(…hai già caricato tutto, rilassati, respira.)
Forse non ci hai fatto caso
Fai così allora.
Alzati dalla scrivania e chiudi la porta. Chiudi le persiane o tira giù le veneziane se è giorno. Serve penombra. Abbassa la luce del tuo ambiente come ti è possibile e più congeniale.
Spegni la radio. O la tv. O entrambe. Anche se sono spente già controlla, non si sa mai. Serve anche silenzio.
Adesso torna alla scrivania.
Ora, prendi una matita, anche una penna va bene, fai come preferisci. Se non trovi né l’una né l’altra, prova a guardare nel cassetto. Dovrebbe essere nel secondo.
Con ciò che hai trovato traccia con pazienza un 2. Bello grosso. Parti dal bordo sinistro del foglio. Poi di fianco traccia un bel tondo, lo zero. Quindi un 1, a seguire il bel tondo. Poi un altro bel tondo.
Posa la matita. O la penna. Forse è un pennarello, ma tu posalo ugualmente.
Lasciati andare sullo schienale. Occhio se sei su uno sgabello. Spero tu abbia letto in tempo.
Bene, finito. Adesso guarda ciò che hai tracciato nel più completo silenzio. Quanto ti pare. Quanto ti serve.
Tutto chiaro, no?
Come preparare il pasto perfetto
Come preparare il pasto perfetto?
Come preparare un pasto equilibrato, buono, facile, nutriente, veloce, che sporchi poco e poi se mi viene in mente altro aggiungo alla lista altre cose positive?
È facile, e lo vedremo in questo post.
Innanzitutto il pasto perfetto, consiste in quattro portate e una bibita. Due se prendete anche il caffè. Il primo piatto è un banale toast con prosciutto e sottiletta. Cosa c’è di più veloce, pratico e tutte le cose che ho scritto all’inizio più quelle che ancora non mi sono venute in mente e che forse ho aggiunto sia qui che lì?
Fare un toast è talmente veloce e tutto che sarà anche la seconda portata, la terza e la quarta. Deciso il menù, andiamo quindi a vedere come si prepara questo pasto, sano ed equilibrato. Prima di tutto dovete fare la spesa molto tempo prima, perché altrimenti, se doveste uscire e farla, comprendete meglio di me che già la parte del “veloce” è andata a farsi un giretto su qualche stradina buia e frequentata da gente di malaffare. Quindi, voi avrete già nella credenza una bella scorta di pan carrè (meglio del mulino bianco, ma va bene anche altro, tipo quello conad da 60 centesimi a pacco), prosciutto crudo imbustato, sottilette (le kraft spaccano) e burro (per un vostro tocco personale in più, come scrivono sulle bustine del risotto liofilizzato, che non mangio da due anni, per via di una clamorosa e mai dimenticata giornata passata a vomitare). E direi basta. Ovviamente avrete bisogno di un tostapane, se non lo avete, non capisco cosa avete continuato a leggere a fare. E se dovete uscire a comprarlo, torniamo al punto che s’è persa la velocità e anche la parte economica, che non ho scritto che era un pasto anche economico, ma che forse è una di quelle cose che sto per aggiungere alla lista iniziale.
Dunque, prendete due coppie di fette di pane, poggiatele su uno scottex, esattamente sul fondo. Con fare pratico ma burlone allo stesso tempo, dovete ora fare in modo che le fette di sopra siano ribaltate sullo scottex. Dovreste avere quindi una situazione come nella figura due.
Se questa delicata operazione non dovesse venire bene, non vi preoccupate. Provate e riprovate finché non sarete soddisfatti del risultato. Con tempo e pratica, il tutto sarà sempre più facile e divertente.
Fatto questo, prendete il vostro prosciutto crudo e poggiatelo nella fetta più in basso, dove sopra poi adagerete una sottiletta stando bene attenti che sia perfettamente centrata, anzi, se sarà posizionata un po’ più in alto sarà anche meglio, perché al momento della cottura, questo piccolo accorgimento, ritarderà la colatura del formaggio fuso nel vostro tostapane. Ripetete l’operazione per costruire l’altro toast. Fatto questo, usando gli indici, con un movimento veloce dovrete posizionare la fetta precedentemente spostata nuovamente al suo posto (fig 4). Anche qui serviranno un po’ di tempo e pratica. Ovviamente nella figura 3 sarebbe stato più bello disegnare anche prosciutto e sottiletta, ma magari un’altra volta.
