Archivi del mese: luglio 2011

Pagina 1 di 212

Cent’anni di solitudine

Cent'anni di solitudine

di Gabriel García Márquez, 405 pagine, Mondadori

Clamoroso quanto sia riuscito a fare Gabriel García Márquez in “cent’anni di solitudine”: quattrocento pagine di narrazione liquida allo stato puro.
Leggere della saga dei Buendía è qualcosa di speciale, è viaggiare all’interno di un uroboro essendone consapevoli, una costante cascata di fatti che si susseguono a ruota a velocità anche maggiore rispetto al susseguirsi dei protagonisti, che per lo più appartengono a due caratteri contraddistinti: quelli degli Arcadio e quelli degli Aureliano.

Tutto comincia quando José Arcadio Buendía uccide Prudencio Aguilar per una sua mancanza di rispetto e tormentato dal fantasma (e dai rimorsi, che prendono così forma?) va via dal paese con sua cugina Ursula e fondano Macondo. Il villaggio cresce sempre di più e la magia vela tutto, soprattutto la famiglia Buendía sulla cui stirpe dopo l’unione fra i due parenti grava una maledizione. Ma Prudencio non è l’unico fantasma della vicenda con cui i vivi possono parlare, questo elemento, gli eventi che si ripetono nel tempo, l’accettazione del sovrannaturale senza indagare e anche elementi di contaminazione fra civiltà, di folklore e tanti altri, fanno di Cent’anni di solitudine uno dei romanzi cardine del cosiddetto realismo magico, di cui altri esponenti sono sicuramente Jorge Luis Borges ma anche Dino Buzzati per non citare solo sudamericani. Che comunque in questo territorio la fanno da padroni.

La famiglia Buendía diventa da subito numerosa con figli propri e acquisiti, che si divideranno sempre due nomi con qualche variante: Aureliano e Arcadio.
Ogni personaggio del romanzo ha la sua particolarità e le sue caratteristiche anche se ogni esponente dei due “filoni” porta avanti alcune particolarità del corrispettivo “capostipite”: difficile confondere gli Arcadio, più facile per quanto riguarda gli Aureliano, essendo molti di più. Ma quelli principali spiccano, di sicuro e anzi, portano avanti la parte più movimentata delle vicende.

L’amore assoluto, anche malato e maledetto come quello fra José Arcadio e Ursula o quello fra Aureliano per la piccola Remedios Moscote, è forse alla base di tutto: quella dei Buendía è una stirpe maledetta che geneticamente ricerca la maledizione in maniera quasi disarmante. Ma anche umana e quindi comprensibile. Gli eventi si ripetono nel tempo in un presente che appare infinito, dove Macondo è l’epicentro del terremoto spazio-temporale e i Buendía gli sperduti e solitari crononauti.

Già le prime 40 pagine appaiono incredibili, un altro autore ci avrebbe tirato su un intero libro: è tutto talmente concentrato e continuo da risultare di una densità raramente percepita in un testo. Poi il registro cambia leggermente, la magia scende un po’ ed è quasi il reale a sembrare meno credibile in un contesto che di suo si fonda tutto su fatti di fantasia ma imperniati di vero o possibile realtà. Ma il ritmo non cala, quello non cala mai, ed è questo ritmo la forza del fiume in piena di parole e vicende che è il libro di Márquez ti rovescia addosso ad ogni sessione di lettura.
Un libro da leggere di sicuro, nella lista dei cento da leggere per forza.

Fuori posto

Su questa panchina di cemento guardo i treni passare, sono a metà percorso, aspetto la coincidenza che mi riporterà indietro. A casa.
Non voglio tornarci, a casa.
Potrei tornare lì. Da te.
No, non voglio tornare nemmeno lì, da te.
Su questa panchina di cemento, guardando i treni passare, abbasso la testa e la nascondo nella maglietta. Non sto piangendo, non sto scappando dagli sguardi. Sto pensando. La luce filtra rossa, e penso che se strappassi questo lembo di stoffa che mi copre la vista e mi copre, alla vista, ora, strapperei anche il tessuto spazio-temporale. Potrei farlo davvero? Potrei squartare come carne, come una tela, quello che ho davanti agli occhi? Il paesaggio, l’aria, le persone, i treni che passano… potrei?
Cosa ci sarebbe dietro?
Un altro mondo?
Ci sarebbe un altro mondo, dietro tutto questo?

Prospettive

Se guardi attraverso una lastra di vetro, puoi vedere tutto quello che c’è dietro. Che poi è semplicemente quello che hai davanti agli occhi.

