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(…hai già caricato tutto, rilassati, respira.)

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Che confusione, sarà perché ti amo?

con 3 pennellate

O anche:

Daisy mille persone
Pochi secondi per fare l’amore
Daisy che confusione
Sembra che il mondo sia solo un pallone

Chissà com’è che quando si parla di amore spesso si parla anche di confusione e quando si parla di confusione si parla spesso anche d’amore.
Tu sapresti spiegarmelo Daisy?

Ma io non volevo parlare d’amore e intanto che ci pensi, Daisy, cara Daisy, io continuo qua a parlare di confusione. Che confusione, vero?

Ah, Daisy, ma poi tu

Sai
Se il tempo perso si conta o non vale?

Pensaci. Poi mi dici.

Alle volte, quando parlo con qualcuno, tipo che sto facendo un monologo, quando parlo solo io insomma, e l’altra persona ha il solo ruolo di starmi a sentire e guardarmi, e magari limitarsi ad annuire,  mi capita spesso di soffermarmi appunto su queste cose e mi chiedo se mi stia capendo veramente… se riesce a seguirmi. Ma mica perché mi reputo intelligente, proprio perché mi sembra strano, ma non è neanche il fatto di essere emotivi – oddio tocca a me! -  è che nel momento che comincio a parlare, dopo un po’ mi viene da osservare le reazioni della mia controparte ivi frapposta (non so cosa ho scritto in quest’ultimo pezzo onestamente.) e allora vado in confusione, peggiorando la cosa e vado in blocco, mi scende la seranda nel loculo ivi frapposto (a-ha… ancora?) in cui sono situate le parole e non avendo più accesso prendo a fissare il vuoto, mi metto a braccia conserte, mi massaggio la nuca e peggioro la situazione. A volte la serranda ritorna su e le parole riprendono, ma non è detto. La cosa strana però è che pare che nonostante tutto, e ho fatto delle prove perché altrimenti non lo scriverei… nonostante tutto insomma, mi capiscono. Veramente, l’ho chiesto.

- Ma mi capisci?
- Sì
- Cioè, ma… mmh… ma veramente?
- Certo!
- Quindi… cioè, che ne pensi…

Questo è un abile trucco per vedere se è vero, ed è incredibile, le persone che fungono da cavia a questa mia prova molto abile si riallacciano al mio discorso. Mi capiscono veramente quindi: io parlo e mi capiscono, anche se vado in confusione mi capiscono: è incredible.

Quindi, Daisy, quando mi blocco e me ne vado a braccia conserte o grattandomi la testa lasciando l’interlocutore là a metà discorso… è sbagliato! Capisci Daisy?
Come “cosa?”
Ma non mi ascoltavi?

Vabbe Daisy, comunque

Da bambino io giocavo
Nel finto campo di grano

e sempre

Da bambino io cercavo
Un posto nel piano infinito

e non l’ho trovato mai, quindi adesso andrei a fare un’altra prova, non volermene cara Daisy.

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Scritto da flarin

il 3 luglio 2010 alle 1:31 am

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Diversi gradi di scorrettezza

senza colori

Ai mondiali di Usa 94, Diego Armando Maradona, anche conosciuto come El pibe de oro, segnò contro la Grecia il suo ultimo gol. Fu un’azione insistita, corale, alla quale parteciparono un po’ tutti se non erro: Redondo, Abel Balbo che in quella squadra faceva praticamente il centrocampista, Gabriel Omar Batistuta…

Un gran gol.
Poi proprio per la sua esultanza, fin troppo sopra le righe, venne il sospetto che fosse ricaduto nella coca, e infatti dopo analisi venne squalificato. Diego Armando Maradona, ha chiuso così la sua stratosferica carriera.

George Best, anche detto il quinto Beatles, una volta scese in campo da ubriaco: era sparito dagli allenamenti da giorni, Ferguson era incazzato nero, ma nonostante tutto lo schierò e quel matto fece qualcosa come quattro o cinque gol ugualmente. Forse sto esagerando perché non ricordo precisamente l’aneddoto e non trovo fonti, ma non più di tanto.

