flarin

Colui che scrive qua. Nel blog, non il verso della papera.
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Brevi storie in una breve storia #3

La fotografia
Non è come quella del piatto infinito, ma insomma, non ci si può lamentare di questa serata. La fotografia è ancora al suo posto, in alto. È fissata al legno della panchina con delle puntine. Non è intera, ma è solo uno squarcio di quella che era una scena ben più grande. Ci sono i volti di due bambini: un maschio e una femmina. Lei di profilo, lo guarda, e sorride. Ha il palmo delle mani sulle ginocchia e forse sta muovendo le gambe avanti e indietro mentre chi ha la macchinetta fotografica preme il pulsante. Il bambino guarda in camera con gli occhi fissi e quasi vitrei e ha le labbra serrate in un sorriso timido. È qui da tanto tempo, questa che per il gatto è una strana finestrella, e lui sotto la panchina le fa la guardia: ogni tanto viene a vederla e ricorda i bei momenti passati coi suoi due amici. Ogni tanto prova a colpirli con la zampetta, ma non si muovono. Eppure mentre dorme a volte gli è sembrato che lo chiamassero a voce o che muovessero una mano e gli facessero cenno di avvicinarsi. Sono due anni che non li vede. Negli ultimi a volte vedeva lui e a volte solo lei. Entrambi hanno provato a portarselo via, diverse volte, ma lui non si è fatto mai trovare. Sa come vanno queste cose; è successo a due suoi fratelli: arrivano questi piccoli uomini frenetici, o anche quelli grandi a volte, giocano tutta l’estate con quelli come lui e poi se li portano via. E che fine fanno? non si sa. Il gatto non crede facciano una brutta fine, ma lui qui sta bene. Non ha voglia di rinunciare ai suoi spazi e al suo territorio. La verità è che non è che quei due siano i suoi unici amici, ne ha altri. Molti altri. C’è la signora dei pranzetti e il vecchietto del parco che chiama gli uccellini. A volte lo sgrida e non si capisce perché: prima gli offre le vittime e poi non vuole che le prenda. C’è il ragazzo coi vetri sugli occhi che tiene sempre in mano quel blocchetto con le formiche sopra, e lo fissa. È inquietante questa cosa di fissare: deve essere matto quello, ma è simpatico. Gli dà sempre carezze e coccole e a volte divide quello che sta mangiando con lui. Senza guardarlo ovviamente, sempre fissando quel blocchetto. Certo, ci sono anche quei brutti bambini con quella cosa rotonda che prendono a calci e che provano sempre a lanciargli addosso, ma non si vedono spesso, non è un grosso problema.
Ci si può stare, qualcosa di storto non è che storce tutto in fondo.
Il gatto fissa di nuovo la fotografia: chissà che fine hanno fatto, si ritrova a pensare. Chissà se saremo mai più noi tre. Il tempo con lui o con lei è bello, ma il tempo di noi tre era meglio, era una sfumatura diversa. Il tempo senza loro anche è bello, quando li pensa, come adesso, ma è un’altra sfumatura ancora. Poi si addormenta, affaticato per il tanto pensare e mentre sfiora la foto e socchiude gli occhi, i bambini lo guardano e gli sorridono come gli sorrisero quella sera del piatto infinito.

La punizione del maiale

La punizione del maiale

di Matayoshi Eiki, 217 pagine, Il maestrale

In verità sono due racconti lunghi, o romanzi brevi, racchiusi in un unico libro. Punti di contatto fra i due racconti Okinawa e le yuta (è una sorta di vecchia paesana/sciamano), che comunque nel secondo vengono appena menzionate. Forse un personaggio del primo racconto compare di sfuggita nel secondo, ma non è certo e potrebbe essere solo un caso di omonimia.

La punizione del maiale
Dopo che un maiale ha fatto irruzione nel locale dove lavorano tre donne, un ragazzo originario dell’isola di Maja (inesistente nella realtà), e presente al momento, le accompagna nel pellegrinaggio verso un luogo sacro (utaki): questo è l’unico modo per liberarsi dal maleficio che l’animale ha gettato loro addosso.

