(…hai già caricato tutto, rilassati, respira.)
Al meglio del meglio possibile
Ci sono dei film che non riesco a vedere. Non che ne abbia paura, è che proprio non riesco mai a vederli. Ogni volta succede qualcosa e quindi per esempio io non ho mai visto Le iene o L’esercito delle dodici scimmie. Sono i primi due che mi vengono in mente tra i più clamorosi (o meglio comuni) adesso come adesso. Quando poi posso, che non succede nulla, succede però che prendo il dvd, lo metto nel lettore e… manno, non lo vedo. È come se fosse un limite che non posso valicare. O che non voglio valicare: quando passi un limite si apre un altro mondo da affrontare, ed è bello, perché poi c’è un altro limite da raggiungere e quindi un nuovo mondo. Però è anche vero che a volte si sta bene in quell’area appena al di sotto del proprio limite: è il meglio del meglio possibile, ed è rassicurante.
Colpo di scena
Nei racconti, chi narra usa questo espediente per spezzare la monotonia, per tenere viva l’attenzione di chi lo segue. Chi riesce a rimanere attento si dice sia un lettore o spettatore forte, sicuramente è una persona con una grande capacità di attenzione e ascolto. Chi riesce a raccontare usando pochi colpi di scena, o nessuno, e a tenere viva l’attenzione si dice sia un abile e “fine” narratore. In linea di massima, generalizzando, e supponendo che il nostro campione sia molto vasto, pochi colpi di scena portano comunque alla monotonia. È anche vero però, che a troppi colpi di scena ci si abitua, si dice che i colpi di scena diventano “chiamati” e si raggiunge passando dalla via secondaria lo stesso effetto. Io sono uno di quelli che predilige un colpo di scena ogni tanto, anche uno solo, fatto bene… tipo adesso, ci potrebbe stare benissimo. Anche se fosse chiamato.
Che confusione, sarà perché ti amo?
O anche:
Daisy mille persone
Pochi secondi per fare l’amore
Daisy che confusione
Sembra che il mondo sia solo un pallone
Chissà com’è che quando si parla di amore spesso si parla anche di confusione e quando si parla di confusione si parla spesso anche d’amore.
Tu sapresti spiegarmelo Daisy?
Ma io non volevo parlare d’amore e intanto che ci pensi, Daisy, cara Daisy, io continuo qua a parlare di confusione. Che confusione, vero?
Ah, Daisy, ma poi tu
Sai
Se il tempo perso si conta o non vale?
Pensaci. Poi mi dici.
Alle volte, quando parlo con qualcuno, tipo che sto facendo un monologo, quando parlo solo io insomma, e l’altra persona ha il solo ruolo di starmi a sentire e guardarmi, e magari limitarsi ad annuire, mi capita spesso di soffermarmi appunto su queste cose e mi chiedo se mi stia capendo veramente… se riesce a seguirmi. Ma mica perché mi reputo intelligente, proprio perché mi sembra strano, ma non è neanche il fatto di essere emotivi – oddio tocca a me! - è che nel momento che comincio a parlare, dopo un po’ mi viene da osservare le reazioni della mia controparte ivi frapposta (non so cosa ho scritto in quest’ultimo pezzo onestamente.) e allora vado in confusione, peggiorando la cosa e vado in blocco, mi scende la seranda nel loculo ivi frapposto (a-ha… ancora?) in cui sono situate le parole e non avendo più accesso prendo a fissare il vuoto, mi metto a braccia conserte, mi massaggio la nuca e peggioro la situazione. A volte la serranda ritorna su e le parole riprendono, ma non è detto. La cosa strana però è che pare che nonostante tutto, e ho fatto delle prove perché altrimenti non lo scriverei… nonostante tutto insomma, mi capiscono. Veramente, l’ho chiesto.
- Ma mi capisci?
- Sì
- Cioè, ma… mmh… ma veramente?
- Certo!
