Archivi del giorno: 13 giugno , 2010

Pennarello rosso #03 e #04

[penultima e ultima parte, continua da qui]

Socchiusi gli occhi che manco Clint Eastwood e la guardai, poi feci un passetto indietro e le feci capire che stavo fuggendo di nuovo. Mi venne anche in mente quel film… quello con Di caprio e Tom Hanks. Prova a prendermi, dài, giochiamo? Era l’unica cosa da fare, veramente. L’unica.
Lei strinse gli occhi a sua volta – le veniva da ridere però – e fece un passetto avanti. Funzionava.
Quindi provai con un secondo passo, ma stavolta posando la mano sulla tracolla e voltandomi. Era evidente che stavo per filare via come un siluro. Lei fece un altro passo. A quel punto mi venne da pensare che volesse uccidermi. O adescarmi, farmi girare l’angolo e  farmi accoppare dai suo complici, che mi avrebbero preso un rene e organi vari a caso per venderli o mi avrebbero usato come sacrificio umano per una messa satanica e altre cose così. Se ne sentono tante, di cose così: “ragazza buffa e boccolosa con una maglietta a righe adesca un ragazzo e se lo mangiano”. È tipico. Un po’ mi si gelò il sangue, ma ero anche perfettamente consapevole di essere stupido, e mi pare d’averlo sottolineato a più riprese, ma è meglio ribadire a volte. Feci allora un terzo passo, anche se meno divertito dalla situazione quindi in maniera affrettata mi diressi verso una libreria, piuttosto grossa, dove per altro ero stato fino a pochi minuti prima di ritrovarmi a  giocare a un-due-tre stella con quella ragazza. Quella buffa ragazza. (Ma anche carina.)
Mi voltai due volte per vedere cosa facesse, lei mi seguiva e faceva finta in maniera più che teatrale di guardarsi attorno quando la fissavo, mimando i miei modi furtivi in maniera esagerata. Mi prendeva in giro ed era ancora più buffa, tanto più buffa che mi decisi di “farle la grazia” e con una specie di sbuffo le sorrisi. Finché non mi soffermai meglio sulla cosa: mi stava prendendo in giro. In realtà quella ragazza non aveva niente da fare, aveva trovato l’imbecille di turno e si stava divertendo alle sue spalle. E cioè, alle mie. O, molto più plausibilmente, era matta come un cavallo e fuggita, lei sì per davvero, da una casa di cura. Tornai subito serio e mi infilai nella libreria, pensai un “bah” e ci misi una croce sopra. Ma figuriamoci! Una ragazza così buffa (e carina). Che mi segue. Mi saluta. Mi sorride. Con intenzioni serie.

*

Decisi di guardare i cd già che c’ero, tanto ero rimasto un po’ col dubbio sull’acquisto di un paio di album, forse era questo che voleva il destino in realtà: dovevo entrare di nuovo per quei cd.
Camminavo con entrambi tra le mani, li giravo e rigiravo, come  se qualcosa potesse essere comparso da una parte mentre guardavo quell’altra, o come se qualcuno avesse potuto scriverci altre informazioni utili di nascosto.
Non mi ero accorto che, qualcun altro, invece, tramava alle mie spalle. Qualcuno di molto buffo mi aveva infilato in testa delle cuffie: un cantante neomelodico napoletano mi stava riversando i suoi lamenti e pianti nelle orecchie con una base techno tutta unz-tunz. Era troppo tardi ormai, ne avevo sentiti almeno dieci secondi. Il qualcuno di molto buffo era ovviamente la ragazza, che potevo vedere di fronte a me che se la rideva di gusto, quasi alle lacrime. Dovevo avere una faccia allucinata, quasi spaventata e vabbe, ma insomma, che c’era da ridere così tanto? Era una cosa molto crudele da fare quella, da brutte persone. Però volevo ugualmente sentire la sua risata.
Con disgusto allontanai le cuffie e feci per passargliele, lei tirò fuori la lingua e col dito indice mimò che preferiva vomitare, se possibile. Annuii sorridendo e insomma, c’era poco da fare, stavamo facendo amicizia in maniera molto strana, ma la stavamo facendo. Allungai la mano per presentarmi, lei me la prese e mi tirò dietro a sé. Percorremmo il piano e arrivammo nel reparto dei film, dove stavano proiettando Alice nel paese delle meraviglie.
Il Bianconiglio stava saltellando proprio in quel momento con l’orologio in mano. Quindi scappò. Era troppo, e sempre  in quel momento mi resi conto che doveva essere un sogno.

Quello fu poi anche il momento in cui per la prima volta mi parlò nel linguaggio dei segni.
Ma non potevo capirla ancora e ne fui visibilmente mortificato. Lei allora, con pazienza e serenità dovute all’abitudine, socchiuse gli occhi, quasi brava come me e Clint, ma meno perché anche stavolta le veniva da ridere, mi prese il braccio e tenendomi il polso con la sinistra tirò fuori il suo pennarello rosso e scrisse: “…certo che sei proprio buffo, tu!”
Pensai che avrebbe potuto scrivere anche un po’ di meno, avevo il braccio completamente invaso d’inchiostro, ma comunque le presi il braccio a mia volta e vendicandomi ci scrissi sopra “…da che pulpito!”
Era l’unica cosa da farsi, veramente.

Colui che scrive qua.
Nel blog, non il verso della papera.

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