(…hai già caricato tutto, rilassati, respira.)
L’ultima lettera dell’amico disilluso
Forse bisogna puntare davvero in alto e volere sempre di più.
Ragiona: se ti accontenti di poco e non lo trovi, poi come fai?
Oppure, pensa a quando lo trovi quel qualcosa e non riesci ad afferrarlo; e ti resta in mano un lembo di tessuto, vedi sempre precipitare tutto da una rupe e resti lì, inerte.
A guardare.
Se punti in alto, invece, se cerchi di ottenere tutto, ci sarà sempre qualcosa che ti distrarrà. Starai male, sempre, perché si sta sempre male, e per fortuna. Serve stare male. Ma ogni tanto starai anche bene – e per fortuna – e potrai, almeno, ricaricare il serbatoio della serotonina in qualche stazione di servizio.
E, ricorda anche che tutto quello che hai intorno non è uno sciame di fantasmi, ma un unico tessuto fantasma e lo si attraversa in silenzio, senza mostrare paura. Il mondo circostante è così e ci siamo già dentro. Non si può evitare e bisogna andare avanti, alla velocità che si può, sperando non sia inerzia, ma va bene anche per inerzia in fondo, ma restare fermi, amico mio… restare fermi, no.
L’autunno in estate, la stanza rossa
Oggi è una giornata perfetta per dire quello che voglio dire.
L’estate è agli inizi, ma per me è come se fosse autunno inoltrato, la luce è tenue, il grigiore ci avvolge, il vento ci accarezza. Nonostante tutto, oggi si sta bene. Almeno in superficie, quest’aria che ti sfiora la pelle e te la fa quasi accapponare, come se ti baciasse, stride con quello che sta succedendo dentro.
L’amore, io me lo immagino un po’ così: c’è questa enorme stanza col pavimento rosso dalle sfumature rosate, il colore di un buon vino per intenderci. Per arrivare in questa stanza, enorme, si sale attraverso un corridoio, stretto e buio che si arrampica curvando dal basso. È una salita dura, faticosa, estenuante, ma appena sei su e metti un piede, il terreno rosso, ti accorgi che è morbido, quasi gommoso. Puoi lasciarti cadere e riposare, ovunque, dove ti pare. Si sta bene in questa stanza. Apri gli occhi e ti accorgi poi che il soffitto, le pareti e tutto intorno è nero. Non so perché, ma è così, nero: buio pieno.
Il mio amore è così, oscuro. Non so come sia viverlo.
In questa stanza enorme c’è una porta. E sopra c’è l’adesivo che c’è sulle porte di emergenza. Forse proprio perché è un’uscita di emergenza. È il classico adesivo, c’è un omino bianco e una freccia su sfondo verde. Una volta l’ho aperta e ho visto cosa c’è. C’è uno scivolo: è una strada semplice e veloce. In un attimo sei dall’altra parte, sei fuori da questa stanza rossa e buia. E quella volta l’ho presa questa uscita, sono arrivato giù, ed ero nel bianco, nel bianco più completo. Ma non ero uscito veramente, vagavo in giro, fuori, ma ero ancora completamente dentro: l’odio non è la vera uscita.
Adesso, ogni volta che devo scendere da quassù, faccio così: vado verso la porta d’entrata, quella del corridoio buio e piano piano comincio a scendere da lì. E fa male, fa veramente male, perché passando da lì, piano piano, ti vedi passare tutto quello che hai sofferto, vissuto e di cui hai goduto per arrivarci in questa stanza. Ma è l’unico modo, vero, per uscirne. Disinnescare. Soffrire, quanto serve, da soli, rivivere tutto, fare proprio e assaporare il male. Diventare più forti.
Alla fine non si prova odio, l’odio non serve a niente. Distrugge e io voglio costruire, io devo poter costruire qualcosa da ogni cosa.
