(…hai già caricato tutto, rilassati, respira.)
Explosions in the sky
Una dietro l’altra le abbiamo lanciate, quelle bombe.
Senza remore. Senza preoccuparci di chi ci ricordava quanto fosse sbagliato. E avevamo ragione noi, era giusto lanciarle, era l’unica cosa da fare per vincerla la guerra; solo che loro non capivano. Non ci capivano.
Ma oggi ti dico, forse eravamo noi, forse eravamo noi che non capivamo. Sempre che ci fosse qualcosa da capire e un fronte su cui stare, una riva su cui sedersi, ad attendere quei cadaveri nemici.
Ma l’America l’ha vinta davvero la guerra, poi?
Non mi pare.
Sono tornato più volte in quel posto e non c’è più niente. È andato tutto distrutto.
Ho provato a rimettere le cose a posto, da solo, ma da solo non potevo farlo. Senza contare che arrivavano anche altre bombe, una dietro l’altra e da chi prima combatteva con me.
Ed è andato tutto distrutto.
Ed io ero lì, mentre succedeva. Mentre tutto veniva oscurato in una luce bianca.
Carcasse.
Polvere.
Larve.
Ecco cosa resta.
Avevano ragione loro.
Ma noi… non eravamo anche noi contro il nucleare?
Brevi storie in una breve storia #3
La fotografia
Non è come quella del piatto infinito, ma insomma, non ci si può lamentare di questa serata. La fotografia è ancora al suo posto, in alto. È fissata al legno della panchina con delle puntine. Non è intera, ma è solo uno squarcio di quella che era una scena ben più grande. Ci sono i volti di due bambini: un maschio e una femmina. Lei di profilo, lo guarda, e sorride. Ha il palmo delle mani sulle ginocchia e forse sta muovendo le gambe avanti e indietro mentre chi ha la macchinetta fotografica preme il pulsante. Il bambino guarda in camera con gli occhi fissi e quasi vitrei e ha le labbra serrate in un sorriso timido. È qui da tanto tempo, questa che per il gatto è una strana finestrella, e lui sotto la panchina le fa la guardia: ogni tanto viene a vederla e ricorda i bei momenti passati coi suoi due amici. Ogni tanto prova a colpirli con la zampetta, ma non si muovono. Eppure mentre dorme a volte gli è sembrato che lo chiamassero a voce o che muovessero una mano e gli facessero cenno di avvicinarsi. Sono due anni che non li vede. Negli ultimi a volte vedeva lui e a volte solo lei. Entrambi hanno provato a portarselo via, diverse volte, ma lui non si è fatto mai trovare. Sa come vanno queste cose; è successo a due suoi fratelli: arrivano questi piccoli uomini frenetici, o anche quelli grandi a volte, giocano tutta l’estate con quelli come lui e poi se li portano via. E che fine fanno? non si sa. Il gatto non crede facciano una brutta fine, ma lui qui sta bene. Non ha voglia di rinunciare ai suoi spazi e al suo territorio. La verità è che non è che quei due siano i suoi unici amici, ne ha altri. Molti altri. C’è la signora dei pranzetti e il vecchietto del parco che chiama gli uccellini. A volte lo sgrida e non si capisce perché: prima gli offre le vittime e poi non vuole che le prenda. C’è il ragazzo coi vetri sugli occhi che tiene sempre in mano quel blocchetto con le formiche sopra, e lo fissa. È inquietante questa cosa di fissare: deve essere matto quello, ma è simpatico. Gli dà sempre carezze e coccole e a volte divide quello che sta mangiando con lui. Senza guardarlo ovviamente, sempre fissando quel blocchetto. Certo, ci sono anche quei brutti bambini con quella cosa rotonda che prendono a calci e che provano sempre a lanciargli addosso, ma non si vedono spesso, non è un grosso problema.
Ci si può stare, qualcosa di storto non è che storce tutto in fondo.
