(…hai già caricato tutto, rilassati, respira.)
Veronika decide di morire
C’è una sostanza, il vetriolo, che ci intossica e ci fa perdere la voglia di vivere. L’amarezza ci invade ogni giorno di più e andare avanti è sempre più difficile.
A Villete giunge Veronika, un tentato suicidio alle spalle e la voglia di continuare su quella linea. Ma a Villete scoprirà che il suo tentativo le ha causato una necrosi al cuore, che a giorni la porterà alla tanto agognata morte.
Da qui, ad ogni colpo di cuore, per ognuno, scaturiranno le dovute riflessioni.
Infatti, l’arrivo di Veronika e la sua condizione sblocca dal torpore la vita degli altri pazienti, in particolare tre di loro, che sono in cura per disturbi come depressione, panico e schizofrenia. Per lo più immaginari. La verità è che anche loro sono intossicati dal vetriolo e si rifugiano lì a Villete non sapendo cos’altro fare e pensando che il mondo esterno sia diverso. Veronika involontariamente li desta. Non li guarisce o non tutti o solo in parte in quanto non possono guarire e anzi perseverando nel loro intento di volersi uniformare e diventare “normali” dimostrerebbero al contrario di essere ancora pazzi, come dice il dottor Igor a Mari.
Non c’è niente di sbagliato nello stile semplice di Coelho, nulla affatto. Quando lo lessi la prima volta, abbandonandolo, mi feci prendere dal fastidio che provavo nel fatto che lo scrittore si era messo nella storia, lo vedevo come un autoincensarsi e ancora lo vedo così, ma alla fine è una breve parentesi, qualche rigo appena… per il resto è un libro ottimo che riesce a entrare in maniera perfetta negli argomenti che si prefigge di affrontare, senza giudicare, senza fare la morale: il perché Veronika decide di morire, la paura della morte, il bisogno di rifugiarsi, il non essere né felici né infelici.
Scrivere #14 – Perché
La rubrica Scrivere ci lascia – chissà – con questo breve stralcio di dialogo:
- Hai una storia, – mi disse, – verso la quale hai delle responsabilità.
- Come sarebbe a dire che ho delle responsabilità?
- Hai delle responsabilità verso la tua storia. Devi cercare di darle un senso. Le devi la tua completa attenzione.
Underworld – Don DeLillo
Eva
Lo sai.
Lo sai che non mi puoi fregare, te l’ho detto già che sei una grande attrice ma che io so smascherarti ormai.
Mi restava solo questo passo per essere etichettato definitivamente come pazzo – di te -, credo. Scrivere qua, sulla mia anima virtuale, oltre che su quella vera – e di cui abbiamo atomi comuni – che, sono innamorato, cotto, di te.
Da trentadue anni.
Te l’ho detto già: adesso capisco tante cose, capisco perché mi sentivo così, male, ovunque. Perché questa irrequietezza perenne. Questa rabbia.
È che ti aspettavo e non sapevo dove fossi.
Però sapevo che c’eri.
Dovevi esserci.
E infatti.
Ti aspettavo anche quando non eri nata, nel box coi giocattoli. Erano tutti brutti.
Nel cortile, e quando cadevo non piangevo perché mi ero sbucciato un ginocchio e faceva male, ma perché ero disperato di già… nessun soffio poteva far passare il dolore, quello vero.
Forse solo il tuo.
Perciò.
Sappi che è inutile.
Nonostante questo tono scanzonato, sono serissimo. Che sia adesso, a settembre, fra tre anni, fra dieci… mai… per me è uguale.
Non esiste più nessuna.
(Te l’ho detto che ti amo?)
Scrivere #13 – Verso l’infinito e oltre
“Verso la fine e oltre” sarebbe stato più azzeccato, ma come si può resistere dal citare il buon Buzz da Toy story?
In realtà è anche abbastanza giusto, volendo, perché non dovremmo puntare ad arrivare alla vera fine quando iniziamo a scrivere qualcosa. Dobbiamo scrivere per raggiungere, la fine, come viene viene… dobbiamo scrivere la prima bozza, adesso… non il libro. Poi possiamo fare tutte le sessioni di editing che ci pare, e sarà veramente divertente e stimolante perché tutto quello che faremo sarà solo migliorare la nostra opera che è già “finita”. E questo non è rincuorante?
È come andare la prima volta a visitare un luogo: non lo conosciamo bene e non possiamo o riusciamo a notare tutto la prima volta, ma ritornandoci possiamo notare anche cose date sempre per scontate o che si erano nascoste bene dopo la prima visita.
Prossimo appuntamento, forse l’ultimo di questa rubrica e forse anche di Colorivari, giovedì 2 giugno: Scrivere #14 – Perché
Scrivere #12 – Come visualizzare il nostro lavoro
Tempo fa mi ero fissato con un modello di word che simulava le pagine di un libro. Era un file .dot che divideva il foglio A4 in due A5 affiancati, ossia il formato delle pagine dei libri. Può essere buono, forse all’inizio, ma è poco pratico per revisionare poi a penna e comunque non è un formato utile a chi dovrà averne una copia.