- Quindi… cioè, che ne pensi…
Questo è un abile trucco per vedere se è vero, ed è incredibile, le persone che fungono da cavia a questa mia prova molto abile si riallacciano al mio discorso. Mi capiscono veramente quindi: io parlo e mi capiscono, anche se vado in confusione mi capiscono: è incredible.
Quindi, Daisy, quando mi blocco e me ne vado a braccia conserte o grattandomi la testa lasciando l’interlocutore là a metà discorso… è sbagliato! Capisci Daisy?
Come “cosa?”
Ma non mi ascoltavi?
Vabbe Daisy, comunque
Da bambino io giocavo
Nel finto campo di grano
e sempre
Da bambino io cercavo
Un posto nel piano infinito
e non l’ho trovato mai, quindi adesso andrei a fare un’altra prova, non volermene cara Daisy.
Una ricetta estiva
Qualche notte fa ho sognato che bussava alla mia finestra, io aprivo, e lei era lì, scura in volto, che piangeva come una fontana. Le prendevo la mano, la tiravo a me e facevamo un sacco di sesso, anzi, forse facevamo proprio l’amore… devo essere onesto? facevamo l’amore.
Ingredienti per fare l’amore
1000 gr. di zucchero
7 tazze di latte
cioccolata in polvere a proprio gusto
un pizzico di caffè
peperoncino
due uova, da sbattere bene: anche il bianco
un pacchetto di abbracci (da sbriciolare)
pelle
mani
respiri caldi
sesso, anzi, sessi, possibilmente due o più
Mescolare a piacere.
Diversi gradi di scorrettezza
Ai mondiali di Usa 94, Diego Armando Maradona, anche conosciuto come El pibe de oro, segnò contro la Grecia il suo ultimo gol. Fu un’azione insistita, corale, alla quale parteciparono un po’ tutti se non erro: Redondo, Abel Balbo che in quella squadra faceva praticamente il centrocampista, Gabriel Omar Batistuta…
Un gran gol.
Poi proprio per la sua esultanza, fin troppo sopra le righe, venne il sospetto che fosse ricaduto nella coca, e infatti dopo analisi venne squalificato. Diego Armando Maradona, ha chiuso così la sua stratosferica carriera.
George Best, anche detto il quinto Beatles, una volta scese in campo da ubriaco: era sparito dagli allenamenti da giorni, Ferguson era incazzato nero, ma nonostante tutto lo schierò e quel matto fece qualcosa come quattro o cinque gol ugualmente. Forse sto esagerando perché non ricordo precisamente l’aneddoto e non trovo fonti, ma non più di tanto.
George Best. Si chiamava pure Best.
Diego Armando Maradona come George Best, erano e restano dei poeti a mio avviso. Artisti.
Uomini, che schiacciati da fama, soldi e bella vita hanno sbagliato ma danneggiando solo sé stessi e le proprie prestazioni. Sì, perché potevano essere anche più forti e più grandi.
Certo poi le loro cazzate le hanno dette e fatte come tutti, ma nel campo facevano qualcosa che nessuno faceva con la palla: arte.
Tutto questo per dire che se sbaglio, ma danneggio solo me, sono affari miei. Sono un coglione se vogliamo. Ma se sbaglio e danneggio gli altri, se mi dopo di flebo e il mio ematocrito schizza a 5000, se corro come un missile e prima ero un discreto ma onesto gregario, non solo sono coglione, ma sono anche scorretto e corrotto. E soprattutto non sono un poeta e tutto quello che farò non avrà valenza.
Pennarello rosso #03 e #04
[penultima e ultima parte, continua da qui]
Socchiusi gli occhi che manco Clint Eastwood e la guardai, poi feci un passetto indietro e le feci capire che stavo fuggendo di nuovo. Mi venne anche in mente quel film… quello con Di caprio e Tom Hanks. Prova a prendermi, dài, giochiamo? Era l’unica cosa da fare, veramente. L’unica.
Lei strinse gli occhi a sua volta – le veniva da ridere però – e fece un passetto avanti. Funzionava.
