Archivi del mese: aprile 2011

Scrivere #9 – Da dove comincio?

Dalla fine non è affatto male. Iniziare pensando e scrivendo la scena più importante a cui si deve arrivare mi è più congeniale. C’è chi preferisce partire dall’incipit, ma io non mi ci ritrovo perché se inizi dall’incipit è un po’ un viaggio verso l’ignoto. È facile arrivare a un punto dove non si sa più dove andare a parare: secondo me iniziare dall’incipit è la via più semplice per andarsi a incartare. Invece decidere da subito dove arrivare ci permette di scrivere tutto in maniera funzionale alla meta da raggiungere. Poi nessuno ci vieta di scrivere dopo qualcos’altro. L’evento topico non è la fine del libro, ma la scena madre. Quindi non si rischia di annoiarsi perché si sa già come finisce, visto che dopo questa possono arrivare le riflessioni, la chiusura e tante altre cose che possiamo focalizzare bene solo dopo aver passato un po’ di tempo con i nostri personaggi. Sapere dov’è il traguardo può aiutare.

Prossimo appuntamento, giovedì 5 maggio: Scrivere #10 – Tagliare e conservare

Scrivere #8 – Fissa il tetto

(I post successivi sono quasi tutti improntati alla creazione di un romanzo. Anche quelli precedenti lo erano in fondo, ma erano applicabili anche a molti altri contesti. Vorrei precisare che io non ho mai pubblicato un libro, quindi non so a che titolo possa permettermi di scrivere certe cose e non vorrei apparire presuntuoso o saccente. Precisazione di troppo, ma che mi sentivo in obbligo di dover fare.)

Non c’è un tempo effettivo in cui tirar giù un tot di parole, dipende da tante cose. A volte ne ho buttate giù anche duemila in mezz’ora, altre in due o tre ore. Altre in giornate. Oltre che prepararsi è molto utile fissare un tetto di parole da dover scrivere al giorno. Uno matto come King di parole ne scrive duemila in questo lasso di tempo e come sfida nel suo On writing suggerisce di scriverne mille, cifra che nei periodi produttivi ho adottato come limite minimo, per quanto mi riguarda. Ma se non si è scrittori per lavoro, a volte può risultare massacrante e la vera cosa importante è non fermarsi, tenere il lumicino acceso e addentrarsi nel sentiero anche se si sta restringendo. Quindi fissare anche un traguardo più piccolo (200? 500? mezza cartella?), in questi periodi, può aiutare. E aggiungerei: mille parole (o meno), anche brutte, sparse, ridondanti. E se non ce ne vengono mille su un racconto o su un romanzo che stiamo scrivendo, alle brutte vanno bene anche sparse in più progetti. Per scrivere bene e in maniera fluida e costante… scrivere è il nostro unico allenamento possibile. Ancora una volta: tirare giù tutto. Ci divertiremo dopo a limare.

Prossimo appuntamento, giovedì 28 aprile: Scrivere #9 – Da dove comincio?

Scrivere #7 – Appuntare sempre

Sebbene come scritto nel post precedente si possa, con un po’ di sforzo, concentrarsi ed entrare in uno stato simile a quello dei sogni lucidi, l’ispirazione non arriva a comando. Quindi se nell’arco della giornata ci viene in mente qualcosa, va subito appuntato. È bene portarsi dietro un piccolo quaderno, non serve una moleskine per forza, non dobbiamo passare per scrittori, ma essere scrittori. Non serve un quaderno fashion e di moda per atteggiarsi e che costa 15 euro; basta un qualcosa di tascabile, io per esempio uso i quaderni delle elementari, ne compravamo a pacchi quando erano in offerta. Certo nell’era degli smartphone e affini è un discorso un po’ da vecchio bacucco, ma vedete voi insomma come vi trovate meglio. Qualche giorno fa ero all’auditorium a sentire Bergonzoni a Libri Come, volevo appuntarmi una cosa e tanto per smentirmi non avevo nulla con me; così ho chiesto a destra e sinistra una penna e un foglio e alla fine l’ho scritta sul braccio ma per la frenesia ho dimenticato una parte e dopo aver iniziato ho lasciato perdere. Però sull’avambraccio mi era rimasto: “stiamo morendo”. Che non credo nemmeno c’entrasse qualcosa, ma mi dicono di sì. Comunque. Appuntarsi le cose serve per non perderle e per la solita storia di creare la “miniera” di parole e fatti, ma anche per liberare la testa durante il giorno, senza essere costretti a ripetere tutto a mente per paura di perderlo. Quando succede io non riesco nemmeno a sentire le persone che mi parlano o a fare le cose che devo fare, perché il cervello è intasato. Quaderni ovunque: soprattutto sul comodino, come detto, per la caccia grossa. E liberando la mente dalla paura verrà fuori anche più materiale durante il giorno.

