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Arrietty (il mondo segreto sotto il pavimento)

Arrietty - il mondo segreto sotto il pavimento, la prima apparizione di Arrietty

Arrietty è l’ultimo film realizzato dallo Studio Ghibli ed è la prima volta da regista per Hiromasa Yonebayashi storico animatore della casa di Totoro.
La storia parla di una famiglia di piccoli esserini alti poco più di dieci centimetri che si autodefiniscono Prendinprestito, che vive in una casa da svariate generazioni.
Questi Prendinprestito, appunto, prendono in prestito oggetti di uso comune come fazzoletti, zollette di zucchero, ma spesso anche oggetti dimenticati o persi per crearsi da soli cose utili per la loro casa.

Arrietty - il mondo segreto sotto il pavimento, che casetta eh?

Miyazaki è alla sceneggiatura e come spesso accade per le sue opere, come i personaggi di questo film, prendendo in prestito qualcosa che gli è piaciuto da ragazzo, cerca di realizzare e raccontarci qualcosa di suo, dove i protagonisti si trovano a far parte di due mondi che non dovrebbero comunicare fra loro e lottano perché questo tabù sia aggirato.

In questo film c’è tutto quello che ci si aspetta dal maestro e dallo studio Ghibli: dolcezza, semplicità, delicatezza, poesia. Come atmosfera ricorda un po’ kiki’s delivery service, sebbene il film di Hiromasa Yonebayashi, nonostante la “leggerezza” e la semplicità che li accomuna, sia decisamente meno scanzonato. Forse ciò che li rende vicini è un equilibrio simile del “parametro” delicatezza.

Arrietty - il mondo segreto sotto il pavimento

Arietty è poetico, delicato, leggero, tenero, profondo e soprattutto bellissimo da vedere. I colori e la loro scelta, insieme all’animazione sono fenomenali e incantano: il regista è per prima cosa un animatore e si vede. Il verde come in molte opere dello Studio ghibli è dominante, il rosso e le tonalità calde della piccola Arrietty contrastano e dànno risalto e forza mettendola al centro di tutto.

Arrietty - il mondo segreto sotto il pavimento, Arrietty è decisa

Unica pecca forse è una sceneggiatura che sembra un po’ frettolosa in alcuni punti (quasi didascalica), dove in altri invece si dilunga restando su dettagli che, possono sembrare insignificanti, ma che in realtà sono il cuore del messaggio del film. Sono queste piccole cose che messe tutte insieme lo rendono particolare, e sono queste cose, che creano le atmosfere ricercate dallo studio ghibli e ci fanno sintonizzare con i protagonisti.
E a questo punto più che la sceneggiatura forse è il montaggio ad avere qualche falla. Il film dura 94 minuti e forse dieci in più ci potevano stare. Di sicuro troverete chi dirà che, invece, ce ne potevano stare anche venti in meno.

Arrietty - il mondo segreto sotto il pavimento, un porcellino d'india che avrà una sua piccola parte

La storia originale, o più che altro la serie di racconti che hanno ispirato il film, è di Mary Norton e ulteriore curiosità è che da questa serie è stato tratto un altro film (inglese) nel 1997: i Rubacchiotti, di ben altro spessore.

La trama di Arietty è semplice, è una storia per bambini con sottotracce profonde che spiccano nei silenzi, negli sguardi, nei movimenti, nelle inquadrature e nei contrasti fra piccolo e grande. Purtroppo il co-protagonista, Sho, sembra spesso messo lì solo per fare la sua parte, sembra un attore che ci crede poco e risulta spesso poco credibile a sua volta. Altro personaggio che non convince è la signora Haru, forse troppo sopra le righe: nella cultura giapponese un personaggio così è tipico, specie nelle commedie, ma anche se ha i suoi riusciti momenti di simpatia che spezzano l’atmosfera lineare, in questo caso forse è troppo. Problemi di simpatia non li hanno Arietty, il papà e il resto del cast, tra cui spicca Spiller che sembra più che altro un personaggio-cammeo, e ricorda tanto quei due matti selvatici di Conan e Gimsey (soprattutto quest’ultimo) della indimenticabile e amatissima serie Conan il ragazzo del futuro.

Arrietty il mondo segreto sotto il pavimento, Spiller

Il film ha raccolto molti consensi in giro per il mondo, la distribuzione in italia c’è stata, ma a vedere gli orari e quanti pochi spettacoli siano programmati ogni giorno, forse già dalla prossima settimana sparirà dalle sale.

Ogni tanto un film di Miyazaki fa bene ai polmoni e al cinema sono rari, anche se sempre meno.
Pensateci su.

Lamento silenzioso

lago di martignano

L'acqua è ferma.

