(…hai già caricato tutto, rilassati, respira.)
Sogno di una sciarpa di mezza estate
Quest’estate ho sognato una sciarpa. Per la precisione la mia sciarpa. La sciarpa che io dovrei possedere per completare il me stesso invernale di adesso. Per capirci io cinque anni fa non avrei potuto, e dovuto, mettere una sciarpa simile, sarei stato ridicolo, non sarei stato capito, sarei stato anche un po’ meno figo (un buon 10%) anche se so che è abbastanza assurdo crederlo, in quanto un 10% di figaggine in meno, in me, non si sarebbe notato assolutamente per via del già altissimo livello raggiunto, quindi, questo, in verità non è un problema; forse sarei stato deriso, in quanto precursore dei tempi, non perché sia una sciarpa alla moda, ma perché avrei voluto mostrare un me stesso invernale, che, adesso, adesso sì che sarebbe giusto mostrare, ma cinque anni fa no.
Non era tempo: non era tempo per indossare quella sciarpa cinque anni fa. Non era tempo anche perché, a) non l’avevo mai sognata prima, b) non avevo il giubbetto adatto da abbinarci, c) non avendo il giubbetto adatto da abbinarci, non avrei potuto sognare una sciarpa perfetta da abbinare al giubbetto in questione che mi avrebbe reso il perfetto me stesso invernale di adesso che deve possedere tale sciarpa per poi esserlo perfettamente, d) cinque anni fa non esisteva tale giubbetto e, e) probabilmente chi l’ha disegnato non faceva nemmeno il lavoro di disegnare giubbetti ancora.
E potrei continuare… non era proprio tempo insomma.
Adesso, invece, lo è.
Il fatto che non l’abbia ancora comprata, quindi, e che siamo già a febbraio, è di per sé al quanto buffo.
Perché non l’ho comprata ancora? Le ipotesi, tra gli addetti ai lavori, si sprecano: non voglio aumentare il mio livello di figaggine di un altro 10% in quanto mossa inutile (un 10% in più o in meno, non cambia molto, come già fatto notare)?
Sono un appassionato collezionista di raffreddori e infiammazioni di qualunque condotto passi tra collo e orecchio?
Non so comprare sciarpe?
Non so dove si comprano le sciarpe?
Non so cosa è precisamente una sciarpa?
Non so indossare una sciarpa e preferisco non comprarla perché mi vergogno?
Magari credo che una sciarpa sia una scarpa, ma più moscia, entro in un negozio di scarpe e me ne esco triste e deluso perché non le vedo appese ai muri?
O, semplicemente, sono pigro?
Sono tutte belle ipotesi, ma per tutte la risposta è sempre la stessa: no, il fatto è che deve essere quella sciarpa.
Non ha una marca, ne un modello particolare: è una sciarpa. Una banale, ma ottima, sciarpa color bordò. Ha una riga gialla/arancione bella spessa a metà e due righe parallele da ambo le parti, più fine. E secondo me abbinata al verde militare ci sta bene e mi renderebbe il perfetto me stesso invernale di adesso.
Tutto qua: so che può sembrare una banale sciarpa tarocca della Roma, ma non lo è. Innanzitutto non c’è scritto Forza Roma o Lazio merda. E poi non è della Roma. Inoltre non lo è e basta.
Quindi non è che sono pigro per andare a comprarla. È che sono pigro per andare a cercarla. Non credo possa trovarla e mi sembra stupido girare per negozi di sciarpe in cerca di una sciarpa adatta a rendermi il perfetto me stesso invernale di adesso. E poi, cioè, metti che la trovo e mi rendo conto che non era poi tutto sto granché la sciarpa ideale, metti che non mi trasforma veramente nel perfetto me stesso invernale di adesso. Sai che delusione? Meglio sognare… finché hai un sogno, eccetera. Finché un uomo ha un sogno da raggiungere… eccetera.
(Per lo meno funziona sempre come scusa.)
Compilation un po’ così
Ma anche un po’ così.