George Best. Si chiamava pure Best.

Diego Armando Maradona come George Best, erano e restano dei poeti a mio avviso. Artisti.
Uomini, che schiacciati da fama, soldi e bella vita hanno sbagliato ma danneggiando solo sé stessi e le proprie prestazioni. Sì, perché potevano essere anche più forti e più grandi.
Certo poi le loro cazzate le hanno dette e fatte come tutti, ma nel campo facevano qualcosa che nessuno faceva con la palla: arte.

Tutto questo per dire che se sbaglio, ma danneggio solo me, sono affari miei. Sono un coglione se vogliamo. Ma se sbaglio e danneggio gli altri, se mi dopo di flebo e il mio ematocrito schizza a 5000, se corro come un missile e prima ero un discreto ma onesto gregario, non solo sono coglione, ma sono anche scorretto e corrotto. E soprattutto non sono un poeta e tutto quello che farò non avrà valenza.

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Scritto da flarin

il 23 giugno 2010 alle 11:33 pm

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Polvere e oro

senza colori

libro con pagine invecchiate

Ci sono questi libri dalle pagine ingiallite, accartocciati, arricciati, anche un po’ scollati e polverosi… che ti chiedi che storia possano avere oltre a quella scritta tra le pagine.
Ancora mi arrovello su quale potesse essere quella di quel “canto di Natale” che presi nella piccola biblioteca delle elementari. Caro vecchio Dickens. Confesso che vorrei fosse stato mio quel libro.

Scritto da flarin

il 18 giugno 2010 alle 5:08 pm

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Cos’è l’affetto

senza colori

Ho una T-shirt rossa, l’ho comprata anni fa e l’avrò pagata qualcosa come 6-7 euro. Su questa T-shirt rossa, che è anche un po’ scolorita ormai, c’è un buchetto in basso, al centro. È stato ricucito, ma si vede. Nonostante tutto se devo fare qualcosa di importante, o sento il bisogno di sicurezza, tendo sempre a indossarla. Il buchetto malefico ce lo fece quel simpaticone di Jack.

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Scritto da flarin

il 17 giugno 2010 alle 5:21 pm

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Once

con 7 pennellate

Una volta, avrò avuto sedici o diciassette anni, dovevo raggiungere un amico e mi chiese la cortesia di portargli la chitarra. Me la misi sulle spalle e feci il viaggio in treno. Con una chitarra in mano ti guardano tutti sorridendo, o curiosi: è bello, ti fa sentire bene. Arrivato in stazione, mentre mi guardavo attorno una coppia di anziani mi fermò e mi chiese: perché non ci suoni qualcosa?
Ma io non sapevo suonare, e per dio quanto mi sarebbe piaciuto in quel momento saperlo fare… mi congedai imbarazzato più del dovuto, loro si fecero una risata e il vecchio dandomi una pacca sulla spalla mi disse: tranquillo, hai sempre tempo per imparare.
E aveva ragione, io ci provai, e riprovai, ma non ci riuscii mai. Ci ho provato quattro o cinque volte nel corso degli anni, ma la musica non fa proprio per me credo.

Suonare è lasciarsi andare e io non riesco, sto sempre a pensare a tutti i passi da fare, devo avere il controllo di ogni mia azione e così mi ostacolo. Vado troppo veloce e quindi rimango fermo.

Qualche giorno fa ho visto finalmente Once, ce l’avevo in lista da quando è uscito: avrei voluto andarlo a vedere anche al cinema, ma a quei tempi il cinema era una battaglia. E se posso dare un consiglio a chi non riesce mai ad andare al cinema per rinvii altrui o mancanza di affinità con chi ha intorno, se potessi, beh, gli direi, vai da solo. È una gran esperienza e se intorno non hai gente stupida ti fa prendere anche qualche punto carisma. Dopo un po’ di volte che vai da solo e ne parli, prova a riproporre e vedrai che succede.

Once

Comunque ho visto Once, è un film che passa tranquillo, leggero, un film che rinfranca lo spirito come se d’inverno qualcuno ti porgesse una sacrosanta bevanda calda al rientro a casa sotto un acquazzone scrosciante. C’è qualcosa di meglio? C’è una sensazione migliore da poter provare?

