(…hai già caricato tutto, rilassati, respira.)
Per sette anni e per dodici stati
Gli zoccoli di Red alzano sbuffi di polvere. Accompagna il rumore dei suoi passi e resta nell’aria quanto basta per segnalare la nostra presenza, poi ricade giù.
La città è deserta. Nessun rumore, nessun movimento.
Scendo dal dorso del mio amico, tengo le briglie e mi dirigo verso l’abbeveratoio. Lo lego e lo lascio bere, se lo merita e anche io; sfilo il cappello e tenendo la cupola col palmo della mano infilo la testa nel liquido ristagnante. È veramente uno schifo, ma ci voleva. Anche uno schifo del genere è meglio di tutto quello che ho visto laggiù. Adesso è passata, questo sembra un posto tranquillo. Troppo tranquillo, forse. Forse non è affatto passata. Forse devo passarne un’altra.
Do una pacca a Red e a piccoli passi, scuotendo il capo per far asciugare meglio i capelli mi dirigo verso il saloon. Ma la città è veramente deserta, neanche qua trovo qualcuno. Se in una città di frontiera addirittura un saloon è vuoto, questa non è una buona cosa. Osservo l’interno, il pavimento è coperto da una patina di terra e polvere, come i tavoli e il bancone: nel locale non si vede anima viva da tempo. Gli scaffali sono vuoti, non credo possa trovare niente di utile qui, e non credo di averne tempo. È meglio andarsene.
Mi fermo sulla soglia, calco il cappello in testa. Socchiudo gli occhi e sistemo la vista.
Faccio solo pochi passi e qualcuno spara, non è lontano. Torno allora verso Red, di corsa, poi rallento. Cammino. Mi fermo. La vista si sdoppia, poi si offusca, sento uno strano ronzio nelle orecchie. Porto la mano al petto, la guardo: sangue. Mi hanno preso, hanno sparato a me, proprio a me. Lentamente, finisco in ginocchio e arriva un altro colpo, questa volta alle spalle e cado in avanti, carponi. Vado giù di schianto, nella polvere, faccio appena in tempo a vedere Red che si impenna sul posto. Poi si calma e ci guardiamo, ha capito tutto anche lui, ne ha visti tanti fare questa fine, per mano mia. Fuggendo per sette anni e passando per dodici stati, sono venuto qui per morire. Mentre la polvere entra nelle narici, infangando l’ultimo respiro, l’unico rammarico che ho è quello di lasciare il mio amico legato in questo posto.
Buon compleanno Cormac
Il problema non è sapere dove sei. Il problema è pensare che ci sei arrivato senza portarti dietro niente. Questa tua idea di ricominciare daccapo. Che poi ce l’abbiamo un po’ tutti. Non si ricomincia mai daccapo. Ecco qual è il problema. Ogni passo che fai è per sempre. Non lo puoi annullare. Non puoi annullare niente.
(Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi)
Pienamente d’accordo con te maestro, tanti auguri per i tuoi 78 anni.
Cose che direi a un bambino, volume #2
11. quando non sai come si chiama una cosa, inventa una parola. Sono nate tutte così in fondo.
12. peggio della sensazione di parlare a vuoto c’è solo quella di scrivere a vuoto. O viceversa.
13. ci sono le cose vere e ci sono le cose finte e che vogliono essere come quelle vere. E poi ci sono le cose che non esistono.
14. è dura rimescolare le parole, una volta che sono uscite.
15. una cosa strana è che se cancelli il silenzio ottieni il rumore.
16. una volta arrivato al traguardo continua a correre.
17. non andare troppo veloce o poi resti fermo.
18. i sentimenti sono come la plastilina, più ci giochi, più mutano forma.
19. se proprio vuoi essere felice, leggi sempre un libro in meno rispetto a chi hai intorno.
20. passeggia sull’erba quando piove col sole, e andrà tutto bene.
Il Silmarillion
Credo che questo libro possa essere consigliato solo agli amanti del fantasy, e in special modo a quelli che hanno adorato Il signore degli anelli, dove potranno
ritrovare molti nomi e fatti familiari per chi ha letto il capolavoro tolkeniano. Il Silmarillion non è assolutamente un romanzo, ma una raccolta di narrazioni e
leggende a cui l’autore lavorò tutta la vita e da cui sono partite pressapoco tutte le sue creazioni, anche Il signore degli anelli stesso e Lo Hobbit.
A quanto pare le prime pagine del libro risalgono al 1917, ma viene però stampato solo a quattro anni dalla morte di J.R.R. Tolkien, dopo un lavoro di raccolta e adattamento ad opera del figlio Christopher che riunisce in un unico tomo non solo il Quenta Silmarillion, ossia il Silmarillion vero e proprio, ma anche altri quattro racconti più brevi. Le storie qui narrate sono antecedenti ai tre libri che compongono Il signore degli anelli e anche Lo Hobbit, si riferiscono soprattutto alla prima e seconda Età del mondo (Arda) e costituiscono la base dell’universo (Eä) creato dallo scrittore.
