First breath after coma

Sono le sei del mattino e un ragazzo si sveglia sulla panchina di legno di un piccolo parco.
Il viso è immerso in una sciarpa, la testa è coperta dal cappuccio, le mani sono nelle tasche, si è addormentato seduto, chissà quando, con le gambe distese. Un gatto sta giocando coi lacci delle sue scarpe da ginnastica bucate. La prima cosa che vede questo ragazzo, appena sveglio è proprio questa: questo gatto grigio e nero che tira le sue stringhe con tutto l’impegno che può metterci al mondo. È una cosa importante questa del tirare le stringhe. Va fatta e con tutta la dedizione e l’accortezza del caso. E poi è divertente. Il ragazzo sorride e nel farlo uno sbuffo gli esce dal naso e il gatto, allora, prima lo guarda, poi scappa intimorito a qualche metro, e poi continua a fissarlo. Anche il ragazzo continua a fissarlo, ma non si muove: fa troppo freddo, è troppo stanco, troppo indolenzito. Sente che se si alzasse i crampi e i dolori muscolari e delle giunture lo potrebbero investire come un camion senza freni lanciato giù per una discesa. Però fa anche troppo freddo, serve calore, occorre camminare qua; alzarsi, è l’unica. Il ragazzo si fa coraggio e si sporge in avanti, sempre mani in tasca, il cappuccio cade all’indietro: compiendo questa serie di movimenti induce il suo amico gatto a prendere la decisione che è proprio il caso di andarsene. Il ragazzo è un po’ dispiaciuto della cosa, ma va bene così, tanto non avrebbero potuto approfondire ancora meglio la loro conoscenza. Sente che il corpo impreca contro di lui in vari modi, alza lo sguardo, la luce bianca del cielo gli ferisce gli occhi assonnati pieni di sabbia, un brivido percorre la schiena. Preme un pulsante in tasca e parte First breath after coma. Ne ascolta un minuto, poi facendo forza sulle sole gambe, si alza, tira fuori le mani dalle tasche, arcua la schiena più che può, si stiracchia e si dirige verso un bar a pochi metri. Caffè, serve anche quello ora. Soprattutto quello.