Quindi provai con un secondo passo, ma stavolta posando la mano sulla tracolla e voltandomi. Era evidente che stavo per filare via come un siluro. Lei fece un altro passo. A quel punto mi venne da pensare che volesse uccidermi. O adescarmi, farmi girare l’angolo e farmi accoppare dai suo complici, che mi avrebbero preso un rene e organi vari a caso per venderli o mi avrebbero usato come sacrificio umano per una messa satanica e altre cose così. Se ne sentono tante, di cose così: “ragazza buffa e boccolosa con una maglietta a righe adesca un ragazzo e se lo mangiano”. È tipico. Un po’ mi si gelò il sangue, ma ero anche perfettamente consapevole di essere stupido, e mi pare d’averlo sottolineato a più riprese, ma è meglio ribadire a volte. Feci allora un terzo passo, anche se meno divertito dalla situazione quindi in maniera affrettata mi diressi verso una libreria, piuttosto grossa, dove per altro ero stato fino a pochi minuti prima di ritrovarmi a giocare a un-due-tre stella con quella ragazza. Quella buffa ragazza. (Ma anche carina.)
Mi voltai due volte per vedere cosa facesse, lei mi seguiva e faceva finta in maniera più che teatrale di guardarsi attorno quando la fissavo, mimando i miei modi furtivi in maniera esagerata. Mi prendeva in giro ed era ancora più buffa, tanto più buffa che mi decisi di “farle la grazia” e con una specie di sbuffo le sorrisi. Finché non mi soffermai meglio sulla cosa: mi stava prendendo in giro. In realtà quella ragazza non aveva niente da fare, aveva trovato l’imbecille di turno e si stava divertendo alle sue spalle. E cioè, alle mie. O, molto più plausibilmente, era matta come un cavallo e fuggita, lei sì per davvero, da una casa di cura. Tornai subito serio e mi infilai nella libreria, pensai un “bah” e ci misi una croce sopra. Ma figuriamoci! Una ragazza così buffa (e carina). Che mi segue. Mi saluta. Mi sorride. Con intenzioni serie.
*
Decisi di guardare i cd già che c’ero, tanto ero rimasto un po’ col dubbio sull’acquisto di un paio di album, forse era questo che voleva il destino in realtà: dovevo entrare di nuovo per quei cd.
Camminavo con entrambi tra le mani, li giravo e rigiravo, come se qualcosa potesse essere comparso da una parte mentre guardavo quell’altra, o come se qualcuno avesse potuto scriverci altre informazioni utili di nascosto.
Non mi ero accorto che, qualcun altro, invece, tramava alle mie spalle. Qualcuno di molto buffo mi aveva infilato in testa delle cuffie: un cantante neomelodico napoletano mi stava riversando i suoi lamenti e pianti nelle orecchie con una base techno tutta unz-tunz. Era troppo tardi ormai, ne avevo sentiti almeno dieci secondi. Il qualcuno di molto buffo era ovviamente la ragazza, che potevo vedere di fronte a me che se la rideva di gusto, quasi alle lacrime. Dovevo avere una faccia allucinata, quasi spaventata e vabbe, ma insomma, che c’era da ridere così tanto? Era una cosa molto crudele da fare quella, da brutte persone. Però volevo ugualmente sentire la sua risata.
Con disgusto allontanai le cuffie e feci per passargliele, lei tirò fuori la lingua e col dito indice mimò che preferiva vomitare, se possibile. Annuii sorridendo e insomma, c’era poco da fare, stavamo facendo amicizia in maniera molto strana, ma la stavamo facendo. Allungai la mano per presentarmi, lei me la prese e mi tirò dietro a sé. Percorremmo il piano e arrivammo nel reparto dei film, dove stavano proiettando Alice nel paese delle meraviglie.
Il Bianconiglio stava saltellando proprio in quel momento con l’orologio in mano. Quindi scappò. Era troppo, e sempre in quel momento mi resi conto che doveva essere un sogno.
Quello fu poi anche il momento in cui per la prima volta mi parlò nel linguaggio dei segni.