Prossimo appuntamento, giovedì 21 aprile: Scrivere #8 – Fissa il tetto

Scrivere #6 – Prepararsi al viaggio

Scrivere è soprattutto raccontare su carta, ma anche dover spiegare qualcosa: prima – anche poco prima -, bisogna vederla o viverla; o entrambe, ossia immaginarla. È come compiere un viaggio in auto: quando entri sistemi lo specchietto, ti metti la cintura, accendi l’autoradio e solo dopo cominci a viaggiare. Così è anche nella scrittura: quando devi scrivere, a meno che non sia una situazione come quella descritta in “quando vogliono uscire” devi trovare il luogo giusto, livellare l’intensità e la qualità del rumore circostante (io preferisco il silenzio, ma anche un po’ di musica non guasta a volte), la luce, la posizione, il programma (word? writer? il semplice notepad?) o la penna e il quaderno… e una volta trovato tutto, solo dopo, ci si focalizza sulla strada. Ma quando si scrive non c’è una strada tangibile ovviamente, quindi invece che fissare il foglio bianco (tutta quella nebbia), che è deleterio, la cosa da fissare per noi potrebbero essere una o due parole su cui ragionare e che possano aiutarci a tirar giù quanto ci serve dal mondo in cui siamo entrati: come ci concentreremmo sulla strada o sulle note della musica che vengono dall’autoradio, dobbiamo concentrarci su quelle parole. “Perdendoci” tutto il tempo che serve con tutta la calma che serve: come se dovessimo addormentarci. Qualunque cosa venga fuori, appena assume una qualche parvenza di forma va appuntata su quel foglio bianco e quindi espansa. Ed ecco così il primo segmento di strada da seguire che affiora nella nebbia.
Ognuno ha i suoi tempi, ma con un po’ di esercizio il momento giusto si può anche creare.

Prossimo appuntamento, giovedì 14 aprile: Scrivere #7 – Appuntare sempre

Cose che direi a un bambino, volume #1

01. hai già caricato tutto, rilassati, respira
02. diffida di chi sorride a tutti nella stessa maniera
03. cerca e ama chi ti ha sorriso con timidezza
04. proteggi chi non ha mai problemi
05. nessuno ce l’ha con te, ce l’abbiamo tutti con tutti
06. se non parlano più e ti guardano, ti stanno chiedendo un abbraccio o addirittura un bacio
07. una casa è dove vieni accolto e anche il posto da cui andarsene
08. con un gatto si litiga veramente bene
09. il tempo sa le risposte, ma deve scorrere per riverlarle
10. si fallisce meglio cercando di non fallire

Quella volta che partecipai alla corsa campestre

Quando ero alle medie, fu organizzata la corsa campestre: evento molto giapponese in cui le scuole selezionavano i più valenti atleti che venivano poi impiegati in una disfida fra scuole in un luogo inaccessibile, un’isola sperduta e dimenticata anche da iddio, indove solo i più resistenti sopravvivevano e potevano salvarsi e vincere. Vincere i restanti anni della propria vita.

No, non è vero, c’era poca gente che si iscriveva ed essere presi in considerazione era una passeggiata e poi si faceva in un campetto nella periferia romana, che vatti a ricordare adesso dov’era, ma che comunque aveva la pista d’atletica intorno, bruttina, ma c’era, e quindi correrci sopra era un po’ un sogno. E se c’era una cosa che mi piaceva da bambino, a parte dormire, era correre. Come potevo non partecipare?

Quindi mi iscrissi, e saltai giustificato due o tre giorni di scuola.