L’inizio mette subito paura: Esisteva Eru, l’Uno, che in Arda è chiamato Ilúvatar [...]
Viene subito in mente la Bibbia o qualche altro testo sacro per il modo di raccontare ed esporre i fatti narrati, anche perché la vicenda iniziale è chiaramente una rivisitazione della genesi, da cui Tolkien ha preso ispirazione come poi anche dalle saghe nordiche e medioevali di cui era studioso e saggista: il Kalevala finnico e l’Edda poetica norrena su tutti, e cambiando zona, L’Odissea di Omero e le vicende di Atlantide contenute nel Timeo di Platone.
Tolkien, col Silmarillion, parte insomma proprio dall’inizio, e passo dopo passo, dopo Ilúvatar (il padre di tutto) arrivano gli Ainur, viene creato il mondo, la Terra-di-mezzo e quindi I primogeniti (Elfi) e i secondogeniti (Uomini)… e via così. Nonostante tutto comunque c’è un colpo di scena: i primi ad essere stati creati sono i Nani.
Con il tradimento di Melkor, ossia Morgoth (Vedi Lucifero.), già sentito nel signore degli anelli, inizia la sequela infinita di battaglie per i Silmaril, tre gemme magiche create dall’elfo Fëanor, e quindi anche le tanto spaventevoli liste di nomi di persone e luoghi che si avvicendano. Non è un testo assolutamente facile, ma se si presta attenzione e si entra nel meccanismo la lettura non è poi così ostica. Molti nomi sono dati, per motivi di lingua o per fatti, a cose e persone che ne hanno già avuto uno e in genere l’ultimo è quello che viene usato nella storia (in genere). In realtà, no, è difficile stare dietro a tutti questi cambi come, poi, è difficile capire questo capoverso.
Tra le tante vicende che si susseguono merita menzione particolare quella di Beren e Luthién, una “fiaba” che potrebbe benissimo essere a sé stante e da cui si potrebbe anche realizzare un lungometraggio di quelli che la Disney ricavava dalle vecchie favole.
Ritrovare la Terra-di-mezzo agli albori e l’intero immaginario tolkeniano, scoprire la nascita di luoghi, razze e miti e anche di personaggi che compaiono nel signore degli anelli, nel Silmarillion abbiamo tutto ciò, e forse è l’unica motivazione valida per leggerlo; ritengo sia giusto ribadire che questo è un viaggio percorribile con piacere solo agli appassionati o agli amanti delle lingue e dei poemi cortesi o delle storie epiche. La narrazione è per lo più una cronaca, tant’è che nelle ultime tre o quattro pagine vengono riassunti in poche righe tutti e tre i libri che fanno parte della saga degli anelli ed è solo qua che vengono menzionati i nostri beniamini: Frodo, Aragorn, Gandalf…
Quindi, se non conoscete le vicende del signore degli anelli (esistete?), forse Il Silmarillion, se proprio ve la sentite di leggerlo, è meglio che lo leggiate dopo o per lo meno che saltiate l’ultimo racconto. Buona cerca.
Il signore degli anelli
« Tre Anelli ai Re degli Elfi sotto il cielo che risplende,
Sette ai Principi dei Nani nelle loro rocche di pietra,
Nove agli Uomini Mortali che la triste morte attende,
Uno per l’Oscuro Sire chiuso nella reggia tetra,
Nella Terra di Mordor, dove l’Ombra nera scende.
Un Anello per domarli, un Anello per trovarli,
Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli.
Nella Terra di Mordor, dove l’Ombra cupa scende. »
Leggere Il Signore degli Anelli è un’esperienza che definirei totale. All’inizio si viene trasportati dentro la Terra di Mezzo, e introdotti alla vita Hobbit, queste piccole creature un po’ superficiali e bonarie, un misto tra un bambino e un avventore di un’osteria (cit.) e si diventa Hobbit noi stessi; mangioni, compagnoni, festaioli, un po’ ignorantelli, ma sempre pronti ad apprendere e discutere coi nostri ospiti. Ed è un po’ questo lo spirito della prima parte, la più ostica per molti, dell’intera saga: in questa parte siamo Hobbit e viviamo con disincanto: abbiamo paura di determinate cose, sappiamo che non si fanno, che in certe parti non si deve andare – ma sinceramente, neanche vogliamo andarci-, ma finisce là. È tutto così lontano e non ce ne curiamo. Poi, arriva la contaminazione col mondo degli Uomini e delle altre razze e pian piano il clima da fiaba si assottiglia e tutto diventa più epico e cupo e ci rendiamo conto che mentre noi ce ne stavamo lì, nella Contea, a gozzovigliare, nel mondo c’era la Guerra. E anche noi eravamo e siamo in pericolo. Ed è ora che gli Hobbit recitino la loro parte e finiscano in qualche poema, e, perché no, magari anche in un poema Ent.