Ma non potevo capirla ancora e ne fui visibilmente mortificato. Lei allora, con pazienza e serenità dovute all’abitudine, socchiuse gli occhi, quasi brava come me e Clint, ma meno perché anche stavolta le veniva da ridere, mi prese il braccio e tenendomi il polso con la sinistra tirò fuori il suo pennarello rosso e scrisse: “…certo che sei proprio buffo, tu!”
Pensai che avrebbe potuto scrivere anche un po’ di meno, avevo il braccio completamente invaso d’inchiostro, ma comunque le presi il braccio a mia volta e vendicandomi ci scrissi sopra “…da che pulpito!”
Era l’unica cosa da farsi, veramente.
Pennarello rosso #02
Salivo sull’autobus meccanicamente, a passi lenti, e intanto ero sempre meno convinto di avere tante cose da fare. Una volta sopra la guardai senza problemi e per bene, anche perché a testa bassa era intenta a premere i pulsanti del suo preziosissimo lettore mp3. Aveva più o meno la mia età, forse era più piccola, capelli corti, biondi e boccolosi come non se ne vedevano dai tempi dei cartoni animati anni ’80. Aveva una magliettina a righe rosse e bianche, una gonnellina nero seppia e delle scarpe di tela beige.
All’improvviso mi resi conto tramite il segnale rosso di calore ai lati del mio collo che saliva verso l’alto, che la bilancia più che sul buffa pendeva sul carina. Decisi in due decimi di secondo di scendere e lo feci, quindi quello che vide l’autista fu questo: io che salivo dalla porta davanti, lentamente, come sul patibolo, mi fermavo un attimo e poi affrettando il passo scendevo infine dalla porta dietro. Siccome a quella fermata ero salito solo io, non so cosa avesse potuto pensare, ma credo di immaginarlo. Comunque una volta sceso, mi ritrovavo proprio di fronte alla sua panchina, e proprio mentre la ragazza aveva finito le manovre col suo cosetto sputamusica. Era seduta composta in una maniera quasi da cerimonia, le ginocchia che si toccavano e le mani sulle ginocchia. Mi sorrise. Alzando la mano senza esitare, di scatto e tutta felice, mi salutò addirittura. Io allora, ovviamente, decisi di continuare con il mio ruolo di stupido e quindi con una bravura impressionante, da attore consumato che un giorno forse mi sarebbe valsa l’oscar, mi guardai il polso, feci una smorfia con le labbra e mi battei una mano sulla fronte dando a intendere “macche idiota ah ah, ma io non porto un orologio!” e feci capire che era tardi semplicemente alzando gli occhi e posando una mano sulla mia borsa a tracolla. E fuggendo, ovviamente. Il bianconiglio se ne va Alice, deve fare delle cose. Tante cose.
Fuggii per una cinquantina di metri e a passi ampi, poi sempre meno, poi ancora meno, poi mi fermai. Incrociai le braccia, mi portai una mano al volto e mi ripulii il viso sporco di gelato invisibile premendo con forza. Quindi rimanendo con la mano in quella posizione, abbassai la testa e appoggiai il gomito all’altro braccio che portai al petto. E fermo così sul marciapiede, mentre la gente intorno mi sfiorava, mi chiesi molto semplicemente: “ma che cazzo…?”
Pensai di tornare indietro, ma mi accorsi subito, sussultando, che non serviva, perché la ragazza era a due metri da me che mi osservava accigliata. Ok, avevamo rotto il ghiaccio, s’era creato un legame ed era evidente, quindi decisi di giocarmela come ormai solo potevo fare: da stupido.