01. First breath after coma – Explosions in the sky
02. The pretender – Foo fighters
03. (Nice dream) – Radiohead
04. I’m Jim Morrison I’m dead – Mogwai
05. Fljótavík – Sigur Rós
06. Chop Suey – System of a down
07. Coffee and tv – Blur
08. A rush of blood to the head – Coldplay
09. Hallelujah – Jeff Buckley
10. Conquest – The white stripes
Il potere soporifero dell’Ikea
Non fraintendetemi. Un giretto all’Ikea me lo faccio volentieri, se capita. Non sono né uno di questi fanatici che hanno tutto di Ikea, dal tavolino, alla carta igienica, passando per il femore della nonna, ma nemmeno uno di quelli che preferiscono, chessò, comprare per forza italiano e spendere l’ira di Dio, “perché sai, poi è un investimento, un bel mobile ti resta, eccetera eccetera, capisci? eccetera eccetera!”
A parte che all’Ikea vendono anche l’ira di Dio (a 12.99 euro). Ma. che. cazzo. menefrega… a me.
Io, intanto, spendo i miei bravi 20 euro per una tavolo da biliardo, o i miei sagaci 30 per un letto matrimoniale coi posabicchieri. Poi se fra tre anni quello che ho comprato mi fa schifo o si rompe un posabicchiere del letto ci faccio il fuoco, o lo smonto e rimonto come mi pare, ci faccio una cassettiera magari, o ne compro un altro. Insomma: come avrete capito sono un abbastanza normale individuo che ogni tanto va all’Ikea, come molti. Però ho un problema, più mi addentro in profondità, nell’Ikea, tra le legnose profondità spazio-Ikea, e più mi sale un senso di sonno mostruoso. Credo che l’unica cosa che riesca a farmi venire sonno come fare un giro all’Ikea, sia un giro in profondità all’Ikea. È anche vero che quando arrivo al reparto sedie/poltrone non resisto dal provarle tutte, ma non credo che influisca molto perché varcata la soglia del reparto sedie/poltrone sento che sono già stanco e spossato dalla dura scarpinata nelle sconfinate lande ikeanyote. Lo sento un po’ ovunque: agli angoli delle palpebre, nei polpacci, nelle reni. C’ho sonno. Eppure c’è tanta roba strana e assurda su cui fare battute spiritose all’Ikea… e le faccio ovviamente, per la gioia di chi è con me che mi sente fare freddure mezzo assonnato… e però, niente. A un certo punto, inesorabile come la morte di un pesce rosso – comprato all’Ikea -, tra una spiegazione su come fanno le polpette (impastando carne di scoiattolo coi trucioli d’avanzo) e domande su come fanno a fare tante altre cose (“ma come fanno a fare le brocche di vetro col legno?”) sbam, arriva l’omino del sonno (Ikea). S’attacca alle tempie come le manine appiccicose che si trovavano nei sacchetti delle patatine e non si stacca più. Credo che se ogni sera potessi farmi un giro prima d’addormentarmi all’Ikea, avrei risolto con l’insonnia. Il problema è che chiudono alle 22. Troppo presto.
È alla fine comunque che arriva la parte più dura dell’ikeasistema. Se si riesce a sopravvivere svegli, non si può di certo scappare alle casse. Mai viste casse più lente, piene, intasate e tutto. E non è colpa nemmeno dei cassieri, che appena arrivi là, ci mettono un attimo con la loro pistola spaziale: zap sul femore della nonna (9.99 euro), zap sulla brocca di vetro fatta con il legno (1.99 euro) e via così. Secondo me in quel punto il tempo rallenta: cercano di appisolarti definitivamente, forse per indurti a fermarti a mangiare le polpette di scoiattolo e trucioli d’avanzo.
Ce ne sarebbero di cose da scrivere su questi viaggi all’Ikea, ma solo a parlarne così approfonditamente sta venendo un sonno allucinante a me, figuriamoci a voi. Buonanotte.