Fatto questo, potrete aggiungere il vostro tocco personale, ossia il burro, che vi consiglio di tirare fuori dal frigo un po’ prima per farlo ammorbidire. Con un coltello tagliatene un pezzetto e spalmatelo sulla fetta superiore. Volendo anche sull’altra. Volendo potete anche mettere il burro in un pentolino e farlo squagliare un po’, ma qua dovete considerare quanta voglia avete poi di lavare il pentolino. A questo punto, o anche prima se avete saltato la parte del burro, potete mettere i vostri toast, nel tostapane. In genere è buona norma avviarlo prima per un minuto o due per far scaldare le piastre, ma questa cosa dipende dal tostapane, il mio costava tipo 5 o 10 euro. Mi raccomando, non usate la colla vinilica per chiudere i toast. Ripeto, non usate la colla vinilica: nemmeno sullo scottex strappato a pezzi per usarlo per abbellire esteticamente i toast. Quello è un altro programma.
Una volta tirati fuori i due toast e mangiati, vi accorgerete che a mangiare due toast ci vuole davvero troppo poco, quindi ripetendo le operazioni imparate ne potrete fare altri due e avere così le vostre quattro portate. Se volete anche sei, o otto, vedete voi.
Consiglio di innaffiare tutto con una spremuta d’arancia rossa (non la fate, prendetela confezionata o perdete tempo), che ha pure la vitamina C. Buon appetito!
Due bei film con scene migliori (che fanno sorridere)
_ 500 giorni insieme (500 days of summer)
Nonostante un po’ di titubanza e spocchia che non so da dove fosse giunta, il film mi ha preso subito dalle prime righe introduttive. Precisamente da dopo la parola “stronza”. Sempre se c’era. Altra cosa strana è che prima avevo una predilezione per Zooey Deschanel ed ero un po’ diffidente invece su Joseph Gordon-Levitt, poi si è ribaltato tutto (ovviamente, o non sarei qua ad articolare questa frase), per empatia (ovviamente anche qua). E quando un regista mi frega con l’empatia è fatta. Potete dire “e grazie al cazzo” se volete. Io, lo farei.
Nel titolo originale c’era un gioco di parole col nome della protagonista Summer che in italiano diventa “Sole” perché… perché… boh. Tutto questo per dire che i 500 giorni non è che siano tutti “insieme” e sono montati con vari salti avanti e indietro, poi tranquilli che non è nemmeno una storia d’amore, tant’è che lo dice subito il narratore e meno male. Che schifo fanno le storie d’amore? Ne vogliamo parlare? Bleah, no no, non fatemici pensare.
Scena migliore: tutta la sequenza alla mezz’ora con tanto di balletto e di uccellini animati.
Comunque, io, fossi in voi, farei meno lo snob e lo vedrei. Magari sotto il piumone e coi tarallucci e una bottigliona di coca cola sgasata. Non che io abbia fatto così, chiaro, era un esempio.
_ I love Radio Rock (The boat that rocked)
Non vorrei dilungarmi… figo! Vedetelo. Dovete per forza, davvero.
(Scena migliore: lui triste e i due che si mettono a mangiare i biscotti al suo fianco.)
Come un giorno di pioggia col Sole
Qualche giorno fa ha piovuto col Sole. Mi piace quando piove col Sole, ma deve farlo bene e le nuvole erano invece ben visibili e troppo vicine. Si perde un po’ tanto così, perché il cielo è opaco e non c’è quella luce calda da bella giornata e la pioggia insieme. Quando piove col Sole fa caldo. Però piove. Quando piove col Sole fatto bene, poi, non dovrebbe esserci vento, o per lo meno non quel vento gelido che c’era quel giorno. Anche questo fa perdere un po’. Va bene uno scirocco, leggero, va bene una brezza, lieve, sporadica, ma il vento gelido no. Non va proprio bene quello. Quando piove col Sole dovrebbe piovere col Sole e basta, non dovrebbe esserci altro. Quando piove, bene, col Sole, è qualcuno che sorride per te, gli angoli degli occhi umidi: ti tocca il cuore, te lo scalda, ti senti in pace.
Il post più depresso del mondo
Alle volte ho come l’impressione che non mi sopporti nessuno.
Poi però, rinsavisco e penso di essere un dannato egocentrico; un maledetto dannato egocentrico. E mi rendo conto allora che nessuno mi si fila veramente quanto mi filo io.
Così, rinfrancato, tiro un sospiro di sollievo.
