Archvi dell'anno: 2011

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Arrietty (il mondo segreto sotto il pavimento)

Arrietty - il mondo segreto sotto il pavimento, la prima apparizione di Arrietty

Arrietty è l’ultimo film realizzato dallo Studio Ghibli ed è la prima volta da regista per Hiromasa Yonebayashi storico animatore della casa di Totoro.
La storia parla di una famiglia di piccoli esserini alti poco più di dieci centimetri che si autodefiniscono Prendinprestito, che vive in una casa da svariate generazioni.
Questi Prendinprestito, appunto, prendono in prestito oggetti di uso comune come fazzoletti, zollette di zucchero, ma spesso anche oggetti dimenticati o persi per crearsi da soli cose utili per la loro casa.

Arrietty - il mondo segreto sotto il pavimento, che casetta eh?

Miyazaki è alla sceneggiatura e come spesso accade per le sue opere, come i personaggi di questo film, prendendo in prestito qualcosa che gli è piaciuto da ragazzo, cerca di realizzare e raccontarci qualcosa di suo, dove i protagonisti si trovano a far parte di due mondi che non dovrebbero comunicare fra loro e lottano perché questo tabù sia aggirato.

In questo film c’è tutto quello che ci si aspetta dal maestro e dallo studio Ghibli: dolcezza, semplicità, delicatezza, poesia. Come atmosfera ricorda un po’ kiki’s delivery service, sebbene il film di Hiromasa Yonebayashi, nonostante la “leggerezza” e la semplicità che li accomuna, sia decisamente meno scanzonato. Forse ciò che li rende vicini è un equilibrio simile del “parametro” delicatezza.

Arrietty - il mondo segreto sotto il pavimento

Arietty è poetico, delicato, leggero, tenero, profondo e soprattutto bellissimo da vedere. I colori e la loro scelta, insieme all’animazione sono fenomenali e incantano: il regista è per prima cosa un animatore e si vede. Il verde come in molte opere dello Studio ghibli è dominante, il rosso e le tonalità calde della piccola Arrietty contrastano e dànno risalto e forza mettendola al centro di tutto.

Arrietty - il mondo segreto sotto il pavimento, Arrietty è decisa

Unica pecca forse è una sceneggiatura che sembra un po’ frettolosa in alcuni punti (quasi didascalica), dove in altri invece si dilunga restando su dettagli che, possono sembrare insignificanti, ma che in realtà sono il cuore del messaggio del film. Sono queste piccole cose che messe tutte insieme lo rendono particolare, e sono queste cose, che creano le atmosfere ricercate dallo studio ghibli e ci fanno sintonizzare con i protagonisti.
E a questo punto più che la sceneggiatura forse è il montaggio ad avere qualche falla. Il film dura 94 minuti e forse dieci in più ci potevano stare. Di sicuro troverete chi dirà che, invece, ce ne potevano stare anche venti in meno.

Arrietty - il mondo segreto sotto il pavimento, un porcellino d'india che avrà una sua piccola parte

La storia originale, o più che altro la serie di racconti che hanno ispirato il film, è di Mary Norton e ulteriore curiosità è che da questa serie è stato tratto un altro film (inglese) nel 1997: i Rubacchiotti, di ben altro spessore.

La trama di Arietty è semplice, è una storia per bambini con sottotracce profonde che spiccano nei silenzi, negli sguardi, nei movimenti, nelle inquadrature e nei contrasti fra piccolo e grande. Purtroppo il co-protagonista, Sho, sembra spesso messo lì solo per fare la sua parte, sembra un attore che ci crede poco e risulta spesso poco credibile a sua volta. Altro personaggio che non convince è la signora Haru, forse troppo sopra le righe: nella cultura giapponese un personaggio così è tipico, specie nelle commedie, ma anche se ha i suoi riusciti momenti di simpatia che spezzano l’atmosfera lineare, in questo caso forse è troppo. Problemi di simpatia non li hanno Arietty, il papà e il resto del cast, tra cui spicca Spiller che sembra più che altro un personaggio-cammeo, e ricorda tanto quei due matti selvatici di Conan e Gimsey (soprattutto quest’ultimo) della indimenticabile e amatissima serie Conan il ragazzo del futuro.