Cose invisibili

Alle volte mi costringo a fare un esercizio. Mi concentro su un oggetto o una situazione e ogni giorno cerco di percepire se c’è qualcosa di diverso; quindi mi segno il risultato: una sfumatura, un graffio, un po’ di polvere… se l’oggetto è spostato, se non c’è più… un esempio piuttosto evidente è questo: ho provato a fare una fotografia al tramonto ogni sera per una settimana di fila, poi le ho messe tutte vicine e le ho osservate. In soli sette giorni un tramonto dietro una stessa collina può variare in maniera sostanziale già di giorno in giorno. Le piccole cose si verificano sempre e mi stupisco di quanto a volte siamo ciechi e ci lasciamo distrarre da chi ci avverte che si verificherà un’eclissi spettacolare e che dovremmo proprio vederla tutti. In cielo, succede sempre qualcosa, non ci sono solo le eclissi spettacolari da vedere, e anzi spesso i veri spettacoli sono quelli invisibili… solo che diamo sempre tutto per scontato. Io ho bisogno di vedere che tutto può mutare nel tempo anche solo un po’ e ho bisogno di trovarci intorno quelle cose invisibili… sono queste piccole cose che in certi periodi possono salvarci.

tramonto

Al meglio del meglio possibile

Ci sono dei film che non riesco a vedere. Non che ne abbia paura, è che proprio non riesco mai a vederli. Ogni volta succede qualcosa e quindi per esempio io non ho mai visto Le iene o L’esercito delle dodici scimmie. Sono i primi due che mi vengono in mente tra i più clamorosi (o meglio comuni) adesso come adesso. Quando poi posso, che non succede nulla, succede però che prendo il dvd, lo metto nel lettore e… manno, non lo vedo. È come se fosse un limite che non posso valicare. O che non voglio valicare: quando passi un limite si apre un altro mondo da affrontare, ed è bello, perché poi c’è un altro limite da raggiungere e quindi un nuovo mondo. Però è anche vero che a volte si sta bene in quell’area appena al di sotto del proprio limite: è il meglio del meglio possibile, ed è rassicurante.

Once

Una volta, avrò avuto sedici o diciassette anni, dovevo raggiungere un amico e mi chiese la cortesia di portargli la chitarra. Me la misi sulle spalle e feci il viaggio in treno. Con una chitarra in mano ti guardano tutti sorridendo, o curiosi: è bello, ti fa sentire bene. Arrivato in stazione, mentre mi guardavo attorno una coppia di anziani mi fermò e mi chiese: perché non ci suoni qualcosa?
Ma io non sapevo suonare, e per dio quanto mi sarebbe piaciuto in quel momento saperlo fare… mi congedai imbarazzato più del dovuto, loro si fecero una risata e il vecchio dandomi una pacca sulla spalla mi disse: tranquillo, hai sempre tempo per imparare.
E aveva ragione, io ci provai, e riprovai, ma non ci riuscii mai. Ci ho provato quattro o cinque volte nel corso degli anni, ma la musica non fa proprio per me credo.

Suonare è lasciarsi andare e io non riesco, sto sempre a pensare a tutti i passi da fare, devo avere il controllo di ogni mia azione e così mi ostacolo. Vado troppo veloce e quindi rimango fermo.

Qualche giorno fa ho visto finalmente Once, ce l’avevo in lista da quando è uscito: avrei voluto andarlo a vedere anche al cinema, ma a quei tempi il cinema era una battaglia. E se posso dare un consiglio a chi non riesce mai ad andare al cinema per rinvii altrui o mancanza di affinità con chi ha intorno, se potessi, beh, gli direi, vai da solo. È una gran esperienza e se intorno non hai gente stupida ti fa prendere anche qualche punto carisma. Dopo un po’ di volte che vai da solo e ne parli, prova a riproporre e vedrai che succede.

Once

Comunque ho visto Once, è un film che passa tranquillo, leggero, un film che rinfranca lo spirito come se d’inverno qualcuno ti porgesse una sacrosanta bevanda calda al rientro a casa sotto un acquazzone scrosciante. C’è qualcosa di meglio? C’è una sensazione migliore da poter provare?

Forse sì, ma…  ok, magari è un discorso troppo idealizzante… ma io credo, o mi piace credere più che altro, che ci sia una sensazione migliore unica per ogni situazione e Once quella sera ha aperto il canale recettivo giusto con la sua colonna sonora che ha lavorato bene.