Poi però, ancora, ripensandoci meglio, mi rendo conto che tutto ciò è peggio. Dannatamente peggio. Maledettamente dannatamente peggio. E suona anche molto cacofonico e ricercato come paragrafo. E tiro un altro sospiro (e basta).

Vi sfiderei a fare meglio, ma paradossalmente mi battereste.
Il magico mondo del sistema solare
Per il pieno apprezzamento del post che vi apprestate a leggere, si consiglia prima la visione fino in fondo del video sottostante realizzato al planetario di Roma da Lud_wing, che ringrazio per il professionale e prezioso contributo.
E questo era il sistema solare come tutti noi lo ricordavamo.
Ma procediamo con il post adesso.
Nel 1930 viene scoperto Plutone, il nono pianeta del sistema solare. Coi mezzi di allora, osservandolo, apparve un po’ più grande di Mercurio.
Nessuno immaginava però, che quel “pianeta”, chiamiamolo così, era grande, sì. Ma un grande lestofante.
Plutone in realtà è appena un ventesimo di Mercurio e un quinto della Luna. Ciò ne farebbe quindi il pianeta più piccolo del sistema solare, che non sarebbe a questo punto Mercurio (che era da anni che lo diceva, ma nessuno voleva credergli). Però… ecco… ora non vorrei scioccarvi troppo, ma Plutone non è nemmeno un pianeta.
Andiamo con ordine. Seguitemi in questa affascinante avventura.
Nel 1978, un tizio nota che c’è una strana escrescenza sul pianeta, guarda meglio e viene scoperto così Caronte, suo “satellite” e complice. I due ci hanno fregato per anni: fingevano di essere un unico pianeta. I due corpi celesti hanno un baricentro comune e attorno vi girano due satelliti (Notte e Idra). Non si sa quindi se Caronte sia un satellite o se sia più giusto definirli “sistema binario”; è chiara comunque una cosa: per anni Plutone ha finto di essere un pianeta, ed è troppo piccolo per essere considerato tale.
Alla luce di questi fatti, gli eventi precipitano drasticamente. Il crimine, si sa, non paga (nel discorso non è inclusa ovviamente l’Italia) e a peggiorare la situazione ci si mette di mezzo anche Eris (che guarda caso porta il nome della dea della discordia) scoperto da poco e di poco più grande di Plutone.
Così, a Oslo, nel 2006 si fa una bella riunione fra tutti gli astronomi più forti del mondo e per Plutone non va bene per niente. Proprio per niente. La sua posizione è indifendibile. Plutone e Eris, vengono definiti per alzata di mano pianeti nani e sbeffeggiati dai grandi pianeti gioviani. Per quanto riguarda Caronte, non è ancora ben chiaro che fine farà. Verrà etichettato definitivamente pianeta nano (gemello?)? o satellite di Plutone? per quanto mi riguarda sono affari suoi e si merita tutto.
E adesso arriviamo a ciò che è ho scoperto pochi giorni or sono.
Ero già scosso dalla notizia dei pianeti nani e della comparsa di Eris ma quello che mi ha angosciato ulteriormente è che adesso sono usciti fuori anche Haumea e Makemake (tra Plutone e Eris) e Ceres, che fa parte della fascia degli asteroidi tra Marte e Giove… che prima dicevano che era un pianeta, poi hanno scoperto che c’erano tanti asteroidi là intorno e allora no, facciamo che è un asteroide, poi però hanno scoperto che è bello tondo e ha altre caratteristiche che ne potrebbero fare un pianeta e quindi approfittando della situazione è stato definito pure lui pianeta nano. Questo Ceres comunque è veramente nanissimo (950 km di diametro), ma non è che Plutone sia meglio… ora non vorrei che sembrasse un discorso improntato solo sulle dimensioni, perché alla fine, in un pianeta, l’importante è come si muove… si sa.
Anche per Ceres comunque non è finita bene. Soffre infatti di una forte crisi d’identità. La cosa interessante, ma allarmante per Ceres, è che sempre tra quegli asteroidi si starebbero osservando pure Vesta e Igea che forse forse… e sempre intorno a Plutone e soci, laggiù dopo Nettuno (credo più giù di Ariccia quindi – potevo evitarmela questa, ok, ma come si fa?), nella fascia di Kuiper ci sono tra gli altri Orcus, Sedna, Varuna, Quaoar e chissà cos’altro… e potrebbero essere riclassificati pianeti nani anche loro.
