fa desistere. Mortacci sua oh, sarebbe stato definitivo.
–partesaltabile_fine–
Ok, questa era la parte saltabile, e questa dopo è quella in cui parlo del film.
Il film è una ficatona. E potrei concludere così, ma è anche giusto scriverne qualcosa. Inizia tutto con una panoramica dall’alto, grattacieli, rifiuti, le tonalità seppia e ruggine abbondano e si sprecano (no questo mai), escono da tutte le fottute pareti, la telecamera arriva su questo robottino, Wall-e, che è affaccendato a impacchettare rifiuti. Intanto noi siamo trasportati in questo triste scenario dalle note scanzonate dell’ironico tema iniziale e… siamo soli soletti nel cinema e… ci vediamo questo robottino che ci ricorda pure Numero5 di Corto circuito e… quindi la nostra infanzia e… che lavora solo soletto sulla Terra e… che vita di merda, sigh sob. E quindi ci identifichiamo da paura. Perfetto. Da questo momento per ogni cazzata essendo delle schifose mammolette avremo i lucciconi. C’è da dire che forse la parte iniziale è un pelo troppo “guardate quanto siamo bravi coi dettagli noi della pixar”. E’ comunque bella bella, poetica e romantica (con l’avvento di EVE, la robottina stile apple). Ma poi il fatto che non parlino a me intenerisce da far schifo. Ecco l’ho detto. Sgrunt. Bah. Mah, vabbe, la parte del duro rinsavito l’ho fatta. La seconda parte del film è ricca d’azione e di gag invece e a tratti mi ha stonato, ma anche divertito e fomentato. Ok, il film ha le sue pecche, ma ragazzi, io abbasso gli scudi e mi prostro davanti alla Pixar. Fatevi ‘sto regalo, abbandonate il cinismo che ci impone questa vita del cavolo e godetevi Wall-e.
(Per quanto riguarda la tizia bigliettara, non è successo niente, che vi aspettavate? Hmm… la odio un po’ meno forse.)
[Philms][04] Tanta corea e colori vari su colorivari
Il titolo che ho sempre sognato di scrivere. Bruciato così, anche un po’ senza una motivazione vera, se vogliamo… per sempre. Sigh.
Prime visioni
Wall-e. Ma si rendono conto… sì, insomma, quelli della Pixar… ma si rendono conto quelli della Pixar di cosa hanno creato? Ne sono consapevoli? Ne sono consci? Ne sono - Error: i sinonimi contenuti in questo cervello sono esauriti. -
Ma che caz… ma porc… ma #+òàà@… Niente. s’è rotto, mi toccherà provare a scriverne a parte.
(Forse.)
(Viva i condizionali, yuppie!!!)
Recuperati
Il quinto elemento. Oh. Finalmente un film in cui ti aspetti di trovare Milla Jovovich in costume adamitico e c’è. E basta. No dài, non è malaccio invece. Certo, io mi aspettavo un film un po’ alla Matrix, ossia azione e un minimo di contenuti, ma alla fine è solo un film d’azione. Ha anche una bella trama poetica e sullo scifi-fiabesco (?) se vogliamo… per carità ce l’ha… e quindi dovrei amarlo alla follia… e … e come al solito sembra che mi abbia fatto schifo, vero? Ma non è così. Certo, non è che mi abbia fatto impazzire eh, ma… Dài, ok, è un bel film. E mi faceva pure venire in mente Zoolander ogni tanto.
(Forse è che se ti aspetti che sia vicino a Matrix, al primo per lo meno, e ti ritrovi invece che si accosta a Zoolander ci rimani per forza stranito?)
