flarin

Colui che scrive qua. Nel blog, non il verso della papera.
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Tormento

Quattro anni fa mi comparve un bozzetto sotto la mandibola. Precisamente a sinistra. In quel periodo il mio nonno materno era ancora in vita. Mio nonno ha vissuto gli ultimi tre mesi di vita da me ed io finché ho potuto ho cercato di stargli accanto. Stava su un lettino in salone, perchè non poteva fare le scale. Noi le camere da letto le abbiamo di sopra. Già era tanto se poteva scendere da quel trabicolo infernale per pranzare con noi figuriamoci se poteva fare le scale. Il tumore si era espanso in tutte le ossa, gli provocava dolori lancinanti. A mio nonno per farlo stare bene decisero di dargli delle medicine. E quelle medicine lo cancellarano mio nonno. Mio  nonno era un tipo rubicondo e gioviale, era l’anima delle feste. Su quel lettino era diventato uno scheletro irascibile ed io quello scheletro lo accudivo, gli cambiavo le flebo e i sacchetti del catetere. Insistevo perché mangiasse. Ci parlavo e gli dicevo tante cazzate, tante bugie. Lui non mi credeva e si arrabbiava, poi a volte tornava lucido e in quegli attimi di lucidità, mio nonno mi sorrideva, ci provava almeno. E chiedeva scusa, a me a mia nonna e mia madre. A tutti. Ci chiedeva scusa perché la vita con lui era stata così stronza. Intanto quel bozzetto sotto la mandibola mi si gonfiava. Dopo due giorni era diventato qualcosa di preoccupante e così mi trascinarono dal medico che mi mandò immediatamente a fare un’ecografia. L’ecografo disse che poteva essere un’adenoma, ma che quasi sicuramente era benigno. L’ecografo non mi disse altro, non diede nessun’altra diagnosi. Tornai a casa e ricordo che c’era il sole quel giorno e ricordo anche che un raggio di sole così caldo sulla pelle non l’ho mai sentito più. Probabilmente ho un tumore pure io pensavo. Ma la cosa mi scivolava dentro senza brividi di paura. Non me ne fregava un cazzo di niente. Mi ricoverarono in ospedale e tra l’attesa del posto e di fare l’intervento chirurgico per quasi un mese me ne stetti col dubbio di cosa avessi. Non era niente, per l’appunto e così tornai a casa giusto per vedere spegnersi quel che era rimasto di mio nonno.

Mi ricordo che appena mi vide tornare, mi chiese come stessi. Io risposi che non era nulla, che stavo bene ora.  In quei giorni era diventato, giustamente, egoista. Ma non è giusto dire giustamente in quanto non era più veramente lui. Non si rendeva conto di quanto mia nonna e gli altri si spaccassero in quattro. Non poteva. Vedere che però per un attimo era tornato in se e si era preoccupato per me mi rese felice e là ho capito quanto è importante la figura del capofamiglia. Da parte paterna avevamo perso l’altro mio nonno un anno prima e s’era sfasciato tutto. Da parte materna invece… Fu uguale se non peggio.

Dopo pochi giorni, mio nonno, fu portato via da casa. Ricordo che era in uno stato al limite dell’umano e ricordo anche che gli ultimi giorni ho sperato che morisse il più presto possibile.

Non è tollerabile che una persona debba soffrire così tanto, io non capisco che senso abbia.

Stanotte questo episodio mi tormentava. La mia vita s’è come spenta quattro anni fa. Per tre mesi non ho fatto altro che scandagliare la mia mente sul senso della vita, sulla religione, sulla morte e su tutte le cose correlate senza cavarci un ragno da un buco se non una visione realistica che molti bollano come pessimistica e basta. Forse giustamente. Perché da quattro anni io mi sono come spento, non riesco proprio a farmi una risata di cuore, a divertirmi in compagnia.  Mi cago il cazzo sempre, se sto da solo dopo un po’ mi stufo, se esco dopo un po’ mi stufo e voglio stare da solo. Non ho ancora trovato come sprecare questi pochi attimi che ci sono stati concessi, anche perché non riesco più a concentrarmi come si deve e a metterci l’attenzione e la voglia che occorrono. Tutti i miei progetti sono congelati a quel periodo.

E adesso che mi sono sfogato, buonanotte.

Si spera.

