Dietro la botola

Dietro la botola

Quando provo a mettere a posto tra tutto il marasma di pensieri e parole che si accumulano, non capisco come poi pretenda di uscirne illeso.

Comincia tutto con l’idea che sia io a scrutare e spesso finisce invece che sia quello scrutato. Sto seduto su questo pavimento di legno e di fronte ho questa botola, chiusa. Ci sono quelle volte che i pensieri bussano alla botola – senti questo rumore sordo, caratteristico, di legno e ossa di cranio ammuffito – e mi basta aprire, ma ci sono queste altre volte che devo scendere io, al buio, senza sapere cosa c’è. So che non devo scendere, ma vado sempre. Ci sprofondo.

Eppure di film horror di serie B ne ho visti tanti.

Non importa quante volte sia riuscito a scappare fuori per miracolo, spaventato, ferito e grondante sangue, ma ci casco sempre. Voglio trovare qualcosa, qualcosa di buono, lo so che là dentro qualcosa di buono deve esserci. Non è possibile che ci sia solo tanta roba cattiva. Se c’è tanta roba cattiva, magari, è lì per proteggere qualcosa di fragile e bello e devo capire cos’è. Ma forse la verità è che se trovo roba cattiva è perché in quei momenti c’è solo quella.
Dovrei smettere di andar laggiù. Perché più vado giù e più i pensieri e le parole s’incazzano. Non vogliono essere disturbati e allora mordono e iniettano veleno. Comincio a delirare, resto vicino a quella botola, poi la guardo e mi ricordo che le parole non vanno pressate. C’è bisogno di dialogo anche con le parole e l’unico modo per comunicare con loro è provare qualcosa. E a volte per incuriosire i pensieri basta alzarsi e fare una passeggiata.