Forse sì, ma…  ok, magari è un discorso troppo idealizzante… ma io credo, o mi piace credere più che altro, che ci sia una sensazione migliore unica per ogni situazione e Once quella sera ha aperto il canale recettivo giusto con la sua colonna sonora che ha lavorato bene.

Per quanto riguarda la chitarra dopo quell’episodio della stazione ne comprai una. Ogni tanto l’ho provata, come scritto, ma è sempre stata riposta nel suo fodero. Spesso dopo la rottura di una corda. Adesso non credo di ricordare nemmeno come si impugna e in teoria sarebbe uno di quei giorni in cui dovrei comprare una corda, rimetterla, vedermi magari qualche videotutorial su youtube e provare. L’idea di poter creare una melodia su cui poi riversare parole mi affascina e sempre mi affascinerà, ma credo che ognuno di noi, dopo un po’, sappia quali sono le cose alla propria portata e quali no. È rimasta questa voglia, serena, con questo lieve retrogusto di malinconia, di canticchiare mentre lavoro, o scrivo, di mugolare melodie inventate, consapevole di essere al mio posto, consapevole di dare il “massimo” in una cosa in fondo banale. Servono anche questi sogni da affogare che ritornano, a volte.

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Scritto da flarin

il 19 aprile 2010 alle 4:42 pm

Perdere l’attimo

con 11 pennellate

- E se fosse tutto vero?
- Cosa?
- Quella storia, quella dell’amore unico e bla bla.
- Oddio che palle… cioè?
- Poniamo che si sia nati per incontrare una sola persona: la metà perfetta…
- … della mela, e bla bla… ok, ho capito dove vuoi andare a parare, vai avanti.
- Ecco. Poniamolo. Mettiamo caso che io avessi dovuto incontrarla ieri, proprio ieri.
- E?
- E niente, ieri sono rimasto a casa.
- Ah, beh… esci adesso.
- E no, mettiamo che dovevo incontrarla proprio ieri, perché lei stava partendo, chessò per tornare a casa sua, a Siena.
- A Siena. Perchè a Siena?
- M’è venuta in mente Siena, non saprei.
- Ok, mettiamolo. Mettiamo che adesso è a Siena.
- Ecco. E io dovevo incontrarla, magari in una libreria… scambio di sguardi, due chiacchiere, caffè. Lei decide che non torna più a Siena. Ci frequentiamo un po’, lei mi rivela ‘sta cosa… tipo…  “sai dovevo partire quel giorno, ma sentivo che non dovevo…”, “davvero? sai anche io sento qualcosa di forte e… e …”
- …
- Zack. Amore, eterno, tutta la vita.
- Ma che ci faceva qua a Roma?
- Non saprei.
- Non mi convince ‘sta storia.
- Ok, stava qua per lavoro, aveva deciso di mollare…
- Ma poi incontra te.
- Sì, e non parte più. Per me.
- Ok, adesso sì che è proprio una bella storia.
- Vero?
- … sì.
- Capisci? E se avessi perso l’attimo? E se ora fossi destinato a rimanere per sempre solo? A dovermi accontentare di una metà qualunque? io non voglio una metà qualunque… che dovrei fare adesso?
- Vai a Siena.

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Scritto da flarin

il 12 aprile 2010 alle 5:50 pm

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Forse non ci hai fatto caso

con 5 pennellate

Fai così allora.
Alzati dalla scrivania e chiudi la porta. Chiudi le persiane o tira giù le veneziane se è giorno. Serve penombra. Abbassa la luce del tuo ambiente come ti è possibile e più congeniale.
Spegni la radio. O la tv. O entrambe. Anche se sono spente già controlla, non si sa mai. Serve anche silenzio.
Adesso torna alla scrivania.
Ora, prendi una matita, anche una penna va bene, fai come preferisci. Se non trovi né l’una né l’altra, prova a guardare nel cassetto. Dovrebbe essere nel secondo.
Con ciò che hai trovato traccia con pazienza un 2. Bello grosso. Parti dal bordo sinistro del foglio. Poi di fianco traccia un bel tondo, lo zero. Quindi un 1, a seguire il bel tondo. Poi un altro bel tondo.
Posa la matita. O la penna. Forse è un pennarello, ma tu posalo ugualmente.
Lasciati andare sullo schienale. Occhio se sei su uno sgabello. Spero tu abbia letto in tempo.