E se ne trovassero altri, magari si inventeranno allora anche i pianeti nanissimi in cui mettere Ceres, che a questo punto credo si suiciderebbe o magari non ci farebbe più caso… perché già completamente impazzito e ormai incurante agli stimoli esterni.
Insomma, alla luce di tutto questo, Plutone, e Caronte, non ci stanno facendo una grande figura.
È veramente una brutta storia e la cosa forse più grave, a parte la vicenda di Ceres ovviamente, è che Mercurio, che ce l’aveva sempre detto, ora è diventato asociale, si droga e sta sempre in casa sull’internet perché si sente ferito.
Senza contare che la storia di Sailor moon è tutta sbagliata.
John Fante aveva Joyce
Dopo la lettura di Full of Life, ne sono ancora più convinto: ogni scrittore dovrebbe avere la sua Joyce.
O meglio, un determinato tipo di scrittore, magari non accostabile a lui come bravura, o stile, ma come carattere, come indole. John Fante da quello che ho potuto capire era un tipo molto sicuro della sua bravura nello scrivere, ma dopo l’impeto, molto spesso, un po’ per insicurezza sopraggiunta, un po’ per insoddisfazione, un po’ per troppo senso autocritico… accartocciava il suo lavoro, lo appallottolava e lo buttava nel cestino.
Alzi la mano chi si rivede in questa cosa.
Avanti.
Allora alzi la mano chi non ci si rivede.
Mmhh… beh?
Ma non c’è più nessuno qui? Nessuno mi ascolta?
Mh, vabbe.
Comunque, John Fante aveva Joyce.
Joyce, raccoglieva la cartaccia nel cestino, la spallottolava, dispiegava, stendeva. Si stendeva anche lei, nel letto, e con una penna segnava, cerchiava, tagliava, spostava. Il giorno dopo John Fante ritrovava sulla scrivania i suoi bei fogli con gli scritti corretti su cui riflettere e lavorare.
Magari erano decenti anche prima, ed era semplicemente la situazione, o l’interesse e la partecipazione che lo invogliavano. Chi può dirlo. Sta di fatto che grazie a Joyce ha scritto dei libri bellissimi.
Quella gatta non è normale #2
In questo periodo tutti i gatti della zona, della città, del paese, dell’Europa tutta, del mondo, e via così, sono arrapati fradici. E hanno deciso di bivaccare sotto la mia finestra. Soprattutto di notte.
Giulietta (drammatico che ora possieda un nome), ha deciso di fare base sulle mie scale e tutti i Romei del circondario vengono a corteggiarla; evidentemente deve essere una gattina molto bella e che rispetta i tutti i canoni di bellezza felina che possono attirare un maschio gatto nel pieno della sua potenza sessuale, ed effettivamente lo è, bella, posso assicurare, non da gatto ovviamente, ma da estimatore di sicuro. Per tutti i gatti qua intorno deve essere qualcosa tipo Elena di Troia, e la voce deve essersi sparsa ai quattro venti, perché altrimenti non si capisce tutto ‘sto casino del cavolo ogni notte, mattina, pomeriggio, sera, eccetera. Sì, è incredibile, ma io mi sto innervosendo per colpa dei gatti.
Di fianco le scale c’è un vecchio albero di limoni. Fa dei limoni enormi tra l’altro con una scorza alta tanto, ma questo non c’entra niente, e lei se ne sta là, seduta sul suo culetto, composta, a leccarsi le zampette e tutti i gatti se ne stanno invece là sotto, a litigare per lei. Stanno fermi in realtà, è un tacito accordo, una roba tipo: “il primo che si muove, gli andiamo tutti addosso, ok?”
La cosa buffa è che nonostante tutto questo prodigarsi, basta che io apra la porta e non appena lei mi vede, mi corre dietro e comincia tutta la tiritera dei suoi smiciolii snobbando tutti quei gatti che vogliono solo lei, tra cui il gatto di mia zia, per il quale io ovviamente parteggio: è un gatto simpatico, e anche abbastanza bello, certo forse ha la testa un po’ troppo grossa, ma è bello dài, e poi è un gran gatto: una volta è scomparso ottanta giorni precisi precisi, poi è tornato ed è saltato in braccio a mio cugino facendogli feste e festoni.

Giulietta (ahia.) comunque snobba lui, snobba il gattone biondo enorme dal pelo lungo e spazzolato (credo si faccia bello a posta) che sembra un grosso fricchettone imbranato, non gli piace quello nero e sofisticato col collarino chic che sembra uscito da via col vento, non gli piace quello uguale a lei, non gli piace quello che sembra Barbarbarba, il figlio di barbapapà nero e peloso e tanti altri. Non gliene piace manco uno insomma.