Quella gatta non è normale
È un po’ che io è una gatta abbiamo preso una strana abitudine. Per scendere nell’appartamento dei miei c’è una scala esterna. Tutte le volte che io scendo, specialmente di sera, so che con molta probabilità riceverò un agguato. La dinamica è questa: io scenderò le scale, guarderò alla mia sinistra verso la strada e comincerò a sentire smiciolare. Quindi mi vedrò questa cosetta cicciottella tigrata a righe grigie e nere che saltando il muro, saltando la ringhiera, saltando sul corrimano, nel giro di pochi secondi mi si appiccicherà con la testa addosso facendo partire il disco delle fusa, come se fossi il suo padrone.
Non è concepibile ‘sta cosa.
Non le ho mai dato da mangiare. Ok, le ho fatto qualche carezza e a volte ci ho parlato un po’ quand’era cucciola e bazzicava intorno casa, ma niente di più. E questa continua, quasi tutte le sere da un annetto – se non due -, appena sente scattare la serratura, corre, salta, salta, struscia e smiciola. Dopo un po’, entro nella veranda, faccio scorrere il vetro e lei resta là fuori, composta, e mi guarda: educatissima e con dedizione come solo le micette sanno fare.
M’è successa una cosa bellissima!
- Ragazzi, ragazzi! M’è successa una cosa bellissima!
- Racconta!
- Ok. Arrivo alla stazione e c’è una macchinetta vecchia come la mia, stesso modello, però rossa.
- Sì.
- Allora, io parcheggio la mia scatoletta nera, là vicino. La parcheggio stando bene attento che siano messe praticamente nello steso modo.
- A-ha, sì.
- Stessa vicinanza del paraurti al muro, ruote inclinate nello stesso modo…
- A-ha, capito.
- Ci sto attento parecchio insomma. Chiaro no?
- Sì.
- Poi, scendo e m’allontano. Quindi mi giro e…
- Ti giri e…
- E me le squadro. Perfette. Due macchinette vecchie, una nera, scassata, vissuta, ma ancora giovanile, grintosa. L’altra rossa, vecchiotta pure lei, ma più delicata nella sua forma di modello base, che aspettava tranquilla… stanno là, ferme, in silenzio, che guardano i binari… si sono trovate, isolate da tutto e tutti… e … e… mmh…
- …
- Mh… e niente, tutto qua.
- …
- Effettivamente ho enfatizzato tutto troppo.
Byosoku go senchimetoru

Cinque centimetri al secondo, come spiega la piccola Akari a Takaki è la velocità dei petali di ciliegio che cadono al suolo. Il lungometraggio di Makoto Shinkai, molto intenso e poetico, è diviso in tre parti che riprendono diversi episodi della vita dei protagonisti col passare degli anni. Tutto inizia quando Takaki e Akari s’incontrano da bambini: i due fanno subito amicizia, entrando in perfetta sintonia e poi si riscoprono innamorati quando Akari deve trasferirsi lontano. Non vi preoccupate che non è un spoiler, succede/si capisce tutto subito e comunque non parlerò praticamente più della trama, precisamente da qui.

Il silenzio, interrotto spesso solo da voci fuori campo, le ampie vedute, gli scorci di cielo, immenso ma mai vuoto, incastonato di gemme fatte di nuvole, giochi di luce, cavi, petali, striature colorate. I dialoghi, la pressoché assenza di musica sostituita dai rumori del vento, dell’acqua che scorre, del treno che passa, creano perfettamente un’atmosfera di immersione totale. Io, ovviamente, magari colto nello stato d’animo giusto, ci sono caduto dentro con tutte le scarpe, sporcandomele ben bene anche un po’ di fango… tant’è vero che sono rimasto a fissare lo schermo per qualche minuto anche dopo i titoli di coda, nel più totale e rispettoso silenzio.

I titoli di coda scorrevano ed ero ancora là in completa trance. Erano finiti, e c’era ancora quel silenzio carico. Ero totalmente assorto, le immagini e le parole che componevano il film stavano ancora lavorando duro, non tanto nel cervello, quanto tra i polmoni. C’è qualcosa di peggiore di non amare o non essere amati? Di non trovare la persona giusta? Forse sì, forse è trovarla ma non poterla avere accanto per la distanza, spaziale, temporale. O entrambe
Sento l’impulso di condividerlo, insomma. E’ un po’ difficile da reperire, ma c’è un’ottima versione fansub in circolazione.
