John Fante aveva Joyce

Dopo la lettura di Full of Life, ne sono ancora più convinto: ogni scrittore dovrebbe avere la sua Joyce.
O meglio, un determinato tipo di scrittore, magari non accostabile a lui come bravura, o stile, ma come carattere, come indole. John Fante da quello che ho potuto capire era un tipo molto sicuro della sua bravura nello scrivere, ma dopo l’impeto, molto spesso, un po’ per insicurezza sopraggiunta, un po’ per insoddisfazione, un po’ per troppo senso autocritico… accartocciava il suo lavoro, lo appallottolava e lo buttava nel cestino.
Alzi la mano chi si rivede in questa cosa.
Avanti.
Allora alzi la mano chi non ci si rivede.
Mmhh… beh?
Ma non c’è più nessuno qui? Nessuno mi ascolta?
Mh, vabbe.
Comunque, John Fante aveva Joyce.

Joyce, raccoglieva la cartaccia nel cestino, la spallottolava, dispiegava, stendeva. Si stendeva anche lei, nel letto, e con una penna segnava, cerchiava, tagliava, spostava. Il giorno dopo John Fante ritrovava sulla scrivania i suoi bei fogli con gli scritti corretti su cui riflettere e lavorare.
Magari erano decenti anche prima, ed era semplicemente la situazione, o l’interesse e la partecipazione che lo invogliavano. Chi può dirlo. Sta di fatto che grazie a Joyce ha scritto dei libri bellissimi.