Il motociclista che cadde
È un pazzo, l’ha già fatto e più volte. Non riesco a biasimare i miei compagni che non lo aiutano a rialzarsi e a ripartire. Cerca di passare sempre, anche dove lo spazio non c’è, dove non esiste. Forse siamo noi che non lo vediamo, semplicemente, lui ha un modo diverso di osservare. Ne ha fatti cadere tanti con lui, c’è anche chi si è ferito. Il nostro campione nazionale, non può correre proprio per colpa sua: ha cercato di passarlo dopo aver visto uno di quegli spazi che vede solo lui e l’ha tirato giù. Il campione si è rotto la clavicola, lui è stato squalificato e si è scusato, ma nessuno ha accettato le sue scuse. L’hanno definito stupido, l’ha fatto troppe volte, è chiaro che non cambierà mai: lo odiano tutti, perché non impara mai, fa sempre la stessa cosa: quella sbagliata. Ma è la sua natura, segue solo la sua natura, non è cattivo. Io lo so. E non riesco a biasimare nemmeno lui, perché questa, è la mia natura. Ed ecco perché mi sono staccato dai miei compagni, che adesso mi osservano stupiti mentre lo aiuto a rialzarsi e a spingere la moto in pista. Lui non riusciva a crederci, mi ha guardato come tanta gente mi ha guarda in questi casi e io l’ho guardato come guardo tanta gente che passa senza capire.
Scrivere #14 – Perché
La rubrica Scrivere ci lascia – chissà – con questo breve stralcio di dialogo:
- Hai una storia, – mi disse, – verso la quale hai delle responsabilità.
- Come sarebbe a dire che ho delle responsabilità?
- Hai delle responsabilità verso la tua storia. Devi cercare di darle un senso. Le devi la tua completa attenzione.
Underworld – Don DeLillo
Eva
Lo sai.
Lo sai che non mi puoi fregare, te l’ho detto già che sei una grande attrice ma che io so smascherarti ormai.
Mi restava solo questo passo per essere etichettato definitivamente come pazzo – di te -, credo. Scrivere qua, sulla mia anima virtuale, oltre che su quella vera – e di cui abbiamo atomi comuni – che, sono innamorato, cotto, di te.
Da trentadue anni.
Te l’ho detto già: adesso capisco tante cose, capisco perché mi sentivo così, male, ovunque. Perché questa irrequietezza perenne. Questa rabbia.
È che ti aspettavo e non sapevo dove fossi.
Però sapevo che c’eri.
Dovevi esserci.
E infatti.
Ti aspettavo anche quando non eri nata, nel box coi giocattoli. Erano tutti brutti.
Nel cortile, e quando cadevo non piangevo perché mi ero sbucciato un ginocchio e faceva male, ma perché ero disperato di già… nessun soffio poteva far passare il dolore, quello vero.
Forse solo il tuo.
Perciò.
Sappi che è inutile.
Nonostante questo tono scanzonato, sono serissimo. Che sia adesso, a settembre, fra tre anni, fra dieci… mai… per me è uguale.
Non esiste più nessuna.
(Te l’ho detto che ti amo?)
Scrivere #13 – Verso l’infinito e oltre
“Verso la fine e oltre” sarebbe stato più azzeccato, ma come si può resistere dal citare il buon Buzz da Toy story?
In realtà è anche abbastanza giusto, volendo, perché non dovremmo puntare ad arrivare alla vera fine quando iniziamo a scrivere qualcosa. Dobbiamo scrivere per raggiungere, la fine, come viene viene… dobbiamo scrivere la prima bozza, adesso… non il libro. Poi possiamo fare tutte le sessioni di editing che ci pare, e sarà veramente divertente e stimolante perché tutto quello che faremo sarà solo migliorare la nostra opera che è già “finita”. E questo non è rincuorante?
È come andare la prima volta a visitare un luogo: non lo conosciamo bene e non possiamo o riusciamo a notare tutto la prima volta, ma ritornandoci possiamo notare anche cose date sempre per scontate o che si erano nascoste bene dopo la prima visita.
Prossimo appuntamento, forse l’ultimo di questa rubrica e forse anche di Colorivari, giovedì 2 giugno: Scrivere #14 – Perché
Scrivere #12 – Come visualizzare il nostro lavoro
Tempo fa mi ero fissato con un modello di word che simulava le pagine di un libro. Era un file .dot che divideva il foglio A4 in due A5 affiancati, ossia il formato delle pagine dei libri. Può essere buono, forse all’inizio, ma è poco pratico per revisionare poi a penna e comunque non è un formato utile a chi dovrà averne una copia.