Per quanto riguarda la chitarra dopo quell’episodio della stazione ne comprai una. Ogni tanto l’ho provata, come scritto, ma è sempre stata riposta nel suo fodero. Spesso dopo la rottura di una corda. Adesso non credo di ricordare nemmeno come si impugna e in teoria sarebbe uno di quei giorni in cui dovrei comprare una corda, rimetterla, vedermi magari qualche videotutorial su youtube e provare. L’idea di poter creare una melodia su cui poi riversare parole mi affascina e sempre mi affascinerà, ma credo che ognuno di noi, dopo un po’, sappia quali sono le cose alla propria portata e quali no. È rimasta questa voglia, serena, con questo lieve retrogusto di malinconia, di canticchiare mentre lavoro, o scrivo, di mugolare melodie inventate, consapevole di essere al mio posto, consapevole di dare il “massimo” in una cosa in fondo banale. Servono anche questi sogni da affogare che ritornano, a volte.

Due bei film con scene migliori (che fanno sorridere)

_ 500 giorni insieme (500 days of summer)

500 days of summer

Nonostante un po’ di titubanza e spocchia che non so da dove fosse giunta, il film mi ha preso subito dalle prime righe introduttive. Precisamente da dopo la parola “stronza”. Sempre se c’era. Altra cosa strana è che prima avevo una predilezione per Zooey Deschanel ed ero un po’ diffidente invece su Joseph Gordon-Levitt, poi si è ribaltato tutto (ovviamente, o non sarei qua ad articolare questa frase), per empatia (ovviamente anche qua). E quando un regista mi frega con l’empatia è fatta. Potete dire “e grazie al cazzo” se volete. Io, lo farei.
Nel titolo originale c’era un gioco di parole col nome della protagonista Summer che in italiano diventa “Sole” perché… perché… boh. Tutto questo per dire che i 500 giorni non è che siano tutti “insieme” e sono montati con vari salti avanti e indietro, poi tranquilli che non è nemmeno una storia d’amore, tant’è che lo dice subito il narratore e meno male. Che schifo fanno le storie d’amore? Ne vogliamo parlare? Bleah, no no, non fatemici pensare.
Scena migliore: tutta la sequenza alla mezz’ora con tanto di balletto e di uccellini animati.

Comunque, io, fossi in voi, farei meno lo snob e lo vedrei. Magari sotto il piumone e coi tarallucci e una bottigliona di coca cola sgasata. Non che io abbia fatto così, chiaro, era un esempio.

_ I love Radio Rock (The boat that rocked)

I love radio rock

Non vorrei dilungarmi… figo! Vedetelo. Dovete per forza, davvero.
(Scena migliore: lui triste e i due che si mettono a mangiare i biscotti al suo fianco.)

Byosoku go senchimetoru

5 centimetri al secondo, Akari e Takaki

Cinque centimetri al secondo
, come spiega la piccola Akari a Takaki è la velocità dei petali di ciliegio che cadono al suolo. Il lungometraggio di Makoto Shinkai, molto intenso e poetico, è diviso in tre parti che riprendono diversi episodi della vita dei protagonisti col passare degli anni. Tutto inizia quando Takaki e Akari s’incontrano da bambini: i due fanno subito amicizia, entrando in perfetta sintonia e poi si riscoprono innamorati quando Akari deve trasferirsi lontano. Non vi preoccupate che non è un spoiler, succede/si capisce tutto subito e comunque non parlerò praticamente più della trama, precisamente da qui.

5 centimetri al secondo, Akari

Il silenzio, interrotto spesso solo da voci fuori campo, le ampie vedute, gli scorci di cielo, immenso ma mai vuoto, incastonato di gemme fatte di nuvole, giochi di luce, cavi, petali, striature colorate. I dialoghi, la pressoché assenza di musica sostituita dai rumori del vento, dell’acqua che scorre, del treno che passa, creano perfettamente un’atmosfera di immersione totale. Io, ovviamente, magari colto nello stato d’animo giusto, ci sono caduto dentro con tutte le scarpe, sporcandomele ben bene anche un po’ di fango… tant’è vero che sono rimasto a fissare lo schermo per qualche minuto anche dopo i titoli di coda, nel più totale e rispettoso silenzio.

5 centrimetri al secondo, Takaki

I titoli di coda scorrevano ed ero ancora là in completa trance. Erano finiti, e c’era ancora quel silenzio carico. Ero totalmente assorto, le immagini e le parole che componevano il film stavano ancora lavorando duro, non tanto nel cervello, quanto tra i polmoni. C’è qualcosa di peggiore di non amare o non essere amati? Di non trovare la persona giusta? Forse sì, forse è trovarla ma non poterla avere accanto per la distanza, spaziale, temporale. O entrambe

Sento l’impulso di condividerlo, insomma. E’ un po’ difficile da reperire, ma c’è un’ottima versione fansub in circolazione.
Se non riusciste a trovarla, mandatemi un’e-mail.

