Pensieri di George Foreman e di un maratoneta

Il 30 ottobre del 1974, a Kinshasa, in Zaire, si disputò uno degli eventi sportivi più famosi della storia: The Rumble in the Jungle. Muhammad Ali affrontò uno strepitoso e terribile George Foreman nel tentativo di riconquistare il titolo che gli fu tolto per motivi politici anni prima. Muhammad Ali era in declino ed aveva perso contro Frasier e Norton: due pugili che Foreman aveva tirato giù a cazzotti nel giro di due riprese. Foreman arrivava da quaranta vittorie di cui trentasette per ko. Foreman era fottutamente il favorito, non c’era storia, ma nonostante tutto, tutto il pubblico inneggiava ad Ali. Ali bomayè! Ali bomayè! Centomila anime unite insieme nel coro "Ali uccidilo". E quando qualche notte fa mi sono ritrovato a rivedere questo film, ho pensato… ma porcocane, ma Foreman come l’avrà presa? Alla fine anche lui era di origini africane, ma l’amore per Ali e per quello che rappresentava era troppo grande… grandissimo. E poi Foreman era un burbero, era una macchina da guerra imbattibile… impossibile tifare per lui contro Ali. Ma secondo me, Foreman, l’implacabile George Foreman, sotto sotto ci stava male… e si vedeva. Ali lo sfotteva sul ring e lui continuava a tartassarlo come una furia, non perché lo sfotteva, ma perché Ali si permetteva di dirgli tante cose anche perché forte del suo pubblico. Ali non era solo. Foreman sì. Foreman era più bravo, ma era solo… e me lo vedo là, che ferma l’incontro, allarga le braccia, e chiede spiegazioni. Urla, cose insensate, spinto dalla rabbia e dal dolore. Guardatemi, sono io il campione, non Ali! Ho buttato giù Frasier come fosse un sacco di patate! Guardatemi… ma perché mi odiate! Ma, oh, ma che sono bianco? Sono anche io negro come voi! Guardatemi! Guardatemi! E si tira giù i pantaloncini.
Il fatto è questo: Foreman era un campione e anche Ali. Ma c’è chi nasce campione e chi nasce anche Ali.

Ho poi quest’immagine… di un maratoneta, che corre sotto la pioggia, stanco, non si sa da quanto corre. Ma corre.
Io sono un campione. Pensa. Ma ora eccomi qua. Con questo dolore giunto all’improvviso. Ero ai primi posti; poi la fitta. E rallento. Adesso non vedo più i primi dieci, e neanche i primi cento; non riesco proprio a vederli. Mi sto classificando proprio di merda. Ma io corro. Non mi fermo, assolutamente. Aspetta che la fitta sparisca e quegli stronzi li passo tutti. Già me li vedo che si chiedono… ma cos’è? Una moto? Una macchina? Ma le strade non erano chiuse al traffico? No, belli miei, tranquilli, rilassatevi. Risponderò loro. Ero solo io, il campione.