Serve spazio per gli appunti e le note e perciò è meglio usare le fantomatiche cartelle. Una cartella non è altro che un foglio A4 che contiene 1800 battute. La spaziatura va impostata a 1,5 righe e se impostate poi il font (times new roman) a 14 come suggeritomi da lud_wing avrete il contenuto pressocché preciso della pagina di un libro di quelli commerciali. In questo modo vedrete filar via cartelle su cartelle, saprete precisamente qual è il vero “peso” della vostra opera e potrete paragonarla a lavori di altri scrittori; sarà molto utile.
Prossimo appuntamento, giovedì 26 maggio: Scrivere #13 – Verso l’infinito e oltre
Scrivere #11 – Come organizzarsi
Lasciarsi andare alla fantasia, entrare in un mondo e tirare giù tutto quello che si vede… sì, ok, va bene. Però io non ci credo molto: o meglio, non credo possa funzionare andare avanti praticamente a caso, seguendo un flusso e basta. Prima di tutto, il flusso non è mai uguale. Secondo poi, non avere indicazioni è il modo giusto per perdersi, e, perdendosi, è vero che si scoprono cose a cui non avremo mai pensato e se ne può rimanere stupiti, però è anche vero, che si perde di vista quello che volevamo dire o che ci si deve, alla lunga, arrabattare. E chi legge se ne accorge. Forse non tutti, ma i lettori forti di sicuro sì.
E noi vogliamo rivolgerci a quelli… sbaglio?
Gli accessori di cui disponiamo e dovremmo riporre nel nostro zainetto prima di partire, alla fine, sono pochi, ma utilissimi – ovviamente.
Serve prima di tutto la motivazione, o meglio ancora dobbiamo stabilire di cosa vogliamo parlare: nel libro Anatomia di una storia (che potrebbe interessarvi) si parla di “premessa drammaturgica”. Consiste, buttando tutto sul “terra terra”, nello scrivere in una riga l’idea che vogliamo sviluppare e rifletterci sopra.
Non è male poi scrivere la sinossi e dalla sinossi ricavare la scaletta.
La scaletta da seguire è il cosiddetto intreccio, ossia il montaggio della nostra fabula, che non è altro che l’ordine cronologico delle scene. Scrivere la scaletta è una cosa molto difficile e più dispendioso di quello che possa sembrare, ma può essere determinante: ogni scena andrebbe vista come un racconto più o meno lungo, quindi ogni scena per definirsi tale deve avere le stesse caratteristiche che mettereste in un racconto. Deve dire qualcosa e prima di dirla deve creare una buona premessa.
La scaletta la trovo veramente utile: è come se fosse il nostro libro da neonato. Io la piazzo proprio nel documento su cui sto scrivendo e uso i vari punti come riassuntini delle scene da scrivere. E non è detto che la segua in ordine, anzi. Quando mi va di scrivere una scena, quando la sento meglio, lo faccio. Poi ovviamente niente mi vieta di spostare, tagliare…
Prima della sinossi, comunque, preferisco scrivere la scena madre. Più che scriverla… a me viene in mente questa scena e poi da questa costruisco tutto.
Le schede dei personaggi sono abbastanza utili: è sempre meglio sapere le caratteristiche fisiche, la morale e il background di ogni personaggio che entrerà in scena… poi non è detto che dovremo usare tutto. Ad esempio non è detto che ogni volta che entra un personaggio in scena si debba partire subito con l’elenco delle sue caratteristiche fisiche (colore occhi, capelli…), anzi, spero non lo faccia nessuno, onestamente. Però, a noi, sapere prima con chi abbiamo a che fare, aiuta a sviluppare l’azione restando fedeli al personaggio. Bisogna giocare un po’ di ruolo quando si scrive.
L’incipit a mio avviso è meno importante in una prima stesura. Però scriverlo non fa male.
In ogni caso un incipit è il nostro amo, deve essere appetitoso, deve incuriosire. Ad esempio come si fa a resistere a questo:
“La persona che ami è fatta per il 72,8% d’acqua e non piove da settimane.”
Quindi deve essere studiato bene, io mi lascerei questa cosa alla fine perciò, al momento di revisionare tutto.
Prossimo appuntamento, giovedì 19 maggio: Scrivere #12 – Come visualizzare il nostro lavoro




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