Serve spazio per gli appunti e le note e perciò è meglio usare le fantomatiche cartelle. Una cartella non è altro che un foglio A4 che contiene 1800 battute. La spaziatura va impostata a 1,5 righe e se impostate poi il font (times new roman) a 14 come suggeritomi da lud_wing avrete il contenuto pressocché preciso della pagina di un libro di quelli commerciali. In questo modo vedrete filar via cartelle su cartelle, saprete precisamente qual è il vero “peso” della vostra opera e potrete paragonarla a lavori di altri scrittori; sarà molto utile.
Prossimo appuntamento, giovedì 26 maggio: Scrivere #13 – Verso l’infinito e oltre
Scrivere #11 – Come organizzarsi
Lasciarsi andare alla fantasia, entrare in un mondo e tirare giù tutto quello che si vede… sì, ok, va bene. Però io non ci credo molto: o meglio, non credo possa funzionare andare avanti praticamente a caso, seguendo un flusso e basta. Prima di tutto, il flusso non è mai uguale. Secondo poi, non avere indicazioni è il modo giusto per perdersi, e, perdendosi, è vero che si scoprono cose a cui non avremo mai pensato e se ne può rimanere stupiti, però è anche vero, che si perde di vista quello che volevamo dire o che ci si deve, alla lunga, arrabattare. E chi legge se ne accorge. Forse non tutti, ma i lettori forti di sicuro sì.
E noi vogliamo rivolgerci a quelli… sbaglio?
Gli accessori di cui disponiamo e dovremmo riporre nel nostro zainetto prima di partire, alla fine, sono pochi, ma utilissimi – ovviamente.
Serve prima di tutto la motivazione, o meglio ancora dobbiamo stabilire di cosa vogliamo parlare: nel libro Anatomia di una storia (che potrebbe interessarvi) si parla di “premessa drammaturgica”. Consiste, buttando tutto sul “terra terra”, nello scrivere in una riga l’idea che vogliamo sviluppare e rifletterci sopra.
Non è male poi scrivere la sinossi e dalla sinossi ricavare la scaletta.
La scaletta da seguire è il cosiddetto intreccio, ossia il montaggio della nostra fabula, che non è altro che l’ordine cronologico delle scene. Scrivere la scaletta è una cosa molto difficile e più dispendioso di quello che possa sembrare, ma può essere determinante: ogni scena andrebbe vista come un racconto più o meno lungo, quindi ogni scena per definirsi tale deve avere le stesse caratteristiche che mettereste in un racconto. Deve dire qualcosa e prima di dirla deve creare una buona premessa.
La scaletta la trovo veramente utile: è come se fosse il nostro libro da neonato. Io la piazzo proprio nel documento su cui sto scrivendo e uso i vari punti come riassuntini delle scene da scrivere. E non è detto che la segua in ordine, anzi. Quando mi va di scrivere una scena, quando la sento meglio, lo faccio. Poi ovviamente niente mi vieta di spostare, tagliare…
Prima della sinossi, comunque, preferisco scrivere la scena madre. Più che scriverla… a me viene in mente questa scena e poi da questa costruisco tutto.
Le schede dei personaggi sono abbastanza utili: è sempre meglio sapere le caratteristiche fisiche, la morale e il background di ogni personaggio che entrerà in scena… poi non è detto che dovremo usare tutto. Ad esempio non è detto che ogni volta che entra un personaggio in scena si debba partire subito con l’elenco delle sue caratteristiche fisiche (colore occhi, capelli…), anzi, spero non lo faccia nessuno, onestamente. Però, a noi, sapere prima con chi abbiamo a che fare, aiuta a sviluppare l’azione restando fedeli al personaggio. Bisogna giocare un po’ di ruolo quando si scrive.
L’incipit a mio avviso è meno importante in una prima stesura. Però scriverlo non fa male.
In ogni caso un incipit è il nostro amo, deve essere appetitoso, deve incuriosire. Ad esempio come si fa a resistere a questo:
“La persona che ami è fatta per il 72,8% d’acqua e non piove da settimane.”
Quindi deve essere studiato bene, io mi lascerei questa cosa alla fine perciò, al momento di revisionare tutto.
Prossimo appuntamento, giovedì 19 maggio: Scrivere #12 – Come visualizzare il nostro lavoro
Scrivere #10 – Tagliare e conservare
Quando noto che un pezzo mi piace, ma ostacola l’andamento della storia, adesso so che va tolto.
Ho passato mesi bloccato per colpa di due scene che non volevo togliere perché credevo fossero la parte più bella, ma poi ci ho provato e tolto l’ostacolo si è scatenato un effetto domino che a portato tutto a chiusura. Se era così bello quel pezzo, niente mi vietava di usarlo per altre cose.
All’inizio è difficile ma dopo due o tre volte che si fa e si nota anche che funziona e che ci permette di andare avanti, diventa non dico facile, ma per lo meno di routine. Bisogna essere drastici. Che ci vuole in fondo? Una seconda copia del documento, si taglia il pezzo e si prova a scrivere senza quello. Se va male o se ci viene in mente lo sblocco avremo sempre l’altra copia da riprendere. Ma se va bene la seconda copia, avremo sbloccato tutto e avremo addirittura del materiale per altro o un bel raccontino da editare.