5 centrimetri al secondo, Caffè

Io ero il vecchio

UP, pixar

- Posso entrare?
- No.
Slam!

- Dài, entra…

(Up. Pixar. Consigliato. Molto.)

Da venerdì Totoro del maestro Miyazaki al cinema

Ehhh? Chee coOOosaaa?
(E con soli 21 anni di ritardo!)

Tre film che consiglierei

_ Wristcutters: a love story

Wristcutters: a love story

Mi è capitato sotto gli occhi questo film qualche tempo fa, ma dato il tema e dato che sono abbastanza impressionabile (e però me le cerco) ho preferito aspettare momenti migliori. Per convincermi a vederlo, ho messo come desktop un wallpaper di Shannyn Sossamon per ricordarmi di quanto possa essere innamorato di questa ragazza dai tempi di 40 giorni e 40 notti (con Josh Hartnett) e Il destino di un cavaliere (con Heat Ledger). Shannyn mi ha guardato per non so quanti mesi, con quei suoi occhi malinconici che “porca miseria” e alla fine ho ceduto. E non c’era nemmeno molto da temere, in quanto alla fine, il film, sì, parla di un tema molto pesante, ma lo fa in maniera estremamente poetica e gentile. Decisamente naif, ma senza colori. Il tema è il suicidio e i wristcutters non sono altro che coloro che si tagliano i polsi… è tutto un po’ metaforico e si svolge in una specie di realtà alternativa dove ci si ritrova dopo aver compiuto il gesto.
Film del 2006, tratto da un racconto della raccolta Pizzeria kamikaze di Keret, riscuote un discreto successo di pubblico, premiato a qualche festival, dura meno di 80 minuti, non fa la morale, fa riflettere, c’è Shannyn sossamon. Non è una pietra miliare, ma è godibile e non so più cos’altro dire per farvelo vedere.

_ My blueberry nights

My Blueberry Nights

Di questo in teoria non dovrei neanche parlare perché penso sia il più conosciuto del trio, però a me mancava di vederlo. E’ il film d’ammore ammericano di Wong Kar wai e raccoglie in sé un cast notevole (Jude Law, Natalie portman, Nora Jones alla sua prima prova…) ed è il film dove ho capito che la cotta per Natalie m’è definitivamente passata. Quindi l’ho visto con un po’ di malinconia in più, che non guasta. C’è una ragazza (Nora Jones) che scopre che il suo lui ha un’altra e conosce il gestore di un locale (Jude law) con il quale si intrattiene a parlare quasi tutte le sere. Ma non sembra una cosa poco comune, in quanto molta gente è solita lasciarsi andare con lui e lasciargli anche delle chiavi quando le storie finiscono. Chiavi che lui custodisce in un contenitore di vetro. Nasce qualcosa, una sintonia evidente, ma poi lei parte in cerca di se stessa e comincia a lavorare in più posti. So già che molte leggendo che una parte e se ne va dopo che nasce qualcosa con Jude Law impazziranno, ma oh la vita va così. A volte ci sono delle priorità diverse, a volte c’è bisogno di ritrovarsi prima di fare un altro passo.

_ Black Snake Moan

Black Snake Moan

Questo film è stato una gran sorpresona, non lo conoscevo e inizia con la camminata di una ragazza bionda con curve e dondolamenti ovunque. Ha qualcosa che mi ricorda qualcuno, ma non riesco a ricordare… e poi capisco: cavoli è Christina Ricci. Da quando Christina ricci non è né cicciottella (The last of the high kings, del 1996 col mio amico Jared Leto) né quasi anoressica (Speed Racer)? Non si sa. Questa ragazza, comunque a forza di dondolamenti viene pestata e scaricata in strada e alla fine trovata e accudita da un brav’omone (Samuel Lee Jackson), che però la prende un po’ troppo sul serio e decide di salvarla proprio nel senso più stretto: quindi dopo averla curata, la incatena in casa e cerca di farle vincere questa sua ossessiva e autodistruttiva voglia di cazzo. Ed è proprio questo il suo problema, non sto facendo nessuna battuta scurrile (ok, un po’ sì). Anche il brav’omone, che suona la chitarra, ha il suo triste passato e il film a parte rari e lievi cali di sceneggiatura nel finale è molto scorrevole.

La scena di lui che suona la chitarra e si porta le mani al volto e di lei, impaurita dai tuoni, ai suoi piedi: pochi film, magari anche non eccelsi, possono avere una scena così, indelebile, che ti porterai dentro per sempre.

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Colui che scrive qua.
Nel blog, non il verso della papera.

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