Gli piace solo strusciarsi addosso a me e smiciolare ripetutamente. Mi ricorda troppo la drammatica scena di Semola trasformato in scoiattolo da Merlino che dice alla scoiattolina: “io sono un ragazzo!” e lei non ci crede. Poi torna ragazzo e la scoiattolina piange disperata.
Io sono lusingato, lo ammetto, ma la faccenda comincia a diventare inquietante. Anche perché nessuno mi ha trasformato in gatto.
Sogno di una sciarpa di mezza estate
Quest’estate ho sognato una sciarpa. Per la precisione la mia sciarpa. La sciarpa che io dovrei possedere per completare il me stesso invernale di adesso. Per capirci io cinque anni fa non avrei potuto, e dovuto, mettere una sciarpa simile, sarei stato ridicolo, non sarei stato capito, sarei stato anche un po’ meno figo (un buon 10%) anche se so che è abbastanza assurdo crederlo, in quanto un 10% di figaggine in meno, in me, non si sarebbe notato assolutamente per via del già altissimo livello raggiunto, quindi, questo, in verità non è un problema; forse sarei stato deriso, in quanto precursore dei tempi, non perché sia una sciarpa alla moda, ma perché avrei voluto mostrare un me stesso invernale, che, adesso, adesso sì che sarebbe giusto mostrare, ma cinque anni fa no.
Non era tempo: non era tempo per indossare quella sciarpa cinque anni fa. Non era tempo anche perché, a) non l’avevo mai sognata prima, b) non avevo il giubbetto adatto da abbinarci, c) non avendo il giubbetto adatto da abbinarci, non avrei potuto sognare una sciarpa perfetta da abbinare al giubbetto in questione che mi avrebbe reso il perfetto me stesso invernale di adesso che deve possedere tale sciarpa per poi esserlo perfettamente, d) cinque anni fa non esisteva tale giubbetto e, e) probabilmente chi l’ha disegnato non faceva nemmeno il lavoro di disegnare giubbetti ancora.
E potrei continuare… non era proprio tempo insomma.
Adesso, invece, lo è.
Il fatto che non l’abbia ancora comprata, quindi, e che siamo già a febbraio, è di per sé al quanto buffo.
Perché non l’ho comprata ancora? Le ipotesi, tra gli addetti ai lavori, si sprecano: non voglio aumentare il mio livello di figaggine di un altro 10% in quanto mossa inutile (un 10% in più o in meno, non cambia molto, come già fatto notare)?
Sono un appassionato collezionista di raffreddori e infiammazioni di qualunque condotto passi tra collo e orecchio?
Non so comprare sciarpe?
Non so dove si comprano le sciarpe?
Non so cosa è precisamente una sciarpa?
Non so indossare una sciarpa e preferisco non comprarla perché mi vergogno?
Magari credo che una sciarpa sia una scarpa, ma più moscia, entro in un negozio di scarpe e me ne esco triste e deluso perché non le vedo appese ai muri?
O, semplicemente, sono pigro?
Sono tutte belle ipotesi, ma per tutte la risposta è sempre la stessa: no, il fatto è che deve essere quella sciarpa.
Non ha una marca, ne un modello particolare: è una sciarpa. Una banale, ma ottima, sciarpa color bordò. Ha una riga gialla/arancione bella spessa a metà e due righe parallele da ambo le parti, più fine. E secondo me abbinata al verde militare ci sta bene e mi renderebbe il perfetto me stesso invernale di adesso.
Tutto qua: so che può sembrare una banale sciarpa tarocca della Roma, ma non lo è. Innanzitutto non c’è scritto Forza Roma o Lazio merda. E poi non è della Roma. Inoltre non lo è e basta.
Quindi non è che sono pigro per andare a comprarla. È che sono pigro per andare a cercarla. Non credo possa trovarla e mi sembra stupido girare per negozi di sciarpe in cerca di una sciarpa adatta a rendermi il perfetto me stesso invernale di adesso. E poi, cioè, metti che la trovo e mi rendo conto che non era poi tutto sto granché la sciarpa ideale, metti che non mi trasforma veramente nel perfetto me stesso invernale di adesso. Sai che delusione? Meglio sognare… finché hai un sogno, eccetera. Finché un uomo ha un sogno da raggiungere… eccetera.
(Per lo meno funziona sempre come scusa.)









Commenti recenti