Se non riusciste a trovarla, mandatemi un’e-mail.

First breath after coma
Sono le sei del mattino e un ragazzo si sveglia sulla panchina di legno di un piccolo parco.
Il viso è immerso in una sciarpa, la testa è coperta dal cappuccio, le mani sono nelle tasche, si è addormentato seduto, chissà quando, con le gambe distese. Un gatto sta giocando coi lacci delle sue scarpe da ginnastica bucate. La prima cosa che vede questo ragazzo, appena sveglio è proprio questa: questo gatto grigio e nero che tira le sue stringhe con tutto l’impegno che può metterci al mondo. È una cosa importante questa del tirare le stringhe. Va fatta e con tutta la dedizione e l’accortezza del caso. E poi è divertente. Il ragazzo sorride e nel farlo uno sbuffo gli esce dal naso e il gatto, allora, prima lo guarda, poi scappa intimorito a qualche metro, e poi continua a fissarlo. Anche il ragazzo continua a fissarlo, ma non si muove: fa troppo freddo, è troppo stanco, troppo indolenzito. Sente che se si alzasse i crampi e i dolori muscolari e delle giunture lo potrebbero investire come un camion senza freni lanciato giù per una discesa. Però fa anche troppo freddo, serve calore, occorre camminare qua; alzarsi, è l’unica. Il ragazzo si fa coraggio e si sporge in avanti, sempre mani in tasca, il cappuccio cade all’indietro: compiendo questa serie di movimenti induce il suo amico gatto a prendere la decisione che è proprio il caso di andarsene. Il ragazzo è un po’ dispiaciuto della cosa, ma va bene così, tanto non avrebbero potuto approfondire ancora meglio la loro conoscenza. Sente che il corpo impreca contro di lui in vari modi, alza lo sguardo, la luce bianca del cielo gli ferisce gli occhi assonnati pieni di sabbia, un brivido percorre la schiena. Preme un pulsante in tasca e parte First breath after coma. Ne ascolta un minuto, poi facendo forza sulle sole gambe, si alza, tira fuori le mani dalle tasche, arcua la schiena più che può, si stiracchia e si dirige verso un bar a pochi metri. Caffè, serve anche quello ora. Soprattutto quello.
Almeno qua, qualcosa funziona
A casa ogni tanto si rompe qualcosa ultimamente (macchina, pc, tv…), ma ok, qua, per chi non vuole feedarsi, adesso c’è la possibilità di iscriversi anche via e-mail al blog. Poi ho aggiunto anche le notifiche nei post che effettivamente servivano abbastanza. Devo tradurre ancora qualcosa qua e là, ma piano piano si fa. Avevo messo anche il segnapost, ma l’ho tolto perché trovavo l’enorme cuore rosso che piazzava sotto ogni post un filo imbarazzante. Ci devo riflettere un po’ se metterlo o meno e cosa usare come immagine (o testo). Son problemi oh.
Ora manca solo da scrivere qualche post nuovo.
Bentornati
Incredibile colpo di scena: ho cambiato piattaforma per la quarta volta. Ok, non è proprio un colpo di scena. È più come una di quelle situazioni che si ripetono nei telefilm e tu non te le aspetti ancora perché sarebbe un colpo di sceneggiatura un po’ basso e, però, il fatto che si ripetano per l’ennesima volta ne fanno un colpo di scena ancora più geniale e… mh… fila fila, pensateci bene.
C’è ancora parecchio da fare, soprattutto riguardo la sistemazione del template, ma già l’importazione da iobloggo a wordpress è stata massacrante (ma perfetta!)… adesso piano piano, si sistema tutto. Tra ieri e oggi ho lavorato alla conversione qualcosa come 7-8 ore (vabbe, ho anche letto un po’). Devo prenderci ancora bene la mano, ma ho deciso di andare online, anche perché o mi sbrigavo a farlo o finiva che ci ripensavo.
Voi, però, non fate che adesso mi lasciate solo eh… Abbonatevi via rss magari, dài. Oh, io ci conto. Mi fido? Mi fido…




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