Il sentiero delle spighe di grano

Il capitano mi ha detto di tenerla d’occhio. A me. Con questo elmetto troppo grande e questi capelli davanti agli occhi. Non so perché mi permettano di tenere i capelli così lunghi, ma tant’è. Il capitano ha detto proprio a me di tenerla d’occhio: a me, con questa giubba strappata, senza bottoni… Sì insomma, proprio a me… con la magliettina nera fuori dei pantaloni e i pantaloni che state visualizzando mentalmente che sono proprio bucati. Anche sulle chiappe. Mi spiace. Ragazzi siamo in guerra… mi spiace… meno male che sotto indosso dei mutandoni marroni enormi, in compenso. Mi ha detto di tenerla d’occhio e io lo faccio, senza inutili domande, perché al capitano io e i miei commilitoni dobbiamo tutto. Mettiti in viaggio, mi fa, e tienila d’occhio. Ma che scherzi? Io lo faccio… lo faccio chessì. Proteggila, promettilo. Lo prometto chessì, ripeto serio e quasi offeso, ma che scherziamo? Mi mette una mano sulla spalla e mi sorride. E io vado, fuciletto in spalla, piccolo soldatino contento, perché l’ha chiesto proprio a me. Il capitano si fida di me.

Le spighe di grano ci circondano. Lei cammina sul ciglio sinistro della strada, io su quello destro. Silenzio, nessuno dei due parla. Ogni tanto noto che mi guarda, dopo un po’ di volte non resisto e mi volto anche io… e non capisco chi sia, non l’ho mai vista in vita mia. Sopracciglio alzato, mi squadra, mi scruta, mi soppesa… poi mi sorride e mi sento rinfrancato. Finalmente l’ho ritrovata, mi viene da pensare. Ma ripeto, non so chi sia. Continuiamo a camminare, mi sveglio e dopo due settimane di sogni strani non muoio né io né lei; nemmeno un piccolo coma o una gamba rotta. Il capitano stavolta ha fatto bene! Sono stato bravissimo: ho svolto impeccabilmente il mio compito. Ne sono lieto.