Il gatto fissa di nuovo la fotografia: chissà che fine hanno fatto, si ritrova a pensare. Chissà se saremo mai più noi tre. Il tempo con lui o con lei è bello, ma il tempo di noi tre era meglio, era una sfumatura diversa. Il tempo senza loro anche è bello, quando li pensa, come adesso, ma è un’altra sfumatura ancora. Poi si addormenta, affaticato per il tanto pensare e mentre sfiora la foto e socchiude gli occhi, i bambini lo guardano e gli sorridono come gli sorrisero quella sera del piatto infinito.
Niente di originale
Dimenticare. Non è facile quando succedono queste situazioni: le notiamo e poi scriviamo o diciamo in tanti: possiamo essere noi a farlo con degli amici o viceversa. Il titolo di un film e quello di un libro contengono quel nome, una nuova pubblicità di un prodotto ha proprio quel nome, tra i tanti possibili… e così via. Ok, ok, siamo d’accordo, ci facciamo caso solo perché in questi momenti siamo più recettivi verso queste situazioni… però poco fa stavo leggendo un racconto di Matheson e la protagonista aveva quello stesso nome. Nello stesso momento la tv era accesa e sopraggiungeva una canzone che mi piaceva ma di cui non ricordavo il titolo, ho attivato Soundhound per scoprirlo e il risultato naturalmente è stato ancora quel nome. E il testo ci sta pure abbastanza bene. Anche perché si fa di tutto per leggere delle sottotracce (o dei segnali positivi) ovunque e rendere tutto più poetico, malinconico e magico.
Quanto siamo stupidi.
Brevi storie in una breve storia #2
L’incantesimo del Sole
Ogni estate, per cinque anni, insieme. E il resto dell’anno è solo tempo in più, un bagaglio che si portano dietro, delle valigie di parole da tirar fuori e disfare nel silenzio opprimente, semmai ce ne fosse stato bisogno. Sono quasi superflue quelle scorte, in questo posto c’è tutto quello che serve, a loro due: la panchina dove raggiungersi, il gatto che ricompare ogni anno, la sabbia di pan grattato, l’acqua, erba verde liquida e salata; l’asfalto bollente, sentiero di riflessione e condivisione che porta al bosco, dove ascoltano i concerti assordanti delle cicale, o giù, al paese, al pozzo dei gelati. Quelle parole in più, spesso le usano in questi istanti, in queste lunghe passeggiate, dove lui tiene le mani in tasca o dietro la nuca e lei dietro la schiena, come una giovane nonna. Quando ride sporge sempre il viso in avanti e resta così, come se fosse stata ammanettata e lui allora le prende i polsi e le dice che è in arresto e lei ride anche di più. Non gli è chiaro perché facciano così, ancora, ma lo fanno e ridono. E poi sospirano, lasciano riprendere i polmoni dalla fatica. Stanno bene insieme, pensa ora lui, seduto sulla riva e con i piedi di nuovo a mollo.
Ma quest’anno lei non è qui.
Lui invece, fra pochi giorni se ne andrà; e lei, ormai ne è certo, non verrà più. E mentre pensa a questo toglie i piedi dall’acqua, si alza e resta fermo un istante, perché tutto diventa nero. Appena si riprende calcia via le gocce, per evitare che leghino troppo con la sabbia e facciano il fango e s’incammina scalzo verso la strada. Forse sedendosi sulla panchina cambierà la prospettiva, forse ci sarà una magia.
Ed è adesso, infatti, che succede l’incantesimo, succede su questa panchina di legno ferito, dove lei proteggeva la sua scatola piena di cosebelle, succede mentre il gatto che lo segue sempre si sveglia, compare da sotto la panchina e si struscia con il muso sul dorso della sua mano… è adesso che succede, mentre il sole muore; il bambino diventa un ragazzo: si rende conto che quel sole sta calando anche dentro il suo cuore e che sarà un altro anno, buio, di tanto tempo in più, di troppo tempo in più. E capisce anche il vero significato di quel tempo. Sarà un altro anno di valigie pesanti, da riempire, ma non solo di parole e ricordi, sarà anche un anno di speranze, e di passione, di tormento e solitudine.