Arrietty il mondo segreto sotto il pavimento, Spiller

Il film ha raccolto molti consensi in giro per il mondo, la distribuzione in italia c’è stata, ma a vedere gli orari e quanti pochi spettacoli siano programmati ogni giorno, forse già dalla prossima settimana sparirà dalle sale.

Ogni tanto un film di Miyazaki fa bene ai polmoni e al cinema sono rari, anche se sempre meno.
Pensateci su.

Trilogia della frontiera – Città della pianura

Città della pianura Cormac McCarthy

di Cormac McCarthy, 337 pagine, Einaudi

Billy Parham è un uomo ormai e dai tempi della sua avventura raccontata in Oltre il confine sono passati molti anni. John Grady Cole invece è ancora un ragazzo e dalle vicende di Cavalli selvaggi ne sono passati appena tre. I due lavorano assieme in un ranch tra Texas e Messico e tra di loro si è instaurato un rapporto di tipo fraterno, Billy è un po’ il fratello maggiore di John Grady.

John Grady è il più piccolo tra i dipendenti del ranch, ma il più capace. Billy Parham è cresciuto, ma la sua bontà d’animo, che lo accomuna poi al ragazzo non è scomparsa. Lo punzecchia, come fanno bonariamente tutti al ranch ma  lo tengono anche sul palmo di una mano. Se lui dice che un cavallo vale, si compra e basta.
Billy soprattutto non manca mai di fargli avere qualche buona parola o di cercare di farlo ragionare, ad esempio quando il ragazzo incontra una ragazza in un bordello e se ne innamora follemente. E questo è proprio il punto focale della vicenda.
Il problema di John Grady sono sempre state le donne: in un unico libro i due protagonisti vedranno riproporsi e mescolarsi le loro linee di confine.

McCarthy ci racconta, con questo ultimo volume della sua trilogia, di uomini che ripetono percorsi sempre uguali e di uomini che vedono altri uomini incamminarsi in questi percorsi.
L’ultima parte del romanzo, stacca completamente con un salto temporale sulla vicenda, diventando una sorta di epitaffio mistico. Tutti e tre i libri si concentrano su stessi, puoi quasi vederli accartocciarsi, poi prendono fuoco mescolandosi in un’unica fiamma.

La trilogia della frontiera: più di mille pagine, tre libri, due personaggi eccezionali, uno scrittore unico.

Trilogia della frontiera – Oltre il confine

Trilogia della frontiera - Oltre il confine

di Cormac McCarthy, 370 pagine, Einaudi

Il libro che racconta l’avventura di Billy Parham è quello che preferisco tra i tre, sebbene non si discosti di molto da Cavalli selvaggi e sia oggettivamente al di sotto di Città della pianura, soprattutto della seconda parte di quest’ultimo. Si avvicina molto a Cavalli Selvaggi perché il percorso interiore di Billy e di John Grady è molto simile. Forse per questo nel terzo libro si capiranno così bene.

Lo stile è sempre quello, inconfondibile, di McCarthy. Dialoghi secchi e veloci che si mischiano alle descrizioni e alla narrazione in un unico flusso di parole, cominci a leggere e ti entra dentro. Ti porta in un mondo sconfinato, bello, di desolazione, disperazione ma anche di semplicità.

Semplicità, un mondo semplice e perciò velocemente crudele. Si scorre leggeri in ogni scena, anche in quelle più dure che assumono un peso finale enorme quando si è arrivati al punto. Sbam. Non te l’aspettavi eppure è successo. Rileggi ed è proprio così, è successo veramente.

Oltre il confine, come accennato e come è facile intuire, non è solo a livello letterale, ma anche simbolico. Billy Parham è un ragazzo buono in una terra che non permette di esserlo, se passi il confine, devi essere pronto a passare anche quello dell’anima. Anche se Billy è poco più che un ragazzo e poco meno che un uomo, è comunque un cowboy.  Il suo mondo è quello, non c’è tempo per disperarsi o per gioire, la vita è così, va avanti con te o senza te. Nel cuore puoi provare quello che vuoi, ma devi continuare, passo dopo passo.

Il suo viaggio, come capirà nella prima parte del romanzo lo porterà proprio qui. Sul confine. Lo attraverserà? Se vi interessa saperlo, leggetelo. Ne vale la pena.

