(…hai già caricato tutto, rilassati, respira.)
Il custode
Pesanti passi sul pavimento. Pesanti passi cigolanti di gomma bagnata. Passi precisi, regolari. Cic, e poi un ciac. La luce soffusa entra dall’alto, forse è la Luna, le pareti bianche appaiono grigie. Il custode osserva sé stesso camminare, osserva le sue mosse, i suoi vestiti, i suoi sguardi, attraverso l’acqua delle pozzanghere sul cemento. Non si riconosce. Ogni tanto si ferma, come ora, di fronte una porta, si sente un rumore metallico, il custode guarda in basso e si sofferma sul suo viso, mentre la mano nella tasca tira fuori un mazzo di chiavi. Non traspare alcuna emozione. Ne sceglie una, sempre guardando il suo riflesso nell’acqua pulita, poi si volta, gira la chiave e il rumore degli scatti e la sua eco investono l’ambiente. Aspetta un attimo. Uno solo. Apre la porta e guarda dentro. C’è solo del buio e qualche sagoma ancora più buia, persone sedute in circolo si alzano e si voltano per fissarlo. Restano ferme, in silenzio, poi il custode distoglie lo sguardo, chiude gli occhi, scivola fuori, chiude la porta. Gira la chiave. Per sempre. E va avanti, verso altre porte. Pesanti passi sul pavimento. Pesanti passi cigolanti di gomma bagnata. Passi precisi, regolari. Cic, e poi un ciac.
Notturno inquieto
La prima volta che lo vidi, ero in metrò, da solo. Il mio era l’ultimo vagone. La luce andava e veniva, ma l’intermittenza non mi dava fastidio; ero stanco, volevo solo riposare e appena entrato mi lasciai andare sullo schienale. Faceva freddo, ero bagnato sin dentro le scarpe per via della corsa sotto la pioggia – gentile ricordo di una pozzanghera mimetizzata nell’asfalto lucido – e dovevo prepararmi ad un’altra corsa. Dovevo sbrigarmi, perché se non fossi arrivato subito in stazione, avrei perso l’ultimo treno per il paese. Faceva freddo, avevo i brividi, ma il sangue mi si gelò solo quando lo vidi. Non m’ero accorto che fosse entrato nel vagone e a dir la verità, ne ero sicuro, quando ero entrato io non c’era nessuno.
Se ne stava lì, parte del buio quando la luce se ne andava. Era appoggiato alla parete in fondo al vagone, in piedi, mani in tasca, vestiva di jeans, ed anche lui era completamente zuppo. Il giacchetto corto e aperto conteneva a stento una felpa bluastra il cui cappuccio sbucava e copriva non solo la testa, ma anche la parte superiore del viso… non potevo vederne gli occhi, metà bocca e dei lunghi capelli neri, rendevano il volto ancora più inaccessibile a un’analisi più attenta. Sembrava comunque giovane, molto giovane. E mi guardava. Era inequivocabile, la testa era inclinata verso di me. Quando me ne accorsi a stento non sussultai, deciso a non dar troppo a vedere che mi metteva a disagio. Mancavano ancora tre fermate alla mia e scendere adesso mi sembrava esagerato. Forse cambiar vagone non era però un’idea così pessima, ma non volevo dare l’impressione che lo cambiassi proprio per via di quella figura oscura, che magari non voleva nulla da me… non mi piaceva dargli l’impressione di aver paura. Però ne avevo e alla fine non resistendo, mi alzai, simulando tutta la tranquillità che potevo e mi diressi con disinvoltura verso il vagone successivo. A metà di questo, feci finta di guardare il nome delle fermate, in alto, sulla porta. E con la coda dell’occhio lo vidi ancora. Lo vidi che avanzava, mani in tasca, cappuccio sul volto. Senza tenersi alle sbarre, camminava a passi lenti verso di me. Continuai a camminare a mia volta, il cuore aveva accelerato il suo solito lavoro, lo potevo ben avvertire adesso. Avevo paura, una paura a stento controllabile. Ero ora a due vagoni da quello di partenza e qua trovai della gente la cui presenza mi rassicurò un po’. Guardai indietro e l’uomo era sulla porta dell’ultimo vagone, sulla soglia, e guardava, ancora, inequivocabilmente, verso di me. Ma per qualche ragione non si muoveva. Dovevo avere una faccia veramente spaventata, perché ad un certo punto una voce femminile alle mie spalle mi chiese: “va tutto bene?”
