Archivi del mese: settembre 2010

No, non può essere

Ho fatto un incubo impressionante qualche tempo fa.
Praticamente, c’è un’enorme stanza come quelle che stanno a Montecitorio, tutta piena di quadri, affreschi, colonne, cupole e via così. Enorme proprio, tipo magazzino, però adibita a ufficio. In quest’enorme stanza c’è in fondo solo una scrivania e un omino con in testa qualcosa tipo capelli, ma che non possono esserlo, un omino che lavora alacramente: prende fogli, li sbircia, li sposta di catasta in catasta. Io mi dirigo con fare sicuro verso di lui. Lui se ne accorge e mi guarda: è il premier.
Sorrido, beffardo.
- È finita.
- Prego?
- È finita per te, mio caro premier.
- Non capisco ragazzo, spiegati meglio.
Mi siedo senza che lui me l’abbia chiesto su una sedia che, vi giuro, prima non c’era, però adesso sì.
- Io ho un potere, e me ne sono ricordato oggi.
- Che potere?
- Ho deciso di usarlo, caro il mio premier.
- Sì, ma che potere è. Pure io ho tanto potere, che c’entra scusa.
- Il mio è un potere diverso, magico direi. È qualcosa di devastante.
- Spiegami. – E il premier posa tutte le cataste di fogli e si lascia andare sullo schienale. Ho tutta la sua attenzione, sa che sono serio, non scherzo. Allora io spiego gustandomi lentamente il momento.
- Posso far scomparire tutte insieme le persone scorrette che ci sono nel mondo, semplicemente schioccando le dita e dicendo “una formula segreta”.
- Capisco… e quale sarebbe questa formula segreta?
- “Una formula segreta”, per l’appunto.
Ci prova subito, schiocca le dita e dice la formula segreta. Non succede nulla.
- Devo dirlo io, furbetto. Dovresti essere me. – Sorrido soddisfatto, ma quasi con amarezza.
- Sei sicuro di volerlo fare?
- Assolutamente. Sei pronto? Sei religioso? Ultime preghiere?
- No, figurati: la religione ogni tanto serve per prendere voti, ma… nessuna, vai. Ma ricorda: il peso di questo gesto, figliolo, graverà sulle tue spalle in eterno.
Per un attimo esito, arcuo in basso gli angoli della bocca e penso: “Epperò, come parla forbito.” Ma dopo solo tre secondi di sguardi, dove ci metto anche un po’ di compassione, lo faccio. Schiocchio le dita (e dico “una formula segreta”).
Il premier resta di fronte  a me, incolume.
Ci riprovo.
Niente.
Ci riprovo ancora.
Nulla ancora.
Il premier sospira e accende non so quanti monitor alle sue spalle (prima non c’erano, giuro) e da lì possiamo vedere una miriade di tg. Ogni tg è in edizione straordinaria e parla di sparizioni di persone. E queste persone sono tutti magistrati, giornalisti, blogger e politici di fazioni avverse a quella del premier… e c’è anche Hugo di Lost.
Sudo freddo mentre mi guarda: – io l’ho sempre detto, sempre.

Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?

che ne è stato di te, Buzz Aldrin?

In questi giorni in cui mi ha tenuto compagnia, tutte le volte che aprivo questo libro mi sentivo a casa o sentivo per lo meno una sensazione rassicurante di vicinanza. Avrei potuto scriverlo io un libro così, non perché mi ritenga bravo quanto o più dell’autore o voglia al contrario sminuirlo, ma semplicemente perché mi ci sono rivisto  parecchio nei ragionamenti, nelle situazioni, nelle reazioni… Mattias non punta ad essere un Armstrong, il primo uomo sulla Luna, quello che tutti si ricordano, ma un Buzz Aldrin, il secondo, quello meticoloso: una persona che vuole starsene tranquilla, che non vuole disturbare o dare fastidio; una persona che vuole fare le cose per bene e che ci pensa due volte a farsi trovare: perché più gente ti trova e più sarà dura lasciare andare via tutti. Ma Mattias allo stesso tempo è una persona che vuole essere utile, che sente un bisogno spasmodico di essere utile. E questo è un eterno contrasto che piano piano può portarti ad esplodere lentamente. Forse in parte è una questione di saper o meno reggere la pressione, ma il fatto è che non tutti puntano al primato. Per qualcuno il “primato”, se vogliamo chiamarlo così, è trovare l’equilibrio nella propria isola felice nei caraibi.

