Il custode

Pesanti passi sul pavimento. Pesanti passi cigolanti di gomma bagnata. Passi precisi, regolari. Cic, e poi un ciac. La luce soffusa entra dall’alto, forse è la Luna, le pareti bianche appaiono grigie. Il custode osserva sé stesso camminare, osserva le sue mosse, i suoi vestiti, i suoi sguardi, attraverso l’acqua delle pozzanghere sul cemento. Non si riconosce. Ogni tanto si ferma, come ora, di fronte una porta, si sente un rumore metallico, il custode guarda in basso e si sofferma sul suo viso, mentre la mano nella tasca tira fuori un mazzo di chiavi. Non traspare alcuna emozione. Ne sceglie una, sempre guardando il suo riflesso nell’acqua pulita, poi si volta, gira la chiave e il rumore degli scatti e la sua eco investono l’ambiente. Aspetta un attimo. Uno solo. Apre la porta e guarda dentro. C’è solo del buio e qualche sagoma ancora più buia, persone sedute in circolo si alzano e si voltano per fissarlo. Restano ferme, in silenzio, poi il custode distoglie lo sguardo, chiude gli occhi, scivola fuori, chiude la porta. Gira la chiave. Per sempre. E va avanti, verso altre porte. Pesanti passi sul pavimento. Pesanti passi cigolanti di gomma bagnata. Passi precisi, regolari. Cic, e poi un ciac.