È una storia abbastanza semplice, ma a tratti anche originale. In un romanzo praticamente di formazione troviamo molte classiche situazioni da manga, il che mi ha fatto pensare a una scrittrice come Banana Yoshimoto, ma anche ad autrici di manga vere e proprie come ad esempio Rumiko Takahashi. Soprattutto ai suoi Maison ikkoku (Cara dolce Kyoko) o anche Uruseiyatsura (Lamù) che spaziano in questo tipo di società giapponese molto ai margini della modernità e formata da persone semplici e avvezze al divertimento esagerato e all’eccessivo – e molesto – abuso di alcol e cibo. Baldoria senza remore a tutto andare insomma, dove il ragazzo protagonista (tipico giapponese da manga come Godai di Maison ikkoku o anche Kyosuke di Orange Road) è forse l’unico personaggio assennato – anche troppo, quindi no – presente nella storia, come in ogni buon manga del genere, ed è circondato da questo tipo di persone estremamente sopra le righe. Soprattutto le donne.

L’oleandro alle spalle
Forse è un termine forte, ma questo invece è un racconto abbastanza inutile. Come il primo è ambientato ad Okinawa, ma durante la guerra in Vietnam. È la storia d’amore/amicizia fra Michiko, ragazza giapponese di sangue misto e Jackie, un giovane soldato americano. Purtroppo nonostante l’ambientazione interessante e un primo incontro “carino”, non dice praticamente nulla e ha anche il difetto – pesante – dei dialoghi, ingenui, che addirittura in quello che dovrebbe essere il momento topico spezzano talmente tanto l’atmosfera che fanno cadere tutto.

Onestamente l’autore, Matayoshi Eiki, non mi ha colpito, ma sembra che abbia scritto ben altro, quindi attenderò, magari, di avere tra le mani un altro suo libro per ricredermi.

Niente di originale

Dimenticare. Non è facile quando succedono queste situazioni: le notiamo e poi scriviamo o diciamo in tanti: possiamo essere noi a farlo con degli amici o viceversa. Il titolo di un film e quello di un libro contengono quel nome, una nuova pubblicità di un prodotto ha proprio quel nome, tra i tanti possibili… e così via. Ok, ok, siamo d’accordo, ci facciamo caso solo perché in questi momenti siamo più recettivi verso queste situazioni… però poco fa stavo leggendo un racconto di Matheson e la protagonista aveva quello stesso nome. Nello stesso momento la tv era accesa e sopraggiungeva una canzone che mi piaceva ma di cui non ricordavo il titolo, ho attivato Soundhound per scoprirlo e il risultato naturalmente è stato ancora quel nome. E il testo ci sta pure abbastanza bene. Anche perché si fa di tutto per leggere delle sottotracce (o dei segnali positivi) ovunque e rendere tutto più poetico, malinconico e magico.
Quanto siamo stupidi.

