Quella volta che partecipai alla corsa campestre

Quando ero alle medie, fu organizzata la corsa campestre: evento molto giapponese in cui le scuole selezionavano i più valenti atleti che venivano poi impiegati in una disfida fra scuole in un luogo inaccessibile, un’isola sperduta e dimenticata anche da iddio, indove solo i più resistenti sopravvivevano e potevano salvarsi e vincere. Vincere i restanti anni della propria vita.

No, non è vero, c’era poca gente che si iscriveva ed essere presi in considerazione era una passeggiata e poi si faceva in un campetto nella periferia romana, che vatti a ricordare adesso dov’era, ma che comunque aveva la pista d’atletica intorno, bruttina, ma c’era, e quindi correrci sopra era un po’ un sogno. E se c’era una cosa che mi piaceva da bambino, a parte dormire, era correre. Come potevo non partecipare?

Quindi mi iscrissi, e saltai giustificato due o tre giorni di scuola.

Agli allenamenti non andava malaccio, tra i maschietti nelle prove ero sempre uno dei primi due o tre, quindi arrivai là che mi sentivo forte e avevo con me un bagaglio impressionante di film dove tagliavo primo il traguardo in un exploit incredibile e tutti correvano ad abbracciarmi, la preside organizzava una festa in palestra in mio onore e io con la timidezza che scemava sempre più facevo un discorso pieno di parole stupide ma che lasciava tutti a bocca aperta e poi la mia ragazzina dai capelli rossi (che però erano biondi), si accorgeva definitivamente di me e mi prendeva in disparte e andavamo a fare delle cose nascosti in una qualche intercapedine dietro la palestra.

Quindi quando successe quello che successe, la presi ancora peggio di quanto dovessi.
Tanto per cominciare il nostro prof di educazione fisica mi costrinse a partecipare anche alla gara di salto in lungo perché si era rotto qualcuno. Io non avevo mai provato e glielo dissi e lui allora obiettò con un bel “ma salta e chissenefrega, su”. Ma come può non prendere sul serio una cosa così importante, mi chiedevo. Però saltai e battei il record di salto più corto della storia della manifestazione. Ci rimasi malissimo e la cosa mi deconcentrò un po’ dal mio obiettivo, ma poi mi ricordai di essere un giovane missile terra aria e decisi che mi sarei preso la mia rivincita contro il prof spaccando tutto nella corsa, il vero evento. Quello in cui noi super ometti dovevamo impegnarci davvero per avere un servizio d’apertura al tg delle venti.

Puntai allora il più forte della mia scuola, quello che secondo il prof era un valente atleta quello che “lui sì che mi dà soddisfazioni” e lo guardai torvo, e lui mi fece cenno con la mano come per dire “ma adesso che t’è preso, ti spacco la faccia?”. Bravo mettila sul piano fisico, pensavo massaggiandomi il collo e facendo finta di guardare in alto. Non sapeva che avrei sputato sangue per arrivargli davanti di solo mezzo millimetro e l’avrei umiliato proprio in quel campo.

Una cosa che non avevo preventivato era che c’erano centinaia di mocciosi di troppo. Sapevo che ci sarebbero stati tanti partecipanti, ma quelli erano un po’ troppi. Se ogni scuola aveva due o tre campioncini come la nostra, allora essendoci una decina di scuole, la posizione in cui arrivare per sentirsi soddisfatti era forse la decima. Tra i primi dieci non era male, sì… forse… e continuavo a farmi calcoli su calcoli. Questa cosa mi ingolfò un attimo il cervello alla partenza e partii con ritardo: il mio rivale era partito bene invece ed era già ai primi posti. Però non andava male affatto, la spinta di doverlo riprendere metteva cavalli nel mio motore e ogni ragazzino che superavo ne metteva altri ancora. Stavo volando. Ad un certo punto mi resi conto di essere veramente un giovane missile terra aria perché quelli della mia squadra tifavano tutti per me, pure il prof; ero ormai affiancato al mio rivale, che era stremato, aveva il viso rosso: lui non aveva questa mia fortuna di essere punito ogni martedì con dei giri di campo supplementari alla scuola calcio. Ma io sì. Ero fresco come una rosa e mentre lo superavo pensavo che se fossi partito meglio, magari avrei addirittura vinto. E invece eccomi ora, ecco la riga del traguardo… decimo, ci sono arrivato a questo decimo posto alla fine, pensa te. Ok, però adesso contegno, arrivo al traguardo e faccio pure la parte di quello che non è soddisfatto perché poteva dare di più. Passai la riga, presi a camminare in fase defaticante e strinsi il pugnetto, ma scuotendo la testa. Tutti continuavano a correre però. Il mio rivale mi passò senza battere ciglio.
Il traguardo era stato ridisegnato più avanti di qualche metro.
Appena me ne resi conto, ricordo che ci provai a ripartire ma senza convinzione: moriva ogni decimo di secondo di più; vedevo tutti arrivare al traguardo, poco più avanti e io ero fermo là, e solo, dopo tutta quella fatica inutile. Continuai a camminare e uscendo dal percorso scalciavo la terra con rabbia. Ci tenevo talmente tanto che, mentre mi facevo strada tra le gente intorno la pista, mi coprii gli occhi con la maglietta.