[continua]
Pennarello rosso #01
Me ne stavo seduto tranquillo per i fatti miei con un libro in mano, sulla solita panchina di legno, aspettando che arrivasse l’autobus, quando arrivò questa buffissima ragazza dai capelli corti. Aveva sul viso un’aria grave, uno sguardo perso in chissà cosa, e quel tipo di occhi che guardano lontano. Era palesemente soprappensiero. Forse trasportata dalle note che le solleticavano le orecchie tramite le cuffiette si era dimenticata di dov’era – non a casa sua o non in un locale per esempio – e tenendosi con la mano sul palo giallo della fermata prese a girarci intorno come una bambina. A volte dandosi slancio, altre fermandosi e abbracciandolo di ritorno. Quando si fermava si capiva che stava pensando a qualcosa, qualcosa di importante o di semplicemente alienante. Non credo fosse nulla di serio perché se una persona pensa a qualcosa di serio, di sicuro non si mette a fare i girotondi come i bambini.
Fu quello il giorno che la notai mentre con un pennarello rosso scriveva qualcosa sul palo giallo, storto e sporco del cartello della fermata. Quando ebbe finito la sua piccola opera si allontanò incurante, e si sedette sulla panchina a sinistra adiacente alla mia; prima però mi guardò un attimo e mi sembrò sorridere, ma un po’ per timidezza e un po’ per educazione e un po’ per stupidità, me ne tornai di scatto e bruscamente alle mie pagine. C’era da finire un libro, non da sorridere alle ragazze buffe, eh.
Insomma, andando a limare era solo per stupidità.
L’autobus arrivò e alzando gli occhi dal libro non potevo non soffermarmi sulle gambe scoperte della buffa ragazza che oltre che buffa, mi stavo rendendo sempre più conto che era anche carina. Non ce la feci a guardarla in viso nuovamente, mi alzai e mi diressi verso il bordo del marciapiede… dove c’era da prendere questo autobus a tutti i costi. Era un’azione impellente, dovevo proprio prenderlo, avevo da fare delle cose. Tante cose. (Niente insomma.)
Mentre aspettavo che si fermasse e aprisse le porte, però, feci finta di appoggiarmi sul palo giallo e mi guardai sotto le suole, guarda caso avevo calpestato qualcosa, e nel frattempo sbirciavo la scritta.
Sul palo, c’era scritto: “…ops!!”
Sottolineato due volte.
E di fianco c’erano anche due punti e una P. Che nel linguaggio dei malati di internet, di cui ero un sano rappresentante, era una linguaccia.
Una linguaccia del tipo simpatico per capirci, di quelle che dicono “ehi, mi hai beccato a fare una cosa stupida! Però mi sei simpatico, facciamo amicizia?”
Per lo meno secondo me era di quel tipo, o, per lo meno, io ci leggevo quello.
[continua]
Ghiaccio d’estate
C’è questa landa sconfinata, d’un bianco accecante, di fronte a me.
Mi sono perso, e percorro una strada che posso riconoscere solo da pochi indizi. Sembra che qualcuno abbia rattoppato male qua e là e un po’ di tessuto d’asfalto ogni tanto affiora. Mi sono perso, e le scorte scarseggiano, fuori fa freddo, un freddo secco e incurante. Lavora piano piano, ma lavora e quando ha fatto il suo dovere è troppo tardi per accorgersene. Ricordo che un paio di volte mi ha quasi fregato, ho fatto appena in tempo a rientrare nel veicolo e prima che la temperatura si decidesse a risalire a un livello adeguato ce n’è voluto.
C’è un sacco in tela color cappuccino dietro, sul sedile posteriore: in realtà è praticamente vuoto. E dentro questo sacco sgonfio e accasciato stancamente vi sono riposte delle lettere. Sulle lettere c’è scritto al posto del mittente il mio nome. Quindi parrebbe proprio che le abbia scritte io. Perché infatti non me lo ricordo: ne ho letta anche qualcuna, credo, perché alcune sono aperte e devo averle aperte per forza io, perché sul coltello che ho nel cruscotto ho trovato dei rimasugli, briciole di carta, e gli strappi sulle buste corrispondono. In questo momento mi chiedo anche se questo veicolo sia mio. A giudicare dai documenti sì, sempre che questo sia il mio nome. Forse mi avevano rubato il veicolo e sono andato a riprenderlo: questo spiegherebbe perché non ricordo di aver aperto le lettere, e di averle lette, ossia perché non l’ho fatto veramente io, ma io non ricordo nemmeno questo, non ricordo che me le abbiano rubate, che abbiano rubato il veicolo, che io lo abbia ripreso. Da dove sono partito. Dov’ero prima di partire. E non ricordo di averle scritte. E a chi, lo dimentico sempre, dimentico sempre anche questo. Però ogni giorno ne trovo qualcuna in più e anche quelle aperte aumentano. C’è solo questa distesa bianca davanti, la nebbia densa mi viene incontro a blocchi, come un fantasma, e il vento sporco di neve sbatte sul vetro.