Brevi storie in una breve storia #2

L’incantesimo del Sole
Ogni estate, per cinque anni, insieme. E il resto dell’anno è solo tempo in più, un bagaglio che si portano dietro, delle valigie di parole da tirar fuori e disfare nel silenzio opprimente, semmai ce ne fosse stato bisogno. Sono quasi superflue quelle scorte, in questo posto c’è tutto quello che serve, a loro due: la panchina dove raggiungersi, il gatto che ricompare ogni anno, la sabbia di pan grattato, l’acqua, erba verde liquida e salata; l’asfalto bollente, sentiero di riflessione e condivisione che porta al bosco, dove ascoltano i concerti assordanti delle cicale, o giù, al paese, al pozzo dei gelati. Quelle parole in più, spesso le usano in questi istanti, in queste lunghe passeggiate, dove lui tiene le mani in tasca o dietro la nuca e lei dietro la schiena, come una giovane nonna. Quando ride sporge sempre il viso in avanti e resta così, come se fosse stata ammanettata e lui allora le prende i polsi e le dice che è in arresto e lei ride anche di più. Non gli è chiaro perché facciano così, ancora, ma lo fanno e ridono. E poi sospirano, lasciano riprendere i polmoni dalla fatica. Stanno bene insieme, pensa ora lui, seduto sulla riva e con i piedi di nuovo a mollo.
Ma quest’anno lei non è qui.
Lui invece, fra pochi giorni se ne andrà; e lei, ormai ne è certo, non verrà più. E mentre pensa a questo toglie i piedi dall’acqua, si alza e resta fermo un istante, perché tutto diventa nero. Appena si riprende calcia via le gocce, per evitare che leghino troppo con la sabbia e facciano il fango e s’incammina scalzo verso la strada. Forse sedendosi sulla panchina cambierà la prospettiva, forse ci sarà una magia.
Ed è adesso, infatti, che succede l’incantesimo, succede su questa panchina di legno ferito, dove lei proteggeva la sua scatola piena di cosebelle, succede mentre il gatto che lo segue sempre si sveglia, compare da sotto la panchina e si struscia con il muso sul dorso della sua mano… è adesso che succede, mentre il sole muore; il bambino diventa un ragazzo: si rende conto che quel sole sta calando anche dentro il suo cuore e che sarà un altro anno, buio, di tanto tempo in più, di troppo tempo in più. E capisce anche il vero significato di quel tempo. Sarà un altro anno di valigie pesanti, da riempire, ma non solo di parole e ricordi, sarà anche un anno di speranze, e di passione, di tormento e solitudine.

Brevi storie in una breve storia #1

La bambina con la scatola
C’è una lieve brezza in questo giorno soporifero di mezza estate, parte dal basso e risale maliziosa e senza pudore i corpi. La sabbia quasi ci prova a volare, ma resta giù, pigra. Ci sono castelli ovunque, senza re e senza regine, le torri cadono lentamente, ma nessuno si lamenta. Sul ciglio della strada c’è una panchina di legno che dà sul mare, è segnata dal tempo e dai ricordi, d’amore e d’amicizia, da coltelli, temperini, chiodi, segni di arrivi e segni di partenze.
E c’è questa bambina che è sempre seduta qui.
Guarda verso la spiaggia, abbracciando le sue piccole gambe scoperte e con le labbra e i denti gioca con le crosticine sulle ginocchia, mentre al petto stringe una scatola che, lei dice, essere piena di cosebelle. Le conserva e protegge lì dentro, perché se qualcuno le vede, poi spariscono.
C’è quest’altro bambino invece, che arriva sempre stanco, si distende sulla riva e si appisola subito, coi piedi nell’acqua. Sbuffa, si annoia. Si capisce anche solo a prima vista che è un tipo con lo stomaco pieno di cosibrutti. Allora la bambina, unico essere vigile in questo giorno soporifero di mezza estate, fa questa cosa strana, che uno non se la aspetta da lei.
Apre la scatola.
Prende una manciata di cosebelle, si avvicina silenziosa e mentre il bambino dorme, tenendo il suo naso tra due dita gliele spinge giù, in gola. A lui viene da tossire, si solleva in piedi subito, saltella spaventato e alza gocce d’acqua e granelli di sabbia, soldati ritardatari che adesso cercano di tenersi il posto e aggrediscono la bambina. Lei resta seria, in silenzio, e scruta. Lui dopo un po’ di saltelli e panico si calma e ancora con le mani sulla gola, la osserva a sua volta.
Intanto i cosibrutti non muoiono, ma diventano cosibuffi, e allora cominciano tutti e due a ridere: ridono di questi cosibuffi e cambia tutto, non solo i cosibrutti.