Prossimo appuntamento, giovedì 12 maggio: Scrivere #11 – Come organizzarsi (forse sarà diviso in due o più post)
Scrivere #9 – Da dove comincio?
Dalla fine non è affatto male. Iniziare pensando e scrivendo la scena più importante a cui si deve arrivare mi è più congeniale. C’è chi preferisce partire dall’incipit, ma io non mi ci ritrovo perché se inizi dall’incipit è un po’ un viaggio verso l’ignoto. È facile arrivare a un punto dove non si sa più dove andare a parare: secondo me iniziare dall’incipit è la via più semplice per andarsi a incartare. Invece decidere da subito dove arrivare ci permette di scrivere tutto in maniera funzionale alla meta da raggiungere. Poi nessuno ci vieta di scrivere dopo qualcos’altro. L’evento topico non è la fine del libro, ma la scena madre. Quindi non si rischia di annoiarsi perché si sa già come finisce, visto che dopo questa possono arrivare le riflessioni, la chiusura e tante altre cose che possiamo focalizzare bene solo dopo aver passato un po’ di tempo con i nostri personaggi. Sapere dov’è il traguardo può aiutare.
Prossimo appuntamento, giovedì 5 maggio: Scrivere #10 – Tagliare e conservare
Scrivere #8 – Fissa il tetto
(I post successivi sono quasi tutti improntati alla creazione di un romanzo. Anche quelli precedenti lo erano in fondo, ma erano applicabili anche a molti altri contesti. Vorrei precisare che io non ho mai pubblicato un libro, quindi non so a che titolo possa permettermi di scrivere certe cose e non vorrei apparire presuntuoso o saccente. Precisazione di troppo, ma che mi sentivo in obbligo di dover fare.)
Non c’è un tempo effettivo in cui tirar giù un tot di parole, dipende da tante cose. A volte ne ho buttate giù anche duemila in mezz’ora, altre in due o tre ore. Altre in giornate. Oltre che prepararsi è molto utile fissare un tetto di parole da dover scrivere al giorno. Uno matto come King di parole ne scrive duemila in questo lasso di tempo e come sfida nel suo On writing suggerisce di scriverne mille, cifra che nei periodi produttivi ho adottato come limite minimo, per quanto mi riguarda. Ma se non si è scrittori per lavoro, a volte può risultare massacrante e la vera cosa importante è non fermarsi, tenere il lumicino acceso e addentrarsi nel sentiero anche se si sta restringendo. Quindi fissare anche un traguardo più piccolo (200? 500? mezza cartella?), in questi periodi, può aiutare. E aggiungerei: mille parole (o meno), anche brutte, sparse, ridondanti. E se non ce ne vengono mille su un racconto o su un romanzo che stiamo scrivendo, alle brutte vanno bene anche sparse in più progetti. Per scrivere bene e in maniera fluida e costante… scrivere è il nostro unico allenamento possibile. Ancora una volta: tirare giù tutto. Ci divertiremo dopo a limare.
Prossimo appuntamento, giovedì 28 aprile: Scrivere #9 – Da dove comincio?
Scrivere #7 – Appuntare sempre
Sebbene come scritto nel post precedente si possa, con un po’ di sforzo, concentrarsi ed entrare in uno stato simile a quello dei sogni lucidi, l’ispirazione non arriva a comando. Quindi se nell’arco della giornata ci viene in mente qualcosa, va subito appuntato. È bene portarsi dietro un piccolo quaderno, non serve una moleskine per forza, non dobbiamo passare per scrittori, ma essere scrittori. Non serve un quaderno fashion e di moda per atteggiarsi e che costa 15 euro; basta un qualcosa di tascabile, io per esempio uso i quaderni delle elementari, ne compravamo a pacchi quando erano in offerta. Certo nell’era degli smartphone e affini è un discorso un po’ da vecchio bacucco, ma vedete voi insomma come vi trovate meglio. Qualche giorno fa ero all’auditorium a sentire Bergonzoni a Libri Come, volevo appuntarmi una cosa e tanto per smentirmi non avevo nulla con me; così ho chiesto a destra e sinistra una penna e un foglio e alla fine l’ho scritta sul braccio ma per la frenesia ho dimenticato una parte e dopo aver iniziato ho lasciato perdere. Però sull’avambraccio mi era rimasto: “stiamo morendo”. Che non credo nemmeno c’entrasse qualcosa, ma mi dicono di sì. Comunque. Appuntarsi le cose serve per non perderle e per la solita storia di creare la “miniera” di parole e fatti, ma anche per liberare la testa durante il giorno, senza essere costretti a ripetere tutto a mente per paura di perderlo. Quando succede io non riesco nemmeno a sentire le persone che mi parlano o a fare le cose che devo fare, perché il cervello è intasato. Quaderni ovunque: soprattutto sul comodino, come detto, per la caccia grossa. E liberando la mente dalla paura verrà fuori anche più materiale durante il giorno.
Prossimo appuntamento, giovedì 21 aprile: Scrivere #8 – Fissa il tetto





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