Gli Incubetti

– Vi faccio vedere un’altra volta come si fa.
Il vecchio Bubut si inginocchiò e posò pazientemente la mano sul terreno liscio e rosato.
Ferlisea si accucciò al suo fianco, abbracciando le ginocchia e  prese a fissare con eccitazione le dita del maestro. Le piaceva tanto quando s’illuminavano… tanto tanto, come avrebbe detto lei. Più distante, Wirlin, seduto su un sasso, con la testa ciondolante sonnecchiava annoiato. Lui queste cose le sapeva già fare.
– Uff… Io queste cose le so già fare. – Sbadigliò, si stiracchiò e con i pugni chiusi si strofinò gli occhi che si arrossarono ancora di più.
– Eddai, abbi un pochino pazienza Wi… Non è colpa mia se sono lenta lenta a capire… Solo un pochino pochino, per favore… – Ferlisea abbassò gli occhi e il ragazzo sbuffò: – Evvabbene… va bene. Non fare la solita vittima però…
La faccia del giovane folletto arrossì anche intorno agli occhi. Wirlin guardò di scatto verso l’alto come se fosse passato qualcosa di velocissimo; un passero, un’aquila, un dragone… qualcosa insomma, qualunque cosa. Ferlisea se la ridacchiò di gusto fra sé e sé. Poi, ricolorandosi normalmente, il ragazzo si avvicinò anche lui al maestro e i due si misero a gambe incrociate a fissare i suoi movimenti e a cercare di immagazzinarli al meglio nella memoria. Un po’ di ripasso non fa mai male, pensava Wirlin. Spero di capirci almeno mezzo tubo stavolta, pensava Ferlisea. Il vecchio Bubut pensava invece delle formule magiche, posò la mano sul terreno, un alone luminoso fuoriuscì da sotto il palmo, poi si allargò un po’, un altro po’ e ancora un altro po’, fino a che il folletto non prese a tirare verso l’alto e ne estrasse qualcosa di cubico. Per la precisione era proprio un cubo, un cubetto trasparente al cui interno vorticava qualcosa di misto fra liquido e gassoso di un bel colorito arancione.
– Ma è arancione stavolta! E’… è stupendo! – Ferlisea balzò in piedi e cominciò a saltellare come una bimba a cui avevano promesso dello zucchero filato. Anche perché lei era ancora una bimba e se le avessero promesso o anche offerto dello zucchero filato, beh, avrebbe fatto proprio così. E la piccola, però, non aveva capito che la cosa non era poi così fantastica in verità. Wirlin sbuffò. E arrossì nascondendo la faccia sotto il cappello a punta.
– Se è arancione deve contenere un pensiero bello, non è vero? – Chiese il giovane folletto riprendendosi.
– Così si dice, figliolo, così si dice. – Bubut sorrise con evidente amarezza. Era felice che il ragazzo fosse così sveglio, anche perché presto avrebbe preso lui il suo posto, ma di certo quel cubetto arancione non era una gran bella cosa.
– E questo è male per noi, no?
– Già questo cubetto non ci serve a nulla… fortunatamente ne produce pochi. Lo rimetterò dentro. – Wirlin alzò lo sguardo, la volta sopra di lui riluceva di blu, celeste, indaco e tonalità simili.
– E fa tutto questo per proteggerci? – Il ragazzo indicò con il dito il suolo liscio e rosato, la fronte del bambino che ancora dormiva. Il bambino che per proteggere la sua fantasia e forse anche se stesso, aveva incaricato gli Incubetti di costruire un muro coi suoi pensieri più malvagi, i suoi incubi. Un muro che li proteggesse dal mondo esterno.
Fu come se si spense, Ferlisea. Si rimise seduta, lentamente, e osservando triste il cubetto accarezzò il terreno.