Acqua nera

Ci nascondiamo. Acqua, petrolio, inchiostro. È un liquido nero quello che ci divide.
So che se mi immergessi in questa pozza oscura, potrei toccarti. E so che dovrei nuotarci dentro, so che dovremmo nuotarci insieme, dentro questo mare nero.
Per combattere, per non affogare.
Non dovremmo nasconderci dietro, per guardare, il nulla nero e accecante.
Non dovremmo nasconderci dietro, per tremare, da soli.
Tremiamo insieme, abbracciati.
E mentre sono fermo qui, e osservo, immagino che adesso potresti pensarci anche tu, che potresti immergerti anche tu. Nascondiamoci.

Middlesex

« Sono nato due volte: bambina, la prima, un giorno di gennaio del 1960, in una Detroit straordinariamente priva di smog, e maschio adolescente, la seconda, nell’agosto del 1974, al pronto soccorso di Petoskey, nel Michigan »

Middlesex

di Jeffrey Eugenides, 601 pagine, Mondadori

Finisce per mancarti Callie… o Cal. E il suo modo di affrontare le cose più strane in solitudine. Il suo sentirsi fuori posto in ogni luogo. Finisce per mancare Middlesex: è uno di quei romanzi che una volta terminati lasciano strascichi un po’ ovunque, nella testa e nel cuore. L’inizio può risultare ostico: questa non è solo la storia di Callie, nata bambina e divenuta uomo, ma anche la saga familiare degli Stephanides che parte dagli anni 20 in Grecia, attraversa la guerra, la Turchia, arriva in America ai tempi del proibizionismo e si ferma fino ai giorni nostri. Dove Cal, ora uomo, inizia a raccontare della Callie bambina, dei suoi nonni, di suo padre e sua madre e delle varie società in cui gli Stephanides si sono addentrati e di tutte le altre cose che anche indirettamente, lo hanno portato ad essere quello che è.

Jeffrey Eugenides, a quando un nuovo libro?

Il titolo, Middlesex, non è solo un chiaro richiamo a “sesso a metà” o “il sesso di mezzo”, ma anche il nome della strada di Boston dove è nato Eugenides e dove in parte è ambientato il romanzo. Lo scrittore e il protagonista condividono anche la data di nascita, ossia il 1960.
Girando per la rete si possono trovare diversi pareri, per lo più concordanti sul fatto che sia un ottimo romanzo, ma molti detrattori non riescono ad accettare quelle che chiamano “digressioni eccessive”, ossia la storia di emigrazione dei nonni e le difficoltà dei suoi genitori nel periodo del proibizionismo. Il fatto però è che l’ermafroditismo qua è solo un espediente usato per avvicinare il lettore a una condizione di disagio, la stessa che hanno provato poi gli emigranti e la stessa che hanno sentito i manifestanti durante le sommosse razziali. Questo non è solo un romanzo con un protagonista ermafrodita, il discorso insomma è ben più ampio.

Con Middlesex l’autore vince il premio Pulitzer nel 2002. Il precedente libro, Le vergini suicide del 1993, col suo esperimento riuscitissimo di narratore collettivo, aveva portato all’occhio di tutti uno scrittore originale, in grado di addentrarsi in profondità ma con estrema delicatezza nell’animo umano, soprattutto quello femminile. Quello che rende particolare Eugenides non è solo questo però, ma anche il suo saper descrivere la società attorno ai protagonisti, l’evolversi della medesima e di chi ci nuota dentro. Questo lo vediamo non solo nel suo primo romanzo, ma anche e soprattutto in Middlesex come già accennato. Sono due romanzi molto diversi ma in fondo anche simili di un autore contemporaneo che a mio avviso andrebbe letto, decisamente.

Scrivere #15 – Copiare

“Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi.”
— Cesare Pavese. Ciò che c’è scritto sul mio segnalibro.

Ma una buona idea potrebbe essere quella di copiare da altri scrittori.
Ok, copiare è un termine forte ed è stato ovviamente usato solo per far sgranare più occhi a caso e leggere il seguito. Più che copiare, se non vengono idee, o se non riusciamo a stenderle bene, una cosa che può risultare utile è quella di ispirarsi ad altri libri o scritti in generale. Capita spesso, magari leggendo Dostoevskij per dirne uno che rifletteva poco, di ritrovare ben stesi pensieri che sentiamo nostri. E andando avanti con la lettura la riflessione si allunga e noi condividiamo veramente tutto di quello che sta dicendo Fëdor. Quello che sta dicendo Fëdor, noi lo abbiamo sempre pensato, o ci saremmo arrivati: è roba nostra, adesso. Vorremmo scriverne, ora. Bene, perché no? Se il concetto ci è chiaro, se quello che comporta e dove può arrivare la riflessione lo sentiamo scorrere in maniera naturale e addirittura ramificarsi e mutare dentro di noi perché non svilupparci qualcosa di nostro intorno?
Un esempio concreto può essere questo breve e scarno pezzo scritto dopo aver letto la citazione di Cesare Pavese posta all’inizio. Non sarà un grande esempio, ma di sicuro ci siamo capiti.