Riconobbi la ragazza. Non la conoscevo in realtà, ma l’avevo già notata e anzi, l’avevo più che notata. Un paio di volte c’erano stati degli scambi di sguardi, piuttosto espliciti, da parte di entrambi ma questa era la prima volta che ci rivolgevamo la parola. Balbettai un sì senza fissarla troppo in viso. Poi tornai a guardare alle mie spalle e vidi che l’uomo stava camminando verso di me, era uscito dall’ultimo vagone.
“Cosa stai guardando?”, chiese ancora lei e si scorse per vedere oltre le mie spalle. Non le diedi tempo però e appena le porte si aprirono le dissi “scusami” e scivolai fuori mischiandomi tra la folla sulla banchina. Mi voltai di scatto, e mentre camminavo all’indietro verso le scale, quasi per inerzia, guardai i vagoni e notai che l’uomo incappucciato, non era in nessuno degli ultimi tre. E neanche in quello dopo mi pareva di scorgerlo. Mi fermai, cercai la ragazza e ci scambiammo uno sguardo che non voleva dire niente, proprio niente, ma ce lo scambiammo. Il treno partì. Poi tornai in me e presi a guardarmi intorno: era sceso? dov’era? Se era sceso meglio, mi ero comportato proprio da verme a fuggire così, poteva essere un pazzo e avevo pensato solo a me. Però, se era sceso dovevo stare attento e sbrigarmi ad arrivare in stazione, dove magari avrei trovato un custode, una guardia… qualcuno. E comunque dovevo sbrigarmi in ogni caso se non volevo restare in stazione tutta la notte. Percorsi frettolosamente il tragitto tra la metropolitana e la stazione del treno, sia per paura, sia perché mancavano due minuti alla partenza. Se lo perdevo, non avevo con me nemmeno i soldi per un taxi e il cellulare era scarico. Non c’era nessuno in stazione, nemmeno in biglietteria e saltai su mentre le porte si chiudevano. Mi appoggiai con la spalla alla sbarra di fronte, avevo l’affanno per la corsa e il freddo. Il treno era al buio e quando la luce tornò, mi voltai alla mia destra e mi resi conto che non ero solo. Lui stava in fondo, in piedi, mani in tasca, schiena aderente alla parete e mi guardava da sotto cappuccio e capelli. Alzò il mento verso di me e a mezza bocca, sorrise, soddisfatto.
Ottobre, la musica mi dà fastidio
E’ evidente che la musica scorra più o meno negli stessi canali dove si riversano i pensieri, perché a volte mi rendo conto di provare irritazione, pura, nell’ascolto di un cd. Mi accorgo che lo sto ascoltando da mezz’ora e la cosa buffa, è che a) non so minimamente cosa abbia ascoltato, b) non ricordo assolutamente cosa stavo pensando. Mi rimangono solo le sensazioni, e avverto quel pulsare di tempie e quel torpore tipo sonno, come risveglio. Spesso mi chiedo se in questo periodo non vada in letargo, perché non si spiegano tante cose altrimenti e se ne potrebbero spiegare tante altre invece. Una che si spiegherebbe è per esempio il fatto che il tempo sembra scorrere lento, ma pieno, non m’annoio mai e non sento il bisogno di chiamare e vedere nessuno… poi a volte mi telefonano e mi ricordano che “ehi, è giovedì e dobbiamo fare quella cosa”. Per me fino a prima della telefonata era martedì.
Martedì oh.
Martedì, mercoledì… giovedì. Passi perdersi un giorno, passi aver perso il martedì… ma il mercoledì dov’è? Dov’è finito il mio mercoledì? Non si sa. Scusi, il mio mercoledì? Non si sa. E mancandomi già un venerdì, non è il massimo subire anche quest’emorragia di tempo.
Un’altra cosa che si potrebbe spiegare è il rapporto aspetto/età. Certo, c’è sempre anche la teoria, molto meno plausibile forse, che in famiglia discendiamo da hobbit o elfi… e certo discendere dagli elfi, in questo caso, potendo scegliere, sarebbe decisamente più fico…
E bla bla bla, insomma. Sono tutte belle storie. Il fatto però è che mi rendo anche conto che se una cosa mi piace, non riesco a farmela piacere quanto, in teoria, dovrebbe piacermi. Quanto “potrebbe” piacermi. E’ come avere dei limitatori. E questo sì che non mi piace.
Da un altro pianeta lontano
Questa è una pagina del diario di un ragazzo. E’ stata ritrovata su un pianeta distante anni luce dal nostro, abitato solo da pochi vecchi centenari e pieno di tombe.