Non buttiamoci giù

Non buttiamoci giù

di Nick Hornby, 292 pagine, Guanda

Il giorno di San Silvestro, sulla cima di un palazzo londinese si forma un insolito Breackfast club, formato da quattro individui.
L’uno con l’altro non hanno praticamente nulla in comune. Se non contassimo la motivazione per la quale sono lì sopra: buttarsi di sotto e farla finita.

Il libro è diviso in tre parti e il testimone della narrazione passa a turno fra i quattro protagonisti: Martin, personaggio famoso in declino per via di una brutta faccenda, Maureen, donna disperata con a carico un figlio disabile, Jess, una ragazza sgrammaticata e con un gergo sboccato tutto suo, e infine, JJ, un musicista arrivato dall’America per via di una ragazza e che ora consegna pizze a domicilio.

Nonostante la tematica forte, il romanzo, grazie alla consueta ironia di Hornby riesce ad essere “leggero” e divertente toccando comunque l’argomento in maniera profonda e completa.

Quando leggi un libro di Hornby sembra sempre di leggere la trasposizione cartacea di un film, che per inciso, in questo caso specifico, non esiste. Anche se pare che Johnny Depp ne abbia comprato i diritti.

Uno dei suoi migliori libri, forse appena al di sotto di “Un ragazzo” e “Alta fedeltà”.

Explosions in the sky

Una dietro l’altra le abbiamo lanciate, quelle bombe.
Senza remore. Senza preoccuparci di chi ci ricordava quanto fosse sbagliato. E avevamo ragione noi, era giusto lanciarle, era l’unica cosa da fare per vincerla la guerra; solo che loro non capivano. Non ci capivano.
Ma oggi ti dico, forse eravamo noi, forse eravamo noi che non capivamo. Sempre che ci fosse qualcosa da capire e un fronte su cui stare, una riva su cui sedersi, ad attendere quei cadaveri nemici.

Ma l’America l’ha vinta davvero la guerra, poi?
Non mi pare.

Sono tornato più volte in quel posto e non c’è più niente. È andato tutto distrutto.
Ho provato a rimettere le cose a posto, da solo, ma da solo non potevo farlo. Senza contare che arrivavano anche altre bombe, una dietro l’altra e da chi prima combatteva con me.
Ed è andato tutto distrutto.
Ed io ero lì, mentre succedeva. Mentre tutto veniva oscurato in una luce bianca.

Carcasse.
Polvere.
Larve.
Ecco cosa resta.
Avevano ragione loro.

Ma noi… non eravamo anche noi contro il nucleare?

Un po’ di novità

Tra una cosa e l’altra sono sparito quasi un mese, e dire che mi ero messo di buona lena a produrre post.
I post “personali” sono rari in queste terre, ma questa volta urge fornire spiegazioni.

Sono stato completamente assorbito dal lavoro, sono entrato talmente tanto in modalità webdesigner che mi sono rifatto addirittura il tema del blog. E ho messo – addirittura – online la nuova versione del mio portfolio web.

Dal fatto che ho linkato il mio portfolio, si può estrapolare un’altra decisione – storica – che è quella di fondere “flarin” con “Luca Turci“, che poi sono sempre io, quindi trovate anche il mio profilo facebook di lato e su twitter c’è anche il mio nome da un po’ di tempo.
Perciò non si scappa, ora tutti i villains sapranno la mia identità segreta. Sono nei guai, ma i vostri commenti, i vostri +1 e le vostre condivisioni potrebbero aiutarmi.

Tante cose che potevate non sapere, lo so, facciamo che vi devo un po’ di spazio nel cervello.

Il giocatore

Il giocatore

di Fedor Dostoevskij, 160-170 pagine, svariate edizioni tra cui ebook gratuito

La storia è stata dettata da Dostoevskij ad Anna Grigorievna Snitkina e scritta in contemporanea a Delitto e Castigo per pagare i suoi debiti di gioco. Nonostante queste premesse è ritenuta un capolavoro per via dell’abilità che lo scrittore, data anche l’esperienza sul campo, ha saputo riporre nel descrivere le varie tipologie di giocatori e tutto ciò che avviene nel microcosmo che si forma attorno a loro nelle case da gioco.