I’m a cyborg but that’s ok. Una premessa. Per vedere questo film ideato da sbroccati che parla di sbroccati bisogna per l’appunto essere a nostra volta degli sbroccati. Se poi ci si aggiunge che è reperibile solo in coreano e che potrebbe capitarvi per 38 minuti di aver problemi con la decodifica dei sottotitoli impostata su default quando invece doveva essere su iso-8859-1 (mi pare… oddio fammi rifiatare in questa parentesi che in questo periodo senza virgole stavo per morire…), e ve lo vedeste ugualmente, beh, ma pensate quanto potete essere sbroccati… oh. Pensate! Questa ovviamente è più che altro una disamina autoincensante su quanto posso essere sbroccato io, e quindi ora che faccio?, le butto giù due righe su film? eh? massì le butto giù. Dài. *STUNK* *STUNK* Cos’è? Beh, cazzo, pensavo fosse chiaro, ho buttato giù due righe. Le conservavo dai tempi delle medie solo per fare una "battuta" simile. Ah ah. Ah. Ah… ah. Ah? Beh… il primo tempo tocca reggerlo, onestamente, io che sono io, per un paio di volte ho pensato di mollarlo… poi però il secondo, di tempo, ripaga di tutto. Sebbene questo film me lo aspettassi meno sbroccato e più poetico… e magari con una marea di contrasti fra il bianco "camice" e vari colori a caso in più. Io l’avrei fatto così, ecco.
In sintesi
Rivedrei: Tutto.
Wow, ci vuole talento a buttare giù tante cazzate senza anche buttare giù due righe… *STUNK* *STUNK*… della trama, deficiente. Che. Defi.cie.n.te.
(Chi cazzo è che ha riportato su ‘ste righe?)
[Philms] Numero zero
Una volta sì che era un immondezzaio come si deve questo blog e che giustificava l’appartenza alla categoria varie su iobloggo. Bei tempi. Poi i post pensierosi e i racconti hanno preso a farla da padrone… ma non è che posso sfornarne sempre. E comunque adesso, queste due cose mi servono altrove. E visto che non mi va di far morire il blog e che scrivere e descrivere serve sempre per quello che vorrei fare, riparto con il recensire anche i film. O meglio i Philms. Ma non sono un cineblogger o un vero esperto, ne tanto meno accademico: non aspettatevi nulla di professionale o sensato o parole tipo pianosequenza o pasoliniano.
Prime visioni
Kung fu panda. E’ ancora al cinema. Non lasciatevi vincere dal fatto che "è un film Dreamworks, meglio la Pixar". Avete senz’altro ragione. Però Kung Fu Panda merita, merita e merita a go-go. Non sembra nemmeno della Dreamworks… Sarà grazie a quel "dai creatori di Toy Story"? Meriterebbe una seconda visione solo per la "tartaruga". Che quando mi torna in mente quella scena iniziale della "tartaruga", porcamiseria, mi viene ancora da ridere… ovunque sia e qualunque cosa stia facendo. Quindi se mi incontrate e vi sbotto a ridere in faccia, tranquilli, sto immaginando la "tartaruga". Ma vabbe, a me fa ridere una camera fissa per dieci secondi sul volto di un Muppet quindi non so quanto possa valere. La storia è semplice, ma le battute efficaci (e incredibile per la Dreamworks niente volgarità o allusioni sessuali a parte i "tenerini", ma possiamo concederglielo), Fabio Volo è tollerabile e giusto un paio di volte ricorda Dj Francesco in Robots; le scene dei combattimenti sono fighe e in un paio ho avuto pure un pochetto di pelle d’oca; lo ammetto. Ah, è un film a) d’animazione, b) d’azione. Quindi non v’aspettate il papà che deve trovare Nemo ma neanche Will Smith che mette la testa di un omone nel culo dell’altro. Per quanto in uno Shrek potrebbe accadere. Kung fu Panda è tipo Naruto ma con un Panda (l’avreste mai detto con quel titolo?).
Hancock. Qua, invece, Will Smith, c’è. Ed è un gran Will Smith. Ma a parte Will Smith?
Io non ho ancora ben chiaro perché abbia visto ‘sto film nonostante addirittura mio fratello me ne parlasse così così. Inizia subito con effetti speciali orrendi che mal mi dispongono: il volo fa cagare, i salti fanno cagare, le esplosioni fanno cagare. Il pop-corn, fa cagare. c’è sempre uno slittamento di sovrapposizione o oscillamenti sbagliati.