Ci parla di cose allucinanti che stavano accadendo nel suo paese a quei tempi.
Stanno succedendo delle cose veramente clamorose. Ma poche persone se ne rendono conto o più che altro non ci riescono, o non gli viene permesso. Fortunatamente non tutto è controllato, o più che altro non tutto riesce a essere arginato: non ci si riesce, perché non si erano preparati all’eventualità che la cosa funzionasse. Non ci si riesce perché alla fine, questo paese, ha una percentuale di vecchi più alta del normale. E tra questi vecchi c’è un po’ paura, la paura dell’innovazione. E questi nuovi mezzi non controllati li hanno demonizzati, solo per pigrizia e paura di usarli. E’ difficile, poi, accettare che un giovane possa saperne di più. Su alcune cose però… ora non esageriamo. Se il giovane ne sa di più è perché il vecchio, anche non necessariamente suo padre, o suo nonno, ha portato tutto avanti prima di lui e ha permesso che lui, giovane, potesse vivere più serenamente e avesse più tempo e mezzi per documentarsi. Sarebbe da mettersi là con pazienza, seduti, coi vecchi e far capire loro cosa sta succedendo, fargli vedere le fonti. Ma non è facile, c’è troppa disparità. Per ogni giovane che ci prova, ci sono quattro vecchi intorno che lo denigrano o guardano con sufficienza. Se resisti, a volte non serve perché si rifanno scudo fra loro, se non resisti, esplodi.
Un giovane è abituato a documentarsi su più fonti, si spera. Perché se leggi un’ipotesi contraria, e ti piace solo perché è diversa dalla realtà, e la sposi, senza verificarla, beh, sei in torto come e più degli altri.
Un vecchio è abituato al passaparola. Se sui giornali, o in tv mi dicono così… è così. La tv e i giornali, non è possibile che siano controllati, non ci credo che la cosa sia così grande… ma che scherziamo siamo in un film, ragazzo mio?
“E poi a me piace perché parlano apertamente a noi del popolo e ci spiegano le cose con chiarezza.”
Certo, con chiarezza. Magari fossimo in un film, caro vecchio mio.
Ma poi viene da pensare… ma se anche i mezzi alternativi fossero controllati? Ma se ci fosse qualcuno, potente quanto i primi, che approfittando di correnti avverse, della lotta per la verità si intromettesse, politicizzasse tutto e grazie al suo potere ne approfittasse? Che poi è già successo, c’è poco da pensarci sopra. E succederà, ne sono convinto, succederà ancora e ancora. E ancora. E mi chiedo: ma perché deve essere una ruota?, quando riusciremo a fare un buco in questa ruota, sgonfiarla e starcene tranquilli, in santa pace… quando si renderanno tutti conto, che la vita è un morso, è un passaggio, ed è inutile cercare di appropriarsi di cose e cose e cose… e cosa te ne fai? Poi? Cosa?
Ti è così difficile vivere la vita così com’è? O meglio, com’era? Bere, mangiare, camminare, dormire, scopare?
Certo che ti è difficile, perché ormai ci siamo invischiati in questa merda. E bisogna continuare a sguazzarci… perché se ti fermi, ci sprofondi dentro. Tu e noi di riflesso.
E’ impossibile ora come ora pensare di ritornare al passato, servirebbe un’idea onesta – senza doppi fini e tornaconto personale, significa – di progresso improntato alla semplificazione. Basta barriere sulla verità, basta bugie. Basta bombardare la gente facendogli credere che ha per forza bisogno di sempre più cose. Ne bastano poche, di cose. Se una persona sa fare una cosa, fagliela fare, ma una cosa deve fare questa persona, una sola, deve stare lì e far al meglio quella cosa. No, che gli si dà dieci incarichi. Altrimenti, si ricomincia tutto.
Ma ce l’abbiamo solo noi che non contiamo niente, quest’idea, che non abbiamo mezzi e rispettiamo le regole. Alla fine, se non rispetti le regole arrivi prima. Sarebbe da fare. Fregarli tutti, non rispettare le regole, poi una volta arrivati su, dirgli: ecco fatto, ora facciamo i conti, vi ho fregato, ora si rispettano le regole. Poi però ti farebbero notare che anche tu non le hai rispettate per arrivare là, partirebbe la campagna tv contro di te e vincerebbero ugualmente. Sono troppi. Bisognerebbe ammazzarli. Una strage. È l’unica. Ma posso ammazzare anche mio padre? Mia madre? Mio nonno? Ci sto male.