Se qualcuno fosse così pazzo da chiedermi un libro da leggere per conoscermi meglio, attualmente penso proprio che gli direi di leggere questo.

Molto bella l’edizione Iperborea, all’inizio fa un po’ strano tenere un blocchettino più alto e meno largo del solito, e con quella copertina tutta “cartadapaccosa”, ma dopo un po’ ci si abitua… sono 450 pagine che volano via, ma credo che l’effetto lo faccia soprattutto se il cuore e la testa sono allineati con quelli di Johan Harstad. Una scrittura malinconica e direi a tratti molto poetica e in alcuni paragrafi quasi musicale: ma si può stare tranquilli, senza esagerare in inutili baricchismi. Se volete una sinossi cliccate sulla copertina e andate alla scheda su anobii, io e le sinossi non abbiamo un gran feeling.

_ Polvere: #1, #2, #3

That there, that’s not me
I go where I please
I walk through walls
I float down the Liffey

I’m not here
This isn’t happening
I’m not here, I’m not here

In a little while
I’ll be gone
The moment’s already passed
Yeah, it’s gone

I’m not here
This isn’t happening
I’m not here, I’m not here

Strobe lights and blown speakers
Fireworks and hurricanes

I’m not here
This isn’t happening
I’m not here, I’m not here
(How to disappear completely, Radiohead)

Immedesimarsi

Alle volte mi capita di andare sotto di brutto con un telefilm, o un film, o un fumetto… ci vado così sotto che comincio a parlare e ripetere in maniera fastidiosa frasi e tormentoni o a ricreare situazioni e scenette per giorni e giorni e me la ridacchio tra me e me mentre tutti mi guardano attoniti o con amorevole preoccupazione. Questo mi fa sentire spesso ancora più solo, quindi dopo un po’ tiro un lungo sospiro e la pianto – finché non trovo qualcos’altro e ricomincio da capo, ovvio.
Ultimamente credo di vivere nelle strip dei peanuts ad esempio e mi viene molto bene. Specie quando guardo in camera.
Onestamente penso che sarebbe molto bello vivere nelle strip dei peanuts.

Interazioni impossibili

- Ti piace di più il bianco o il nero?
- Marmotte.
- Ma che risposta è? Ti ho chiesto se ti piace di più il bianco o il nero.
- Marmotte marroni.

miao miao miao miao miao

non c’è non è che mi ha abbandonato anche lui adesso miao come faccio se mi ha abbandonato anche lui adesso miao non so dovrei andare ancora in giro e sperare che qualcuno mi dà crocchette miao mi piacciono crocchette sono buone crocchette miao ma se lui non c’è io cosa faccio adesso miao forse dovrei andare a prendere a lui una lucertola così poi lui mi vuole più bene miao no no no lo aspetto qua miao mi metto qua dove si siede lui e lo aspetto miao certo certo è l’unica cosa da fare miao io aspetto lui torna e crocchette tante crocchette miao mi piacciono crocchette ecco arriva quando c’è il rumore strano e  luci davanti muretto lui arriva miao ferma grosso animale nero che dorme quasi sempre davanti muretto poi lui scende e mi dà crocchette miao che bello ora io salto sul muretto e aspetto a lui miao sì che bello è lui miao aspetto miao ora salto sul grosso animale nero che dorme quasi sempre e lui sta fermo là un po’ miao io allora gli do le zuccatine lui mi fa coccole poi entra e mi dà crocchette miao che bello crocchette miao miao miao miao miao e infatti croc purr purr purr

Non sono mica noccioline

The complete Peanuts #1The complete Peanuts #2

Con ottocento pagine di Peanuts in viaggio verso casa tua, il futuro già sembra un po’ migliore.

Scale mobili

Sei lì nel tuo dolce e confortevole antro buio che cammini verso l’uscita. Tutto assonnato stai per andare a chiuderti in un altro antro buio. Arrivi alla scala mobile, posi la tua mano sul corrimano, che va sempre di corsa: non si sa dove deve andare cosi di corsa questo corrimano, ma perché non si rilassa un po’? Ti ha sempre irritato questo atteggiamento del corrimano.