Hai presente…

Hai presente quando calpesti una merda? Quella merda inutile, che non solo non servirà nemmeno a concimare, ma che è pure dannosa. Quella merda che si sollazza sull’asfalto ben mimetizzata e che ti si attacca alle scarpe. Hai presente? Dai, quella che per levarla ti serve il famoso bastoncino di ghiacciolo. Oh, hai capito? Facciamo conto di sì, perchè io proseguo. Insomma, quella che poi ti devi appoggiare a un cartello o un lampione a raspartela via e, magicamente, in quel momento passano tutti quelli che non devono passare per guardarti e sbeffeggiarti mentre tu cerchi di staccartela sempre con più dedizione dalla suola; tu stesso, a quel punto, ti sentirai una merda. In quel momento passerà il tuo capo che già ti reputa un lavativo e un imbranato e scuoterà la testa, perché "lui lo sapeva"; passerà quella a cui "batti i pezzi" da anni che riderà di te; passerà pure la tua ex con le sue amiche e faranno la solita faccia "è un cretino, ma lo sapevamo". Ah, passeranno pure i tuoi amici e ti faranno girare i coglioni perchè ti prenderanno per il culo. Ti gireranno i coglioni perché non capiranno cosa hai passato finora. A quel punto avrai pietà di quel pezzo di merda solo, inutile e dannoso e che però poteva far crescere qualche fiore almeno, ma non ce l’ha fatta, vuoi per la sfiga di essere stato cagato sulla strada asfaltata, vuoi per la sfiga di essere stato calpestato… e, eh sì, a quel punto avrai pure il rimorso di averlo calpestato quello stronzo.

La scia rossa

Dal diario di bordo del capitano Globulo Coriçin.

"Non siamo ancora riusciti a capirne bene la dinamica. E’ stato come se tutto il pianeta fosse dapprima collassato su se stesso; come se dovesse implodere. Poi, d’un tratto, si sono formate le prime crepe e c’è stata invece l’esplosione.
Fortunatamente eravamo già preparati. I nostri scienziati erano anni che progettavano il piano di fuga e così, eccoci qua, a bordo delle aeronavi… diretti chissà dove. Ma… [...]

Il nostro pianeta ci manca molto. Moltissimo. Era un luogo stupendo. Ora non ne resta altro che una scia di pezzettini rossi. [...]

Voglio che i miei figli crescano là. Era un posto bellissimo, pieno di speranza e di emozioni. Lo giuro su quanto ho di più caro al mondo: lo ricostruiremo. Un modo per ricostruirlo lo troveremo. Senz’altro. Lo giuro.

Rinascerà il nostro amato pianeta Cuore."

Da quanto ne sappiamo oggi, il nostro popolo riuscì nell’intento. Il pianeta ha sofferto ancora crisi simili e la causa è ancora sconosciuta. Ma finché ne avremo facoltà, e possibilità, anche in onore del capitano Coriçin noi continueremo a ricostruirlo. Sempre. E a tornarvi.

Il pupazzetto triste (e pensieroso)


 
C’era una volta un pupazzetto triste (e pensieroso).
Come tutti i pupazzetti tristi (e pensierosi) che si rispettino passava il tempo seduto con la schiena appoggiata ad un muro, un albero, una roccia (bella grossa però) o qualcosa di più grande di lui. Che comunque era grande come una mela, quindi era facile trovare quel qualcosa.
I suoi hobby erano chiudere gli occhi, respirare e sospirare.

 

Un giorno, al pupazzetto triste (e pensieroso), capitò di scorgere in lontananza una figura.
Osservò meglio e vide che era una bambolina di pezza. E notò anche che, questa bambolina di pezza, sollevandosi sulle punte dei piedini più che poteva, cercava di afferrare la Luna. Ma anche lei era alta come una mela e così non ci arrivava. Ma non poteva arrivarci, non era possibile farlo ovviamente. Nemmeno se fosse stata più alta di una mela, chessò, nemmeno se fosse stata alta come un… melone!
Ma lei provava. E provava.

Quel giorno, il pupazzetto triste (e pensieroso), sorrise.