Questo paese, così com’è arrivato a essere… ora come ora, di futuro prossimo ne ha ben poco. Bisognerà aspettare anni e anni per rimetterlo su. Oppure lasciaglielo definitivamente e farceli scannare sopra. E poi magari tornare.
Incredibile, che storia frustrante. Siamo fortunati a non essere nati là. No?
Tre film che consiglierei

Mi è capitato sotto gli occhi questo film qualche tempo fa, ma dato il tema e dato che sono abbastanza impressionabile (e però me le cerco) ho preferito aspettare momenti migliori. Per convincermi a vederlo, ho messo come desktop un wallpaper di Shannyn Sossamon per ricordarmi di quanto possa essere innamorato di questa ragazza dai tempi di 40 giorni e 40 notti (con Josh Hartnett) e Il destino di un cavaliere (con Heat Ledger). Shannyn mi ha guardato per non so quanti mesi, con quei suoi occhi malinconici che “porca miseria” e alla fine ho ceduto. E non c’era nemmeno molto da temere, in quanto alla fine, il film, sì, parla di un tema molto pesante, ma lo fa in maniera estremamente poetica e gentile. Decisamente naif, ma senza colori. Il tema è il suicidio e i wristcutters non sono altro che coloro che si tagliano i polsi… è tutto un po’ metaforico e si svolge in una specie di realtà alternativa dove ci si ritrova dopo aver compiuto il gesto.
Film del 2006, tratto da un racconto della raccolta Pizzeria kamikaze di Keret, riscuote un discreto successo di pubblico, premiato a qualche festival, dura meno di 80 minuti, non fa la morale, fa riflettere, c’è Shannyn sossamon. Non è una pietra miliare, ma è godibile e non so più cos’altro dire per farvelo vedere.

Di questo in teoria non dovrei neanche parlare perché penso sia il più conosciuto del trio, però a me mancava di vederlo. E’ il film d’ammore ammericano di Wong Kar wai e raccoglie in sé un cast notevole (Jude Law, Natalie portman, Nora Jones alla sua prima prova…) ed è il film dove ho capito che la cotta per Natalie m’è definitivamente passata. Quindi l’ho visto con un po’ di malinconia in più, che non guasta. C’è una ragazza (Nora Jones) che scopre che il suo lui ha un’altra e conosce il gestore di un locale (Jude law) con il quale si intrattiene a parlare quasi tutte le sere. Ma non sembra una cosa poco comune, in quanto molta gente è solita lasciarsi andare con lui e lasciargli anche delle chiavi quando le storie finiscono. Chiavi che lui custodisce in un contenitore di vetro. Nasce qualcosa, una sintonia evidente, ma poi lei parte in cerca di se stessa e comincia a lavorare in più posti. So già che molte leggendo che una parte e se ne va dopo che nasce qualcosa con Jude Law impazziranno, ma oh la vita va così. A volte ci sono delle priorità diverse, a volte c’è bisogno di ritrovarsi prima di fare un altro passo.

Questo film è stato una gran sorpresona, non lo conoscevo e inizia con la camminata di una ragazza bionda con curve e dondolamenti ovunque. Ha qualcosa che mi ricorda qualcuno, ma non riesco a ricordare… e poi capisco: cavoli è Christina Ricci. Da quando Christina ricci non è né cicciottella (The last of the high kings, del 1996 col mio amico Jared Leto) né quasi anoressica (Speed Racer)? Non si sa. Questa ragazza, comunque a forza di dondolamenti viene pestata e scaricata in strada e alla fine trovata e accudita da un brav’omone (Samuel Lee Jackson), che però la prende un po’ troppo sul serio e decide di salvarla proprio nel senso più stretto: quindi dopo averla curata, la incatena in casa e cerca di farle vincere questa sua ossessiva e autodistruttiva voglia di cazzo. Ed è proprio questo il suo problema, non sto facendo nessuna battuta scurrile (ok, un po’ sì). Anche il brav’omone, che suona la chitarra, ha il suo triste passato e il film a parte rari e lievi cali di sceneggiatura nel finale è molto scorrevole.
La scena di lui che suona la chitarra e si porta le mani al volto e di lei, impaurita dai tuoni, ai suoi piedi: pochi film, magari anche non eccelsi, possono avere una scena così, indelebile, che ti porterai dentro per sempre.







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