L’edizione Bompiani è veramente molto bella e ben curata: nonostante le quasi 1400 pagine non è voluminosa e non pesa più di tanto e contiene un’enorme mappa in carta rigida. Il costo è di 26 euro e sono accluse, com’è giusto che sia, anche le appendici dove vengono riassunti i fatti più importanti delle prime due ere (il passato, contenuto poi nel Silmarillion), della terza (le vicende dei tre libri in questione la concludono) e della quarta, ossia cosa succede dopo: ai componenti della compagnia, nella contea, agli uomini, agli elfi, ai nani e a tutto ciò che è contenuto nella Terra-di-mezzo e oltre. Preparate il lembas e buon viaggio.
L’ultima lettera dell’amico disilluso
Forse bisogna puntare davvero in alto e volere sempre di più.
Ragiona: se ti accontenti di poco e non lo trovi, poi come fai?
Oppure, pensa a quando lo trovi quel qualcosa e non riesci ad afferrarlo; e ti resta in mano un lembo di tessuto, vedi sempre precipitare tutto da una rupe e resti lì, inerte.
A guardare.
Se punti in alto, invece, se cerchi di ottenere tutto, ci sarà sempre qualcosa che ti distrarrà. Starai male, sempre, perché si sta sempre male, e per fortuna. Serve stare male. Ma ogni tanto starai anche bene – e per fortuna – e potrai, almeno, ricaricare il serbatoio della serotonina in qualche stazione di servizio.
E, ricorda anche che tutto quello che hai intorno non è uno sciame di fantasmi, ma un unico tessuto fantasma e lo si attraversa in silenzio, senza mostrare paura. Il mondo circostante è così e ci siamo già dentro. Non si può evitare e bisogna andare avanti, alla velocità che si può, sperando non sia inerzia, ma va bene anche per inerzia in fondo, ma restare fermi, amico mio… restare fermi, no.
L’autunno in estate, la stanza rossa
Oggi è una giornata perfetta per dire quello che voglio dire.
L’estate è agli inizi, ma per me è come se fosse autunno inoltrato, la luce è tenue, il grigiore ci avvolge, il vento ci accarezza. Nonostante tutto, oggi si sta bene. Almeno in superficie, quest’aria che ti sfiora la pelle e te la fa quasi accapponare, come se ti baciasse, stride con quello che sta succedendo dentro.
L’amore, io me lo immagino un po’ così: c’è questa enorme stanza col pavimento rosso dalle sfumature rosate, il colore di un buon vino per intenderci. Per arrivare in questa stanza, enorme, si sale attraverso un corridoio, stretto e buio che si arrampica curvando dal basso. È una salita dura, faticosa, estenuante, ma appena sei su e metti un piede, il terreno rosso, ti accorgi che è morbido, quasi gommoso. Puoi lasciarti cadere e riposare, ovunque, dove ti pare. Si sta bene in questa stanza. Apri gli occhi e ti accorgi poi che il soffitto, le pareti e tutto intorno è nero. Non so perché, ma è così, nero: buio pieno.
Il mio amore è così, oscuro. Non so come sia viverlo.
In questa stanza enorme c’è una porta. E sopra c’è l’adesivo che c’è sulle porte di emergenza. Forse proprio perché è un’uscita di emergenza. È il classico adesivo, c’è un omino bianco e una freccia su sfondo verde. Una volta l’ho aperta e ho visto cosa c’è. C’è uno scivolo: è una strada semplice e veloce. In un attimo sei dall’altra parte, sei fuori da questa stanza rossa e buia. E quella volta l’ho presa questa uscita, sono arrivato giù, ed ero nel bianco, nel bianco più completo. Ma non ero uscito veramente, vagavo in giro, fuori, ma ero ancora completamente dentro: l’odio non è la vera uscita.
Adesso, ogni volta che devo scendere da quassù, faccio così: vado verso la porta d’entrata, quella del corridoio buio e piano piano comincio a scendere da lì. E fa male, fa veramente male, perché passando da lì, piano piano, ti vedi passare tutto quello che hai sofferto, vissuto e di cui hai goduto per arrivarci in questa stanza. Ma è l’unico modo, vero, per uscirne. Disinnescare. Soffrire, quanto serve, da soli, rivivere tutto, fare proprio e assaporare il male. Diventare più forti.
Alla fine non si prova odio, l’odio non serve a niente. Distrugge e io voglio costruire, io devo poter costruire qualcosa da ogni cosa.








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