Cammino

Cammino.
Testa bassa sul selciato grigio. Un passo dietro l’altro verso la meta. Una meta che non c’è. Una meta mai fissata in verità. Ma il punto è che cammino. Così, tanto per fare. Mani in tasca, giocano coi fili delle cuciture interne dei pantaloni presi al mercato. Ci farò un buco in fondo e dovrò comprarne altri. Ma pazienza, adesso va così. Adesso va bene così.
Mi fermo. Al mio lato destro, ad appena venti centimetri circa, un muro. Cade a pezzi. Alla mia sinistra, signore e signori… Un altro muro. Anch’esso a venti centimetri. E anch’esso cade a pezzi. Ma guarda un po’. Così uguali, così vicini, ma non si toccheranno mai.
Di fronte a me selciato, poi più avanti selciato e più avanti ancora… boh? Selciato, deduco. La nebbia copre tutto; c’è talmente tanta nebbia laggiù che la tagli con un tonno. O com’era. Stringo gli occhi. Mi sembra che i muri là si tocchino. Ma penso sia una cazzata ottica. Pardonemua, si dice illusione ottica. Sempre mani in tasca, con le gambe che danno ancora in avanti, ruoto di un tot di gradi – non mi va di calcolare quanti – il tronco e guardo indietro. Selciato, poi selciato e più giù… mi sembra eh… selciato. Sì, selciato. Poi la nebbia.
Poi…–br–
Poi, qualcosa si muove. C’è una feritoia là in fondo, nel muro a destra, piccola, dritta, stretta, nera. Io non mi muovo invece e cerco di focalizzare. Pure nella feritoia c’è qualcosa, sembra una fiammella. Una fiammella azzurrognola che si muove. Preciso a me stesso.
L’occhio mi saetta a sinistra. Poco più avanti, nell’altro muro, altra feritoia, piccola, dritta, stretta, nera. E altra fiammella. Mi giro e mi guardo le scarpe, sono slacciate cazzarola. Mi abbasso lentamente e mentre mi abbasso qualcosa mi sfiora la fronte. Alzo lo sguardo e c’è una mano davanti ai miei occhi. Una mano evanescente, azzurrognola. Una mano attaccata ad un braccio lunghissimo ed esile. E questa mano proviene da una feritoia a destra, alta, dritta, stretta, nera. E là dentro, in quell’antro buio, là dentro ci sono due lucine vacue e bianche che mi fissano. La mano si agita e cerca di prendermi, ma così accucciato non può. Non ci arriva. Gnè gnè gnè non c’arrivi, penso.
E mentre penso, con la coda dell’occhio vedo qualcos’altro muoversi a sinistra. Mi giro, rotolo verso destra e finisco seduto in terra, schiena al muro. Di fronte a me un’altra mano evanescente e azzurrognola, attaccata ad un altro braccio esile, che proviene da un’altra feritoia alta, stretta e bla bla bla. L’importante è che anche questa feritoia è nera e anche dentro questo nero sono immerse due lucine vacue e bianche. Che mi bramano.
Guardo in su, inclinando il collo quanto basta e puntellandomi sui palmi aperti. L’altra mano mica è sparita. Fa a gara con quella che ho di fronte e da cui sono scappato. Ma tanto non c’arrivate. Gnè gnè gnè.
Poi, guardo a destra e vedo che i muri sono pieni di quelle feritoie nere. Guardo a sinistra ed è uguale. E da ogni feritoia due di quelle lucine, che deduco appartenere ad uno stesso essere, cercano di afferrarmi con il loro braccio esile e azzurrognolo.
Io non fumo, ma decido che sia il momento giusto per una sigaretta. Dalla tasca tiro fuori un pacchetto, dal pacchetto una sigaretta. A fianco c’è pure l’accendino. Porto la sigaretta stropicciata tipo quelle di Jigen alle labbra e l’accendo coprendo la fiamma.
Andate a fanculo, penso. Io resto qua, voi smazzatevi pure per afferrarmi. Tanto le porte non ci sono, non potete scendere. E io non posso salire.
Sarebbe troppo facile, vero?
Aspiro. Tossisco. E vaffanculo pure alla sigaretta. Forse la scena veniva meglio se tiravo fuori un i-pod.

Un mio vecchio amico

Uno scarabocchio basato su un racconto di un paio d’anni fa; fatto su un fogliaccio di carta, scannerizzato, invertito e spennellato su photoshop. Sì, ok, vado da uno bravo. Poi.

Nelle mie mani

Avete presente quando accatastate un po’ di legna – un bel po’ di legna -, di quella secca che prende subito, sotto riponete tanta carta, diavolina, rametti secchi; sopra buttate dell’alcool. Imbevete quella stupida legna nell’alcool. La affogate… quella stupida fottuta legna.

