Pennarello rosso #02

[continua da qui]

Salivo sull’autobus meccanicamente, a passi lenti, e intanto ero sempre meno convinto di avere tante cose da fare. Una volta sopra la guardai senza problemi e per bene, anche perché a testa bassa era intenta a premere i pulsanti del suo preziosissimo lettore mp3. Aveva più o meno la mia età, forse era più piccola, capelli corti, biondi e boccolosi come non se ne vedevano dai tempi dei cartoni animati anni ’80. Aveva una magliettina a righe rosse e bianche, una gonnellina nero seppia e delle scarpe di tela beige.
All’improvviso mi resi conto tramite il segnale rosso di calore ai lati del mio collo che saliva verso l’alto, che la bilancia più che sul buffa pendeva sul carina. Decisi in due decimi di secondo di scendere e lo feci, quindi quello che vide l’autista fu questo: io che salivo dalla porta davanti, lentamente, come sul patibolo, mi fermavo un attimo e poi affrettando il passo scendevo infine dalla porta dietro. Siccome a quella fermata ero salito solo io, non so cosa avesse potuto pensare, ma credo di immaginarlo. Comunque una volta sceso, mi ritrovavo proprio di fronte alla sua panchina, e proprio mentre la ragazza aveva finito le manovre col suo cosetto sputamusica. Era seduta composta in una maniera quasi da cerimonia, le ginocchia che si toccavano e le mani sulle ginocchia. Mi sorrise. Alzando la mano senza esitare, di scatto e tutta felice, mi salutò addirittura. Io allora, ovviamente, decisi di continuare con il mio ruolo di stupido e quindi con una bravura impressionante, da attore consumato che un giorno forse mi sarebbe valsa l’oscar, mi guardai il polso, feci una smorfia con le labbra e mi battei una mano sulla fronte dando a intendere “macche idiota ah ah, ma io non porto un orologio!” e feci capire che era tardi semplicemente alzando gli occhi e posando una mano sulla mia borsa a tracolla. E fuggendo, ovviamente. Il bianconiglio se ne va Alice, deve fare delle cose. Tante cose.

Fuggii per una cinquantina di metri e a passi ampi, poi sempre meno, poi ancora meno, poi mi fermai. Incrociai le braccia, mi portai una mano al volto e mi ripulii il viso sporco di gelato invisibile premendo con forza. Quindi rimanendo con la mano in quella posizione, abbassai la testa e appoggiai il gomito all’altro braccio che portai al petto. E fermo così sul marciapiede, mentre la gente intorno mi sfiorava, mi chiesi molto semplicemente: “ma che cazzo…?”
Pensai di tornare indietro, ma mi accorsi subito, sussultando, che non serviva, perché la ragazza era a due metri da me che mi osservava accigliata. Ok, avevamo rotto il ghiaccio, s’era creato un legame ed era evidente, quindi decisi di giocarmela come ormai solo potevo fare: da stupido.

[continua]

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