Aleksej Ivànovic è di origine russa e presta servizio a Roulettenburg (città inventata e forse ispirata a Baden Baden) come precettore nella casa del Generale, dove per altro non è unico ospite. Tra gli ospiti c’è anche il marchese des Grieux presto odiato sia per la sua nazionalità che per il mistero che ruota intorno a lui e Polina, figlia del generale e di cui il protagonista è innamorato. Nel romanzo viene dato discreto spazio anche all’analisi al comportamento dei personaggi a seconda della loro nazionalità.

Con l’avvento della “nonna” in scena la storia decolla e diventa anche avvincente: è una figura cardine, il fulmine a ciel sereno che porta lo scompiglio, ogni vicenda inserita nel romanzo sarà influenzata da questa presenza. Da questo punto in poi finisce la premessa composta dalle riflessioni paranoiche del classico protagonista di Dostoevskij e dai pettegolezzi sui personaggi che popolano la casa del generale.

Piccola nota: il romanzo è facilmente rintracciabile in rete come ebook gratuito, sia in forma epub per smartphone o e-reader, sia come normale pdf.

L’amore ai tempi del colera

L'amore ai tempi del colera

di Gabriel García Márquez, 376 pagine, Mondadori

La trama?
C’è poco da dire su questo fronte.
Florentino Ariza ama alla follia Fermina Daza, che non riesce ad accettarlo.

La vera malattia di cui ci parla Márquez non è il colera, ma l’amore. L’amore non si sa cosa sia, con precisione. Difficile dargli una connotazione adeguata, nessuno, credo, possa farlo. Oppure sì, ma tanto non accetteremmo mai pienamente le sue parole.
Si può dire però, che l’amore è effettivamente qualcosa di molto vicino a una malattia. Perciò volendo dare per buona questa definizione, ogni forma d’amore, anche quello vissuto in maniera intensa e malata, è giustificato e giustificabile. Se non più vero.

Nel romanzo abbiamo diversi modi di essere malati e quello fra Fermina Daza e Florentino Ariza è uno dei più antichi, ma anche il più moderno: portato avanti per via epistolare come oggi nascono gli amori su internet. Uno sguardo che ti rapisce e puff, è finita, non puoi più far a meno di pensare a quella persona. L’impulso di scriverle è terribile, la pensi, la vedi ovunque, vorresti parlarle, non vorresti fare altro che stare con lei. È l’amore che è terribile: una terribile malattia senza cura.

Ma se fosse tutta un’illusione?

E se invece non lo fosse?

Sullo sfondo l’epidemia del colera, un dottore che sacrifica se stesso per l’amore (ancora questo amore) della gente, un faro, navi, fiumi, notti, amore, parole, sesso.
C’è chi ama l’amore e lo idealizza, e poi, quando lo trova, non lo capisce più.
E c’è l’amore che nasce lentamente, col tempo. L’amore può nascere quasi ovunque, basta innaffiarlo bene (e sarà impoetico, ma si deve anche concimarlo un po’).

I migliori racconti (di Richard Matheson)

di Richard Matheson, 178 pagine, Fanucci

In questa antologia proposta da Fanucci troviamo nove racconti avvincenti e originali, molti dei quali sono stati usati per ricavarne dei film, come ad esempio Duel sceneggiato dallo stesso Matheson e diretto dall’esordiente Spielberg. Matheson è un autore decisamente amato dagli scrittori e sceneggiatori del genere e non solo (King ne è palesemente influenzato) tant’è vero che da Io sono leggenda sono stati ricavati la bellezza di tre film, il primo dei quali a dirla tutta è stato adattato da lui (L’ultimo uomo della Terra).

L’autore si è sempre diviso fra scrittura e cinema (o tv) e più volte si è dedicato alla sceneggiatura (ad esempio ha adattato Cronache Marziane di Bradbury o l’originale Lo Squalo 3). Per la tv, molti degli episodi migliori della serie Twilight zone sono suoi e nel 2010 un suo racconto è stato usato per un episodio dei Griffin.

Oltre che Duel questa raccolta contiene I figli di noè da cui è tratto Nient’altro che guai di Dan Aykroyd e La preda da cui è stato ricavato Trilogia del terrore, film che ha avuto poco successo, ma considerato di culto dagli amanti del genere.