Avete presente un fiammifero? Avete presente quanto ci voglia poco ad accendere un fiammifero? Certo, ci vuole poco a fare una cazzata e mozzargli la testa. Ma supponiamo che siate abili e che abbiate dimestichezza.
Supponiamo che l’unica difficoltà che si frappone fra voi e un falò di quelli storici dove trovare finalmente calore, sia solo ed esclusivamente muovere il polso. Insomma, avete presente quanto potrebbe bruciare bene quella legna? Ecco.

Ma supponiamo che non abbiate intenzione di accenderlo quel fiammifero e supponiamo che non vogliate che nessuno lo faccia per voi. Ecco. Ecco come sto. Tengo il fiammifero nel pugno, lo fisso, e per spezzarlo in due mi basterebbe solo fare una lieve pressione del pollice.

Mettiti a sedere

Mettiti a sedere e ascoltami.
Perché, se ora sei qui, mi pare il minimo.

Devi sapere che c’è un ragazzo che sta facendo una gara. C’è chi vuole scalare il monte più alto per sentirsi onnipotente. Lui sta facendo una gara con tutti noi per cercare il punto più basso che si possa toccare in vita.
Sai che c’è nel punto più basso? C’è il miele.
E della qualità più buona. Una volta che lo trovi, questo miele, risalire è una volata.
Altro che montagna più alta. Toccare il fondo, il fondo più nero, è geniale.
Questo ragazzo non è autolesionista è un genio, un genio del male.

Mettiti a sedere e guardami.
Guardami, perchè almeno un’occhiata fugace me la merito.

Mentre ti racconto questa storia, con le lacrime che picchiano sull’iride.
State lì, dove volete andare… stupide creaturine acquose. Che si sta bene, le lacrime vivono nella tristezza. Dove volete andare? Di meglio non c’è. Sta qui anche tu.
State qui, fatemi compagnia mentre vi parlo di lui.

Mettiti a sedere e sospira.
Perché sono crudele. E nessuno crede che io lo sia.

Voglio vedere qualcuno star male.
Fatti osservare mentre sei triste. Sta qui, non ti muovere, dove vai?
Poi ti farò una carezza, promesso, ma adesso sta qui, stai male per favore.
Soffri mentre ti parlo di lui.

Mettiti a sedere e piangi.
Piangi troppo, più che sia possibile, per favore.

C’è questo ragazzo, dicevo, lui è in viaggio da tanto tempo questo genietto del male. Non si ferma quasi mai. Solo a volte, quando trova una stazione di servizio. Sai cosa distribuiscono in queste stazioni di servizio? Illusioni e sogni.
Il ragazzo si ferma qua qualche notte, fa il pieno di queste cose che ti dicevo, queste illusioni e questi sogni, poi si sveglia e continua la sua discesa.
Verso il fondo, il fondo più nero. Verso il miele. Instancabile.

Mettiti a sedere e abbracciami: ho finito.
Ti chiedo scusa.

la bella statuina

Dicevo: c’era questo omino.

Un giorno questo omino, camminando camminando, trova una statuetta di cristallo in terra. L’omino la raccoglie delicatamente con un panno pulito, senza toccarla con le mani, quasi per rispetto reverenziale. Comincia a spolverarla e lustrarla e sempre camminando camminando se la porta fischiettando a casa. L’omino è felice, è davvero una bella statuina; lui è povero e quella statuetta lo fa sentire tanto ricco. Ma tanto tanto ricco, come mai lo è stato.
E’ solo una statuina di cristallo, una bella statuina per carità, e di nobile fattura e pregio. Ma lui è felice. Tanto felice e decide di metterla nella mensola più grande e luminosa della sua casa. Toglie tutto da questa mensola. Tutto quanto.

Passa il tempo.

L’omino che s’era sempre limitato a rimirarla e a spolverarla con un panno, prova a toccare la statuina e solo sfiorandola con un dito questa s’incrina.
Va nel panico più totale. L’omino sente il sangue fluire veloce nelle sue tempie.
Si fa coraggio e ci riprova. Un’altra crepa.

Passa il tempo.

L’omino adesso se ne sta seduto in un angolo della casa, pensieroso, e guarda la statuina baciata da un raggio di sole.

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