21 luglio 1969, 4.57 (ora italiana)

Sulla LunaNeil Armstrong posa la pianta del piede sul suolo lunare, lasciando la prima orma.
Buzz Aldrin, è il secondo.
Michael Collins resta sul modulo lunare.
Un viaggio lunghissimo, importante. Tre modi diversi di raggiungere o avvicinarsi alla meta.

Per sette anni e per dodici stati

Gli zoccoli di Red alzano sbuffi di polvere. Accompagna il rumore dei suoi passi e resta nell’aria quanto basta per segnalare la nostra presenza, poi ricade giù.
La città è deserta. Nessun rumore, nessun movimento.
Scendo dal dorso del mio amico, tengo le briglie e mi dirigo verso l’abbeveratoio. Lo lego e lo lascio bere, se lo merita e anche io; sfilo il cappello e tenendo la cupola col palmo della mano infilo la testa nel liquido ristagnante. È veramente uno schifo, ma ci voleva. Anche uno schifo del genere è meglio di tutto quello che ho visto laggiù. Adesso è passata, questo sembra un posto tranquillo. Troppo tranquillo, forse. Forse non è affatto passata. Forse devo passarne un’altra.
Do una pacca a Red e a piccoli passi, scuotendo il capo per far asciugare meglio i capelli mi dirigo verso il saloon. Ma la città è veramente deserta, neanche qua trovo qualcuno. Se in una città di frontiera addirittura un saloon è vuoto, questa non è una buona cosa. Osservo l’interno, il pavimento è coperto da una patina di terra e polvere, come i tavoli e il bancone: nel locale non si vede anima viva da tempo. Gli scaffali sono vuoti, non credo possa trovare niente di utile qui, e non credo di averne tempo. È meglio andarsene.
Mi fermo sulla soglia, calco il cappello in testa. Socchiudo gli occhi e sistemo la vista.
Faccio solo pochi passi e qualcuno spara, non è lontano. Torno allora verso Red, di corsa, poi rallento. Cammino. Mi fermo. La vista si sdoppia, poi si offusca, sento uno strano ronzio nelle orecchie. Porto la mano al petto, la guardo: sangue. Mi hanno preso, hanno sparato a me, proprio a me. Lentamente, finisco in ginocchio e arriva un altro colpo, questa volta alle spalle e cado in avanti, carponi. Vado giù di schianto, nella polvere, faccio appena in tempo a vedere Red che si impenna sul posto. Poi si calma e ci guardiamo, ha capito tutto anche lui, ne ha visti tanti fare questa fine, per mano mia. Fuggendo per sette anni e passando per dodici stati, sono venuto qui per morire. Mentre la polvere entra nelle narici, infangando l’ultimo respiro, l’unico rammarico che ho è quello di lasciare il mio amico legato in questo posto.

Buon compleanno Cormac

Il problema non è sapere dove sei. Il problema è pensare che ci sei arrivato senza portarti dietro niente. Questa tua idea di ricominciare daccapo. Che poi ce l’abbiamo un po’ tutti. Non si ricomincia mai daccapo. Ecco qual è il problema. Ogni passo che fai è per sempre. Non lo puoi annullare. Non puoi annullare niente.
(Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi)

Cormac MccarthyPienamente d’accordo con te maestro, tanti auguri per i tuoi 78 anni.

Cose che direi a un bambino, volume #2

11. quando non sai come si chiama una cosa, inventa una parola. Sono nate tutte così in fondo.
12. peggio della sensazione di parlare a vuoto c’è solo quella di scrivere a vuoto. O viceversa.
13. ci sono le cose vere e ci sono le cose finte e che vogliono essere come quelle vere. E poi ci sono le cose che non esistono.
14. è dura rimescolare le parole, una volta che sono uscite.
15. una cosa strana è che se cancelli il silenzio ottieni il rumore.
16. una volta arrivato al traguardo continua a correre.
17. non andare troppo veloce o poi resti fermo.
18. i sentimenti sono come la plastilina, più ci giochi, più mutano forma.
19. se proprio vuoi essere felice, leggi sempre un libro in meno rispetto a chi hai intorno.
20. passeggia sull’erba quando piove col sole, e andrà tutto bene.

Pagina 1 di 212

Colui che scrive qua.
Nel blog, non il verso della papera.

Se ti va scrivimi, non mordo. Bau!facebooki cazzacci miei!La mia libreriaLa polvere che mi resta addosso quando leggoLa mia musicail totale dei cazzacci miei più il vostro!qualche foto

Iscriviti

Annuario

  • 2012 (1)
  • 2011 (64)
  • 2010 (44)
  • 2009 (43)
  • 2008 (32)
  • 2007 (22)
  • 2006 (13)