Cent’anni di solitudine

Cent'anni di solitudine

di Gabriel García Márquez, 405 pagine, Mondadori

Clamoroso quanto sia riuscito a fare Gabriel García Márquez in “cent’anni di solitudine”: quattrocento pagine di narrazione liquida allo stato puro.
Leggere della saga dei Buendía è qualcosa di speciale, è viaggiare all’interno di un uroboro essendone consapevoli, una costante cascata di fatti che si susseguono a ruota a velocità anche maggiore rispetto al susseguirsi dei protagonisti, che per lo più appartengono a due caratteri contraddistinti: quelli degli Arcadio e quelli degli Aureliano.

Tutto comincia quando José Arcadio Buendía uccide Prudencio Aguilar per una sua mancanza di rispetto e tormentato dal fantasma (e dai rimorsi, che prendono così forma?) va via dal paese con sua cugina Ursula e fondano Macondo. Il villaggio cresce sempre di più e la magia vela tutto, soprattutto la famiglia Buendía sulla cui stirpe dopo l’unione fra i due parenti grava una maledizione. Ma Prudencio non è l’unico fantasma della vicenda con cui i vivi possono parlare, questo elemento, gli eventi che si ripetono nel tempo, l’accettazione del sovrannaturale senza indagare e anche elementi di contaminazione fra civiltà, di folklore e tanti altri, fanno di Cent’anni di solitudine uno dei romanzi cardine del cosiddetto realismo magico, di cui altri esponenti sono sicuramente Jorge Luis Borges ma anche Dino Buzzati per non citare solo sudamericani. Che comunque in questo territorio la fanno da padroni.

La famiglia Buendía diventa da subito numerosa con figli propri e acquisiti, che si divideranno sempre due nomi con qualche variante: Aureliano e Arcadio.
Ogni personaggio del romanzo ha la sua particolarità e le sue caratteristiche anche se ogni esponente dei due “filoni” porta avanti alcune particolarità del corrispettivo “capostipite”: difficile confondere gli Arcadio, più facile per quanto riguarda gli Aureliano, essendo molti di più. Ma quelli principali spiccano, di sicuro e anzi, portano avanti la parte più movimentata delle vicende.

L’amore assoluto, anche malato e maledetto come quello fra José Arcadio e Ursula o quello fra Aureliano per la piccola Remedios Moscote, è forse alla base di tutto: quella dei Buendía è una stirpe maledetta che geneticamente ricerca la maledizione in maniera quasi disarmante. Ma anche umana e quindi comprensibile. Gli eventi si ripetono nel tempo in un presente che appare infinito, dove Macondo è l’epicentro del terremoto spazio-temporale e i Buendía gli sperduti e solitari crononauti.

Già le prime 40 pagine appaiono incredibili, un altro autore ci avrebbe tirato su un intero libro: è tutto talmente concentrato e continuo da risultare di una densità raramente percepita in un testo. Poi il registro cambia leggermente, la magia scende un po’ ed è quasi il reale a sembrare meno credibile in un contesto che di suo si fonda tutto su fatti di fantasia ma imperniati di vero o possibile realtà. Ma il ritmo non cala, quello non cala mai, ed è questo ritmo la forza del fiume in piena di parole e vicende che è il libro di Márquez ti rovescia addosso ad ogni sessione di lettura.
Un libro da leggere di sicuro, nella lista dei cento da leggere per forza.

Fuori posto

Su questa panchina di cemento guardo i treni passare, sono a metà percorso, aspetto la coincidenza che mi riporterà indietro. A casa.
Non voglio tornarci, a casa.
Potrei tornare lì. Da te.
No, non voglio tornare nemmeno lì, da te.
Su questa panchina di cemento, guardando i treni passare, abbasso la testa e la nascondo nella maglietta. Non sto piangendo, non sto scappando dagli sguardi. Sto pensando. La luce filtra rossa, e penso che se strappassi questo lembo di stoffa che mi copre la vista e mi copre, alla vista, ora, strapperei anche il tessuto spazio-temporale. Potrei farlo davvero? Potrei squartare come carne, come una tela, quello che ho davanti agli occhi? Il paesaggio, l’aria, le persone, i treni che passano… potrei?
Cosa ci sarebbe dietro?
Un altro mondo?
Ci sarebbe un altro mondo, dietro tutto questo?