Once
Una volta, avrò avuto sedici o diciassette anni, dovevo raggiungere un amico e mi chiese la cortesia di portargli la chitarra. Me la misi sulle spalle e feci il viaggio in treno. Con una chitarra in mano ti guardano tutti sorridendo, o curiosi: è bello, ti fa sentire bene. Arrivato in stazione, mentre mi guardavo attorno una coppia di anziani mi fermò e mi chiese: perché non ci suoni qualcosa?
Ma io non sapevo suonare, e per dio quanto mi sarebbe piaciuto in quel momento saperlo fare… mi congedai imbarazzato più del dovuto, loro si fecero una risata e il vecchio dandomi una pacca sulla spalla mi disse: tranquillo, hai sempre tempo per imparare.
E aveva ragione, io ci provai, e riprovai, ma non ci riuscii mai. Ci ho provato quattro o cinque volte nel corso degli anni, ma la musica non fa proprio per me credo.
Suonare è lasciarsi andare e io non riesco, sto sempre a pensare a tutti i passi da fare, devo avere il controllo di ogni mia azione e così mi ostacolo. Vado troppo veloce e quindi rimango fermo.
Qualche giorno fa ho visto finalmente Once, ce l’avevo in lista da quando è uscito: avrei voluto andarlo a vedere anche al cinema, ma a quei tempi il cinema era una battaglia. E se posso dare un consiglio a chi non riesce mai ad andare al cinema per rinvii altrui o mancanza di affinità con chi ha intorno, se potessi, beh, gli direi, vai da solo. È una gran esperienza e se intorno non hai gente stupida ti fa prendere anche qualche punto carisma. Dopo un po’ di volte che vai da solo e ne parli, prova a riproporre e vedrai che succede.
Comunque ho visto Once, è un film che passa tranquillo, leggero, un film che rinfranca lo spirito come se d’inverno qualcuno ti porgesse una sacrosanta bevanda calda al rientro a casa sotto un acquazzone scrosciante. C’è qualcosa di meglio? C’è una sensazione migliore da poter provare?
Forse sì, ma… ok, magari è un discorso troppo idealizzante… ma io credo, o mi piace credere più che altro, che ci sia una sensazione migliore unica per ogni situazione e Once quella sera ha aperto il canale recettivo giusto con la sua colonna sonora che ha lavorato bene.
Per quanto riguarda la chitarra dopo quell’episodio della stazione ne comprai una. Ogni tanto l’ho provata, come scritto, ma è sempre stata riposta nel suo fodero. Spesso dopo la rottura di una corda. Adesso non credo di ricordare nemmeno come si impugna e in teoria sarebbe uno di quei giorni in cui dovrei comprare una corda, rimetterla, vedermi magari qualche videotutorial su youtube e provare. L’idea di poter creare una melodia su cui poi riversare parole mi affascina e sempre mi affascinerà, ma credo che ognuno di noi, dopo un po’, sappia quali sono le cose alla propria portata e quali no. È rimasta questa voglia, serena, con questo lieve retrogusto di malinconia, di canticchiare mentre lavoro, o scrivo, di mugolare melodie inventate, consapevole di essere al mio posto, consapevole di dare il “massimo” in una cosa in fondo banale. Servono anche questi sogni da affogare che ritornano, a volte.





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