Brevi storie in una breve storia #1
La bambina con la scatola
C’è una lieve brezza in questo giorno soporifero di mezza estate, parte dal basso e risale maliziosa e senza pudore i corpi. La sabbia quasi ci prova a volare, ma resta giù, pigra. Ci sono castelli ovunque, senza re e senza regine, le torri cadono lentamente, ma nessuno si lamenta. Sul ciglio della strada c’è una panchina di legno che dà sul mare, è segnata dal tempo e dai ricordi, d’amore e d’amicizia, da coltelli, temperini, chiodi, segni di arrivi e segni di partenze.
E c’è questa bambina che è sempre seduta qui.
Guarda verso la spiaggia, abbracciando le sue piccole gambe scoperte e con le labbra e i denti gioca con le crosticine sulle ginocchia, mentre al petto stringe una scatola che, lei dice, essere piena di cosebelle. Le conserva e protegge lì dentro, perché se qualcuno le vede, poi spariscono.
C’è quest’altro bambino invece, che arriva sempre stanco, si distende sulla riva e si appisola subito, coi piedi nell’acqua. Sbuffa, si annoia. Si capisce anche solo a prima vista che è un tipo con lo stomaco pieno di cosibrutti. Allora la bambina, unico essere vigile in questo giorno soporifero di mezza estate, fa questa cosa strana, che uno non se la aspetta da lei.
Apre la scatola.
Prende una manciata di cosebelle, si avvicina silenziosa e mentre il bambino dorme, tenendo il suo naso tra due dita gliele spinge giù, in gola. A lui viene da tossire, si solleva in piedi subito, saltella spaventato e alza gocce d’acqua e granelli di sabbia, soldati ritardatari che adesso cercano di tenersi il posto e aggrediscono la bambina. Lei resta seria, in silenzio, e scruta. Lui dopo un po’ di saltelli e panico si calma e ancora con le mani sulla gola, la osserva a sua volta.
Intanto i cosibrutti non muoiono, ma diventano cosibuffi, e allora cominciano tutti e due a ridere: ridono di questi cosibuffi e cambia tutto, non solo i cosibrutti.
Fuori posto
Su questa panchina di cemento guardo i treni passare, sono a metà percorso, aspetto la coincidenza che mi riporterà indietro. A casa.
Non voglio tornarci, a casa.
Potrei tornare lì. Da te.
No, non voglio tornare nemmeno lì, da te.
Su questa panchina di cemento, guardando i treni passare, abbasso la testa e la nascondo nella maglietta. Non sto piangendo, non sto scappando dagli sguardi. Sto pensando. La luce filtra rossa, e penso che se strappassi questo lembo di stoffa che mi copre la vista e mi copre, alla vista, ora, strapperei anche il tessuto spazio-temporale. Potrei farlo davvero? Potrei squartare come carne, come una tela, quello che ho davanti agli occhi? Il paesaggio, l’aria, le persone, i treni che passano… potrei?
Cosa ci sarebbe dietro?
Un altro mondo?
Ci sarebbe un altro mondo, dietro tutto questo?
Acqua nera
Ci nascondiamo. Acqua, petrolio, inchiostro. È un liquido nero quello che ci divide.
So che se mi immergessi in questa pozza oscura, potrei toccarti. E so che dovrei nuotarci dentro, so che dovremmo nuotarci insieme, dentro questo mare nero.
Per combattere, per non affogare.
Non dovremmo nasconderci dietro, per guardare, il nulla nero e accecante.
Non dovremmo nasconderci dietro, per tremare, da soli.
Tremiamo insieme, abbracciati.
E mentre sono fermo qui, e osservo, immagino che adesso potresti pensarci anche tu, che potresti immergerti anche tu. Nascondiamoci.
Scrivere #15 – Copiare
“Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi.”
— Cesare Pavese. Ciò che c’è scritto sul mio segnalibro.
Ma una buona idea potrebbe essere quella di copiare da altri scrittori.