Prospettive

Se guardi attraverso una lastra di vetro, puoi vedere tutto quello che c’è dietro. Che poi è semplicemente quello che hai davanti agli occhi.

Acqua nera

Ci nascondiamo. Acqua, petrolio, inchiostro. È un liquido nero quello che ci divide.
So che se mi immergessi in questa pozza oscura, potrei toccarti. E so che dovrei nuotarci dentro, so che dovremmo nuotarci insieme, dentro questo mare nero.
Per combattere, per non affogare.
Non dovremmo nasconderci dietro, per guardare, il nulla nero e accecante.
Non dovremmo nasconderci dietro, per tremare, da soli.
Tremiamo insieme, abbracciati.
E mentre sono fermo qui, e osservo, immagino che adesso potresti pensarci anche tu, che potresti immergerti anche tu. Nascondiamoci.

Middlesex

« Sono nato due volte: bambina, la prima, un giorno di gennaio del 1960, in una Detroit straordinariamente priva di smog, e maschio adolescente, la seconda, nell’agosto del 1974, al pronto soccorso di Petoskey, nel Michigan »

Middlesex

di Jeffrey Eugenides, 601 pagine, Mondadori

Finisce per mancarti Callie… o Cal. E il suo modo di affrontare le cose più strane in solitudine. Il suo sentirsi fuori posto in ogni luogo. Finisce per mancare Middlesex: è uno di quei romanzi che una volta terminati lasciano strascichi un po’ ovunque, nella testa e nel cuore. L’inizio può risultare ostico: questa non è solo la storia di Callie, nata bambina e divenuta uomo, ma anche la saga familiare degli Stephanides che parte dagli anni 20 in Grecia, attraversa la guerra, la Turchia, arriva in America ai tempi del proibizionismo e si ferma fino ai giorni nostri. Dove Cal, ora uomo, inizia a raccontare della Callie bambina, dei suoi nonni, di suo padre e sua madre e delle varie società in cui gli Stephanides si sono addentrati e di tutte le altre cose che anche indirettamente, lo hanno portato ad essere quello che è.

Jeffrey Eugenides, a quando un nuovo libro?

Il titolo, Middlesex, non è solo un chiaro richiamo a “sesso a metà” o “il sesso di mezzo”, ma anche il nome della strada di Boston dove è nato Eugenides e dove in parte è ambientato il romanzo. Lo scrittore e il protagonista condividono anche la data di nascita, ossia il 1960.
Girando per la rete si possono trovare diversi pareri, per lo più concordanti sul fatto che sia un ottimo romanzo, ma molti detrattori non riescono ad accettare quelle che chiamano “digressioni eccessive”, ossia la storia di emigrazione dei nonni e le difficoltà dei suoi genitori nel periodo del proibizionismo. Il fatto però è che l’ermafroditismo qua è solo un espediente usato per avvicinare il lettore a una condizione di disagio, la stessa che hanno provato poi gli emigranti e la stessa che hanno sentito i manifestanti durante le sommosse razziali. Questo non è solo un romanzo con un protagonista ermafrodita, il discorso insomma è ben più ampio.

Con Middlesex l’autore vince il premio Pulitzer nel 2002. Il precedente libro, Le vergini suicide del 1993, col suo esperimento riuscitissimo di narratore collettivo, aveva portato all’occhio di tutti uno scrittore originale, in grado di addentrarsi in profondità ma con estrema delicatezza nell’animo umano, soprattutto quello femminile. Quello che rende particolare Eugenides non è solo questo però, ma anche il suo saper descrivere la società attorno ai protagonisti, l’evolversi della medesima e di chi ci nuota dentro. Questo lo vediamo non solo nel suo primo romanzo, ma anche e soprattutto in Middlesex come già accennato. Sono due romanzi molto diversi ma in fondo anche simili di un autore contemporaneo che a mio avviso andrebbe letto, decisamente.

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