Storia di una piantina

Tutto ebbe inizio in quinta elementare.
Sin dall’asilo, passando per le elementari, le medie e un pezzo di superiori, io, salvo rari sbandamenti, sono stato cotto e stracotto di una sola e unica ragazzina. In quarta elementare uno dei miei più cari amichetti, ebbe la geniale idea, verso gli ultimi giorni di scuola di dire davanti alla maestra e tutti i compagnetti che avevo questa cotta per lei. Lei che non era proprio schifata, secondo me (una volta venne a pranzo a casa mia e alle nostre mamme disse che le piacevo! E poi ci fu quell’altra volta che mi piantò una matita nella schiena…) presa in contropiede, sistemando le – pericolosissime – matite colorate nell’astuccio, disse: “mi spiace, ma sono innamorata di un altro”. Fu il primo di tanti e tanti due di picche.

*pezzo di violino triste, c’è un bimbo che cammina con le mani in tasca nella pioggia*

Comunque, in quinta elementare, ero depresso fradicio (già dalle elementari quindi, credo sia qualcosa di genetico) perché per me i compagnetti erano come fratelli, le compagnette come sorelle e la maestra, beh, una seconda mamma o giù di lì… una zia và. E perdevo pure il mio amichetto, a cui avrei preso quella faccia da culo sorridente e l’avrei passata sul muro fino a consumarla come una gomma usata. E poi finita la quinta, perdevo pure lei.
Me ne ero praticamente fatto una ragione di tutti questi perdi questo e perdi quello, quando lei ebbe la bella idea di regalarmi un vasetto con dentro una piantina. Non ricordo perché avevamo ‘ste piantine in classe, comunque le avevamo e lei mi venne vicino, entrò nella mia nuvoletta grigia di depressione, mi porse la piantina e disse: “mi raccomando, questa la affido a te.”
Ero al settimo cielo. Tornai a casa strusciando la guancia sul vasetto, accarezzando la piantina tutto gongolante e la innaffiai subito. La controllavo sempre, la controllai tutta l’estate. E questa piantina sembrava immortale, a volte prese a curarla mia madre, quando non ero a casa e tutte queste cose qua da bambino impegnato che va in giro a giocare a pallone e a saltare i fossi in bicicletta. Cioè, non è che potevo sempre stare dietro a questa piantina e poi la cotta m’era – abbastanza – passata. Qualche anno dopo ebbi lo shock. Quella, non era la piantina che mi diede lei. La piantina che mi affidò… quella piantina… morì a tempo di record, un paio di giorni dopo. Mia madre l’aveva sostituita, o ne era cresciuta dentro un’altra e quella era morta e stramorta, non ricordo bene come fosse andata. So solo che era morta. E stramorta.
Comunque, dopo quella non vollì più piantine (a parte rari casi)… le poche volte che provai a prendermi cura di qualcosa di vegetale moriva. I miei mi affidarono i vasi e il giardino un paio di volte. Tabula rasa. Mi regalarono un bonsai. Morto secco. Tabula rasa. Gli spinaci nel piatto? Tabula rasa. Tabula rasa, per ogni pianta o vegetale che io toccavo, guardavo o a cui, semplicemente, passavo vicino. Poi… poi… ieri… Ieri, c’era questa pianta in cucina… forse mi avevano detto di darle l’acqua, ma non ricordo. Credo che il mio cervello si spenga appena sento dire “pianta”.

[…]

Dicevamo? Ah… la verità è che non mi chiedono più di curare le piante quando vanno via, perché tanto sanno che è meglio che provino a campare per conto loro. E’ una triste realtà, ma ormai ci convivo da anni. Beh, ieri… passavo vicino a questa pianta. Ricordavo che aveva delle belle foglie verdi con lo stelo forte che s’innalzava verso il cielo… e però, appunto ricordavo. Perché queste foglie erano adesso giallognole e gli steli (credo si chiamino così, ma ora mi suona male) tutti afflosciati. E io che ho fatto? Gli ho versato due bicchieri d’acqua e me ne sono andato a letto. E la pianta che ha fatto? La pianta stasera s’era ripresa! E io mangiavo la mia ciotola di insalata, simmenthal e mais (voglia di cucinare zero oggi) e ogni tanto sbirciavo la tv, e ogni tanto la pianta coi suoi steli verdoni, dritti e forti e non potevo trattenermi dal sorridere e scuotere la testa. Brava pianta, brava.