Ok, copiare è un termine forte ed è stato ovviamente usato solo per far sgranare più occhi a caso e leggere il seguito. Più che copiare, se non vengono idee, o se non riusciamo a stenderle bene, una cosa che può risultare utile è quella di ispirarsi ad altri libri o scritti in generale. Capita spesso, magari leggendo Dostoevskij per dirne uno che rifletteva poco, di ritrovare ben stesi pensieri che sentiamo nostri. E andando avanti con la lettura la riflessione si allunga e noi condividiamo veramente tutto di quello che sta dicendo Fëdor. Quello che sta dicendo Fëdor, noi lo abbiamo sempre pensato, o ci saremmo arrivati: è roba nostra, adesso. Vorremmo scriverne, ora. Bene, perché no? Se il concetto ci è chiaro, se quello che comporta e dove può arrivare la riflessione lo sentiamo scorrere in maniera naturale e addirittura ramificarsi e mutare dentro di noi perché non svilupparci qualcosa di nostro intorno?
Un esempio concreto può essere questo breve e scarno pezzo scritto dopo aver letto la citazione di Cesare Pavese posta all’inizio. Non sarà un grande esempio, ma di sicuro ci siamo capiti.
Per sette anni e per dodici stati
Gli zoccoli di Red alzano sbuffi di polvere. Accompagna il rumore dei suoi passi e resta nell’aria quanto basta per segnalare la nostra presenza, poi ricade giù.
La città è deserta. Nessun rumore, nessun movimento.
Scendo dal dorso del mio amico, tengo le briglie e mi dirigo verso l’abbeveratoio. Lo lego e lo lascio bere, se lo merita e anche io; sfilo il cappello e tenendo la cupola col palmo della mano infilo la testa nel liquido ristagnante. È veramente uno schifo, ma ci voleva. Anche uno schifo del genere è meglio di tutto quello che ho visto laggiù. Adesso è passata, questo sembra un posto tranquillo. Troppo tranquillo, forse. Forse non è affatto passata. Forse devo passarne un’altra.
Do una pacca a Red e a piccoli passi, scuotendo il capo per far asciugare meglio i capelli mi dirigo verso il saloon. Ma la città è veramente deserta, neanche qua trovo qualcuno. Se in una città di frontiera addirittura un saloon è vuoto, questa non è una buona cosa. Osservo l’interno, il pavimento è coperto da una patina di terra e polvere, come i tavoli e il bancone: nel locale non si vede anima viva da tempo. Gli scaffali sono vuoti, non credo possa trovare niente di utile qui, e non credo di averne tempo. È meglio andarsene.
Mi fermo sulla soglia, calco il cappello in testa. Socchiudo gli occhi e sistemo la vista.
Faccio solo pochi passi e qualcuno spara, non è lontano. Torno allora verso Red, di corsa, poi rallento. Cammino. Mi fermo. La vista si sdoppia, poi si offusca, sento uno strano ronzio nelle orecchie. Porto la mano al petto, la guardo: sangue. Mi hanno preso, hanno sparato a me, proprio a me. Lentamente, finisco in ginocchio e arriva un altro colpo, questa volta alle spalle e cado in avanti, carponi. Vado giù di schianto, nella polvere, faccio appena in tempo a vedere Red che si impenna sul posto. Poi si calma e ci guardiamo, ha capito tutto anche lui, ne ha visti tanti fare questa fine, per mano mia. Fuggendo per sette anni e passando per dodici stati, sono venuto qui per morire. Mentre la polvere entra nelle narici, infangando l’ultimo respiro, l’unico rammarico che ho è quello di lasciare il mio amico legato in questo posto.
Cose che direi a un bambino, volume #2
11. quando non sai come si chiama una cosa, inventa una parola. Sono nate tutte così in fondo.
12. peggio della sensazione di parlare a vuoto c’è solo quella di scrivere a vuoto. O viceversa.
13. ci sono le cose vere e ci sono le cose finte e che vogliono essere come quelle vere. E poi ci sono le cose che non esistono.
14. è dura rimescolare le parole, una volta che sono uscite.
15. una cosa strana è che se cancelli il silenzio ottieni il rumore.
16. una volta arrivato al traguardo continua a correre.
17. non andare troppo veloce o poi resti fermo.
18. i sentimenti sono come la plastilina, più ci giochi, più mutano forma.
19. se proprio vuoi essere felice, leggi sempre un libro in meno rispetto a chi hai intorno.
20. passeggia sull’erba quando piove col sole, e andrà tutto bene.




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