Matheson in questi racconti esplora paranoie e paure comuni e passeggia tra i generi del fantastico e del surreale riuscendo a fondere in maniera naturale fantasy, horror, grottesco, senza che nulla risulti fuori posto, senza che niente rovini l’atmosfera: difficile trovare un racconto poco riuscito. In La Preda si avverte da subito che sta succedendo qualcosa e cosa – si teme succeda – ma la tensione sale ugualmente, in La legione dei cospiratori si avverte tutto il malessere di un uomo paranoico,  mentre La casa impazzita esplora la rabbia e l’incapacità di ascoltare. Duel è semplicemente geniale e il primo brevissimo racconto, Nato d’uomo e di donna, con il suo “vedo e non vedo” di parole è veramente un’ottima prova di scrittura.

Completano l’opera: L’uomo enciclopedico, La danza dei morti e Il nuovo vicino di casa. Il primo è l’unico racconto sci-fi della raccolta, negli altri due la paranoia la fa da padrona.
C’è quello che può piacere di meno e quello che può piacere di più, ma di sicuro nessuno è fuori luogo o orribile.
Tranne il contenuto, quando voluto. Ovviamente.

Brevi storie in una breve storia #3

La fotografia
Non è come quella del piatto infinito, ma insomma, non ci si può lamentare di questa serata. La fotografia è ancora al suo posto, in alto. È fissata al legno della panchina con delle puntine. Non è intera, ma è solo uno squarcio di quella che era una scena ben più grande. Ci sono i volti di due bambini: un maschio e una femmina. Lei di profilo, lo guarda, e sorride. Ha il palmo delle mani sulle ginocchia e forse sta muovendo le gambe avanti e indietro mentre chi ha la macchinetta fotografica preme il pulsante. Il bambino guarda in camera con gli occhi fissi e quasi vitrei e ha le labbra serrate in un sorriso timido. È qui da tanto tempo, questa che per il gatto è una strana finestrella, e lui sotto la panchina le fa la guardia: ogni tanto viene a vederla e ricorda i bei momenti passati coi suoi due amici. Ogni tanto prova a colpirli con la zampetta, ma non si muovono. Eppure mentre dorme a volte gli è sembrato che lo chiamassero a voce o che muovessero una mano e gli facessero cenno di avvicinarsi. Sono due anni che non li vede. Negli ultimi a volte vedeva lui e a volte solo lei. Entrambi hanno provato a portarselo via, diverse volte, ma lui non si è fatto mai trovare. Sa come vanno queste cose; è successo a due suoi fratelli: arrivano questi piccoli uomini frenetici, o anche quelli grandi a volte, giocano tutta l’estate con quelli come lui e poi se li portano via. E che fine fanno? non si sa. Il gatto non crede facciano una brutta fine, ma lui qui sta bene. Non ha voglia di rinunciare ai suoi spazi e al suo territorio. La verità è che non è che quei due siano i suoi unici amici, ne ha altri. Molti altri. C’è la signora dei pranzetti e il vecchietto del parco che chiama gli uccellini. A volte lo sgrida e non si capisce perché: prima gli offre le vittime e poi non vuole che le prenda. C’è il ragazzo coi vetri sugli occhi che tiene sempre in mano quel blocchetto con le formiche sopra, e lo fissa. È inquietante questa cosa di fissare: deve essere matto quello, ma è simpatico. Gli dà sempre carezze e coccole e a volte divide quello che sta mangiando con lui. Senza guardarlo ovviamente, sempre fissando quel blocchetto. Certo, ci sono anche quei brutti bambini con quella cosa rotonda che prendono a calci e che provano sempre a lanciargli addosso, ma non si vedono spesso, non è un grosso problema.
Ci si può stare, qualcosa di storto non è che storce tutto in fondo.
Il gatto fissa di nuovo la fotografia: chissà che fine hanno fatto, si ritrova a pensare. Chissà se saremo mai più noi tre. Il tempo con lui o con lei è bello, ma il tempo di noi tre era meglio, era una sfumatura diversa. Il tempo senza loro anche è bello, quando li pensa, come adesso, ma è un’altra sfumatura ancora. Poi si addormenta, affaticato per il tanto pensare e mentre sfiora la foto e socchiude gli occhi, i bambini lo guardano e gli sorridono come gli sorrisero quella sera del piatto infinito.

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Colui che scrive qua.
Nel blog, non il verso della papera.

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