Su questo punto di vista sembra un film ben più vecchio, boh. Va a capire tu… sarà che abbiamo cinema diversi da quelli americani? Ma non è solo questo. E per quanto riguarda il pop-corn non è colpa di Berg, diciamolo. Will Smith è immenso – a priori – e un po’ mi ha ricordato l’interpretazione di Alì (ecco, magari vedetevi quello) con quel grugno da Padrino. Gran grugno Will, bravo. Ma a parte il grugno di Will Smith, che c’è? Il film inizia come una commedia d’azione sborona – e io, volevo vedere una commedia d’azione sborona -, ha i suoi attimi drammatici e ok. Poi nella seconda parte cambia registro totalmente. Sembra che arriva un altro regista, saluta il vecchio e gli dice: "ok, da adesso qua ci penso io, addio e grazie per tutto il pesce". Ed esagera: cambia tutto: atmosfera, musica, inquadrature… ma buttando questo tutto in un contesto che non riesci più a prendere sul serio. Due buone parti, ma da mettere in due film diversi. Però… gran grugno quel Will Smith.
"Io… sono Hancock, bevo e m’incazzo". Applausi. Per Will Smith.
Recuperati
Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera. Me lo volevo vedere da tanto tempo perché Kim Ki-duk è figo (se non avete visto Ferro3 non vi ci parlo più) e fa figo, ma non credo di averlo apprezzato appieno. Che mi vuole rappresentare? La ciclicità della vita? L’imparare dai propri sbagli? La difficoltà di vivere fuori dalla società ed entrarvi? Sì sta meglio da soli che male accompagnati? Chi disse donna disse danno? Ma perché devo trovarci una spiegazione? O ancora peggio una cazzosissima e occidentale morale? Cosa sono tutte ‘ste domande? Ma non sarà che ‘sto solo rosicando perché non l’ho capito appieno o l’ho capito e mi aspettavo di più? Ah ah ah. La tartaruga… (visto?)
Broken flowers.
"Dobbiamo fare un film con un protagonista depresso, caustico, che dica poche battute… chi potremmo chiamare?"
"Chiamiamo Bill Murray!"
"Il comico!?"
"Comico? a te ha mai fatto ridere Bill Murray?"
"No, effettivamente no, che poi ha solo un espressione."
"Esatto, non trovi sia perfetta? Il problema è che parla… Ma noi non lo faremo parlare!"
Ma povero Bill, in realtà a me piace e sta un sacco simpatico, però devo dire che lo preferisco di più in film seri sebbene il Peter dei Ghostbusters sia un mito. Broken flowers, di Jim Jarmush, l’ho visto un po’ a scatola chiusa e alla fine s’è rivelato un film abbastanza interessante. E’ più o meno un on the road esistenziale: un uomo scapolo e benestante riceve una lettera anonima scritta con inchiostro rosso su carta rosa; dove legge che venti anni prima ha avuto un figlio e che ora lo sta cercando. Bill Murray, iperstatico e depresso come solo lui può, viene spronato da un suo amico che si crede un detective a compiere un viaggio per scoprire chi è la madre del suddetto. Un viaggio in cui sarà ossessionato dalla compagnia del colore rosa e dalla musica di un cd etiope. Nonché dalla non-presenza di un figlio e di… qualcos’altro? Non male insomma e c’è Bill Murray serio.
(Psss… maschietti: si vede pure un po’ di pelo…)
Aeon Flux. Volevo vedere questo film perché c’era Milla Jovovich in costume adamitico. Ma purtroppo mi sono sbagliato. Era Charlize Theron, e ‘sta cosa mi ha un po’ mal disposto più del dovuto, perché mi ha pure ricordato Hancock. Aeon Flux, con Hancock, non c’ha niente a che vedere eh… ma pure là c’è Charlize Theron. Contro cui non ho nulla eh, anzi. Però… insomma se c’è una cosa che mi mal dispone di più degli effetti speciali fatti male, qua accettabili comunque, è non trovare Milla Jovovich dove credo ci sia Milla Jovovich. Sintetizzando, Aeon Flux, è un film sci-fi dove c’è praticamente tutto: clonazione, superpoteri, cazzotti, calci, mutanti, perdite di memoria, misteriose navi che girano sulla città e che chissà se ci saliranno?, bombe a mano, tric e trac, storia d’ammore… ma non c’è Milla Jovovich porcocazzo. Sob.
In sintesi
Rivedrei: Kung fu panda, Primavera eccetera eccetera, Broken flowers.
Se proprio devo: Hancock.
Ma anche no: Aeon Flux (se lo rigirano con Milla Jovovich può darsi).
Philms andrà in onda molto teoricamente e molto ottimisticamente ogni giovedì. O più probabilmente quando ho tempo.
(E si spera anche meno logorroicamente. Ma è il font, è solo il font.)






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