Pensi a questo mentre un raggio di sole affiora sempre più prepotente; è tanto insistente al punto che decidi di alzare verso l’alto i tuoi occhi assonnati. E vedi così una sagoma incompleta che già ti piace, scendere giù, verso di te, siete separati solo da un basso corrimano. La sagoma passa la parte di soffitto perfettamente parallela al pavimento e puoi ora vederla tutta: nell’insieme, vedi un altro viso assonnato, vedi i suoi occhi: la sua anima. Ti trapassa al centro del petto come il tocco di un fantasma. Ti piace quel che vedi, e senti, e che ti ha tolto la voce, e per un attimo pensi che sarebbe il caso di fermare le scale, o saltare il corrimano, o fare qualche altra pazzia, ma la scala arriva su, ti fermi un attimo, qualcuno ti spinge da dietro, ti chiede scusa. Allora ti fai da parte e te ne vai. In fondo, nell’antro buio, la sagoma pure ha esitato un attimo, forse. Non è detto, non puoi vederla ma tu che ne sai? Puoi saperlo? Perché non dovrebbe essere così? La vita è piena di scale mobili e di angoli da girare, che potresti fare anche al contrario se solo ti andasse, ma questo lo sai bene e io non voglio stare qua a tediarti ora.
Puoi girare l’angolo adesso, anche io devo.

Persone percentilizzate

No, non è un nuovo telefilm lost-andante di impossibile valutazione.
È che stavo riflettendo l’altro giorno (non mi capita mai.) e mi sono messo a dividere alcune persone conosciute o semisconosciute per percentuali: tipo che pesavo alcuni fatti accaduti, sensazioni, emozioni suscitate o anche alcune cose lette su quella persona o scritte da quella persona e poi facevo la somma. Questa persona mi piace al 67%, quest’altra al 80%. Questa persona non mi piace al 100% ma un 5% di sbagliato ce l’ha. Ecco, penso che sia perfetto così, nonostante tutto quel 5%, perché quando una persona è giusta al 100% cominciano i guai.

Al meglio del meglio possibile

Ci sono dei film che non riesco a vedere. Non che ne abbia paura, è che proprio non riesco mai a vederli. Ogni volta succede qualcosa e quindi per esempio io non ho mai visto Le iene o L’esercito delle dodici scimmie. Sono i primi due che mi vengono in mente tra i più clamorosi (o meglio comuni) adesso come adesso. Quando poi posso, che non succede nulla, succede però che prendo il dvd, lo metto nel lettore e… manno, non lo vedo. È come se fosse un limite che non posso valicare. O che non voglio valicare: quando passi un limite si apre un altro mondo da affrontare, ed è bello, perché poi c’è un altro limite da raggiungere e quindi un nuovo mondo. Però è anche vero che a volte si sta bene in quell’area appena al di sotto del proprio limite: è il meglio del meglio possibile, ed è rassicurante.

Colpo di scena

Nei racconti, chi narra usa questo espediente per spezzare la monotonia, per tenere viva l’attenzione di chi lo segue. Chi riesce a rimanere attento si dice sia un lettore o spettatore forte, sicuramente è una persona con una grande capacità di attenzione e ascolto. Chi riesce a raccontare usando pochi colpi di scena, o nessuno, e a tenere viva l’attenzione si dice sia un abile e “fine” narratore. In linea di massima, generalizzando, e supponendo che il nostro campione sia molto vasto, pochi colpi di scena portano comunque alla monotonia. È anche vero però, che a troppi colpi di scena ci si abitua, si dice che i colpi di scena diventano “chiamati” e si raggiunge passando dalla via secondaria lo stesso effetto. Io sono uno di quelli che predilige un colpo di scena ogni tanto, anche uno solo, fatto bene… tipo adesso, ci potrebbe stare benissimo. Anche se fosse chiamato.

Colui che scrive qua.
Nel blog, non il verso della papera.

Se ti va scrivimi, non mordo. Bau!facebooki cazzacci miei!La mia libreriaLa polvere che mi resta addosso quando leggoLa mia musicail totale dei cazzacci miei più il vostro!qualche foto

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