Agli allenamenti non andava malaccio, tra i maschietti nelle prove ero sempre uno dei primi due o tre, quindi arrivai là che mi sentivo forte e avevo con me un bagaglio impressionante di film dove tagliavo primo il traguardo in un exploit incredibile e tutti correvano ad abbracciarmi, la preside organizzava una festa in palestra in mio onore e io con la timidezza che scemava sempre più facevo un discorso pieno di parole stupide ma che lasciava tutti a bocca aperta e poi la mia ragazzina dai capelli rossi (che però erano biondi), si accorgeva definitivamente di me e mi prendeva in disparte e andavamo a fare delle cose nascosti in una qualche intercapedine dietro la palestra.

Quindi quando successe quello che successe, la presi ancora peggio di quanto dovessi.
Tanto per cominciare il nostro prof di educazione fisica mi costrinse a partecipare anche alla gara di salto in lungo perché si era rotto qualcuno. Io non avevo mai provato e glielo dissi e lui allora obiettò con un bel “ma salta e chissenefrega, su”. Ma come può non prendere sul serio una cosa così importante, mi chiedevo. Però saltai e battei il record di salto più corto della storia della manifestazione. Ci rimasi malissimo e la cosa mi deconcentrò un po’ dal mio obiettivo, ma poi mi ricordai di essere un giovane missile terra aria e decisi che mi sarei preso la mia rivincita contro il prof spaccando tutto nella corsa, il vero evento. Quello in cui noi super ometti dovevamo impegnarci davvero per avere un servizio d’apertura al tg delle venti.

Puntai allora il più forte della mia scuola, quello che secondo il prof era un valente atleta quello che “lui sì che mi dà soddisfazioni” e lo guardai torvo, e lui mi fece cenno con la mano come per dire “ma adesso che t’è preso, ti spacco la faccia?”. Bravo mettila sul piano fisico, pensavo massaggiandomi il collo e facendo finta di guardare in alto. Non sapeva che avrei sputato sangue per arrivargli davanti di solo mezzo millimetro e l’avrei umiliato proprio in quel campo.

Una cosa che non avevo preventivato era che c’erano centinaia di mocciosi di troppo. Sapevo che ci sarebbero stati tanti partecipanti, ma quelli erano un po’ troppi. Se ogni scuola aveva due o tre campioncini come la nostra, allora essendoci una decina di scuole, la posizione in cui arrivare per sentirsi soddisfatti era forse la decima. Tra i primi dieci non era male, sì… forse… e continuavo a farmi calcoli su calcoli. Questa cosa mi ingolfò un attimo il cervello alla partenza e partii con ritardo: il mio rivale era partito bene invece ed era già ai primi posti. Però non andava male affatto, la spinta di doverlo riprendere metteva cavalli nel mio motore e ogni ragazzino che superavo ne metteva altri ancora. Stavo volando. Ad un certo punto mi resi conto di essere veramente un giovane missile terra aria perché quelli della mia squadra tifavano tutti per me, pure il prof; ero ormai affiancato al mio rivale, che era stremato, aveva il viso rosso: lui non aveva questa mia fortuna di essere punito ogni martedì con dei giri di campo supplementari alla scuola calcio. Ma io sì. Ero fresco come una rosa e mentre lo superavo pensavo che se fossi partito meglio, magari avrei addirittura vinto. E invece eccomi ora, ecco la riga del traguardo… decimo, ci sono arrivato a questo decimo posto alla fine, pensa te. Ok, però adesso contegno, arrivo al traguardo e faccio pure la parte di quello che non è soddisfatto perché poteva dare di più. Passai la riga, presi a camminare in fase defaticante e strinsi il pugnetto, ma scuotendo la testa. Tutti continuavano a correre però. Il mio rivale mi passò senza battere ciglio.
Il traguardo era stato ridisegnato più avanti di qualche metro.
Appena me ne resi conto, ricordo che ci provai a ripartire ma senza convinzione: moriva ogni decimo di secondo di più; vedevo tutti arrivare al traguardo, poco più avanti e io ero fermo là, e solo, dopo tutta quella fatica inutile. Continuai a camminare e uscendo dal percorso scalciavo la terra con rabbia. Ci tenevo talmente tanto che, mentre mi facevo strada tra le gente intorno la pista, mi coprii gli occhi con la maglietta.

Colui che scrive qua.
Nel blog, non il verso della papera.

Se ti va scrivimi, non mordo. Bau!facebooki cazzacci miei!La mia libreriaLa polvere che mi resta addosso quando leggoLa mia musicail totale dei cazzacci miei più il vostro!qualche foto

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