Bene, finito. Adesso guarda ciò che hai tracciato nel più completo silenzio. Quanto ti pare. Quanto ti serve.

Tutto chiaro, no?

Scritto da flarin

il 2 aprile 2010 alle 12:36 am

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Come un giorno di pioggia col Sole

senza colori

Qualche giorno fa ha piovuto col Sole. Mi piace quando piove col Sole, ma deve farlo bene e le nuvole erano invece ben visibili e troppo vicine. Si perde un po’ tanto così, perché il cielo è opaco e non c’è quella luce calda da bella giornata e la pioggia insieme. Quando piove col Sole fa caldo. Però piove. Quando piove col Sole fatto bene, poi, non dovrebbe esserci vento, o per lo meno non quel vento gelido che c’era quel giorno. Anche questo fa perdere un po’. Va bene uno scirocco, leggero, va bene una brezza, lieve, sporadica, ma il vento gelido no. Non va proprio bene quello. Quando piove col Sole dovrebbe piovere col Sole e basta, non dovrebbe esserci altro. Quando piove, bene, col Sole, è qualcuno che sorride per te, gli angoli degli occhi umidi: ti tocca il cuore, te lo scalda, ti senti in pace.

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Scritto da flarin

il 5 marzo 2010 alle 3:22 pm

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Il post più depresso del mondo

con 6 pennellate

Alle volte ho come l’impressione che non mi sopporti nessuno.

Poi però, rinsavisco e penso di essere un dannato egocentrico; un maledetto dannato egocentrico. E mi rendo conto allora che nessuno mi si fila veramente quanto mi filo io.
Così, rinfrancato, tiro un sospiro di sollievo.

Poi però, ancora, ripensandoci meglio, mi rendo conto che tutto ciò è peggio. Dannatamente peggio. Maledettamente dannatamente peggio. E suona anche molto cacofonico e ricercato come paragrafo. E tiro un altro sospiro (e basta).
Marvin

Vi sfiderei a fare meglio, ma paradossalmente mi battereste.

Scritto da flarin

il 28 febbraio 2010 alle 8:33 pm

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John Fante aveva Joyce

con 6 pennellate

Dopo la lettura di Full of Life, ne sono ancora più convinto: ogni scrittore dovrebbe avere la sua Joyce.
O meglio, un determinato tipo di scrittore, magari non accostabile a lui come bravura, o stile, ma come carattere, come indole. John Fante da quello che ho potuto capire era un tipo molto sicuro della sua bravura nello scrivere, ma dopo l’impeto, molto spesso, un po’ per insicurezza sopraggiunta, un po’ per insoddisfazione, un po’ per troppo senso autocritico… accartocciava il suo lavoro, lo appallottolava e lo buttava nel cestino.
Alzi la mano chi si rivede in questa cosa.
Avanti.
Allora alzi la mano chi non ci si rivede.
Mmhh… beh?
Ma non c’è più nessuno qui? Nessuno mi ascolta?
Mh, vabbe.
Comunque, John Fante aveva Joyce.

Joyce, raccoglieva la cartaccia nel cestino, la spallottolava, dispiegava, stendeva. Si stendeva anche lei, nel letto, e con una penna segnava, cerchiava, tagliava, spostava. Il giorno dopo John Fante ritrovava sulla scrivania i suoi bei fogli con gli scritti corretti su cui riflettere e lavorare.
Magari erano decenti anche prima, ed era semplicemente la situazione, o l’interesse e la partecipazione che lo invogliavano. Chi può dirlo. Sta di fatto che grazie a Joyce ha scritto dei libri bellissimi.

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Scritto da flarin

il 7 febbraio 2010 alle 5:34 pm

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