Archivi del mese: luglio 2008

Il foglietto magico #4 (ultima parte)

[I parte] – [II parte] – [III parte]

Puntuale come la sera prima, il foglietto entrò dalla finestra e planò sul tavolo: davanti agli occhi della piccola orfanella si presentò la scena di due torri, su una c’era lei, che felice salutava e sull’altra avvolta dalle fiamme c’era quel bambino. Triste. Non pensava potesse esistere un’altra torre. La piccola orfanella, per la precisione, non l’aveva mai vista un’altra torre come la sua e pensava che questa fosse unica, per questo l’aveva disegnata.

La piccola orfanella guardò meglio il foglietto e notò tutte le bruciature. C’erano anche dei buchi, sembravano due occhietti e una bocca. Esprimevano sofferenza, o forse era solo suggestione, sta di fatto che la piccola orfanella capì che il luogo dove andava il foglietto era pericoloso sia per esso che per il bambino. Non sapeva cosa fare, ma decise che il foglietto non sarebbe più partito. Non se la sentiva, non ne aveva cuore e glielo disse. Ma il foglietto ripeté la scena già fatta col piccolo prigioniero. Minacciò addirittura di buttarsi nel camino! Fu talmente insistente che alla fine la bambina cedette e si sedette a tavola. Cominciò a giocherellare coi pastelli, pensierosa, non sapeva proprio cosa disegnare. Alla fine le venne in mente che se avesse messo lo stemma del castello della strega sulla torre, forse il bambino avrebbe capito. Non sapeva che era imprigionato… pensò che quella potesse essere l’ultima volta che il magico foglietto volante percorreva quella strada, magari si sarebbe accontentato di dare l’indicazione a quel bambino per trovarla. Poi sarebbero tornati assieme a cercarla. La piccola orfanella non poteva sapere.

 Il foglietto partì.
Vide l’alba specchiarsi sui fiumi e nei laghi.
Accarezzò le solitarie foglie degli alberi più alti.
Planò portato dal vento che, commosso, quella sera decise di aiutarlo.

 Fu un bel viaggio.
Un bel viaggio davvero.
Avrebbe osato dire “bellissimo”, se solo avesse potuto parlare.

Poi, arrivò a destinazione, attraversò la finestra della torre e le fiamme lo attaccarono ferocemente. Stavolta erano indemoniate, non gliel’avrebbero fatta passar liscia… A lui e alla sua polvere dorata. Il piccolo prigioniero corse verso di lui che si dimenava in terra, la polvere combatteva contro le lingue di fuoco ed esplodeva in piccole scintille… non fece in tempo ad aiutarlo, ma fece in tempo a vedere cosa c’era disegnato sulla torre. Il piccolo prigioniero si sporse sui suoi resti e raccolse il mucchietto di cenere grigia e nera che una volta era un coraggioso foglietto magico… poi cercò un sacchetto, se lo legò al collo e vi posò la mano sopra. Lo strinse e stringendolo promise, anzi gli promise, che sarebbe riuscito a scappare… e presto, molto presto, sarebbe andato a trovarla quella bambina.

 Il coraggioso foglietto ce l’aveva fatta.

Il foglietto magico #3

[I parte] – [II parte]

Volava il foglietto, veloce più che poteva. Era grato alla piccola orfanella che gli aveva dato un’opportunità. Lui era l’ultimo della risma dei messaggeri della strega che albergava il vecchio castello. Se non fosse stato per la bambina, sarebbe morto così, ingiallito e divorato dalle tarme. Senza una possibilità di compiere il suo lavoro come avevano invece fatto i suoi compagni. Volava il foglietto, veloce più che poteva. Sapeva cos’era la solitudine, ma la piccola orfanella ancora no e capì che standosene là, la bambina rischiava di spegnersi senza viver davvero appieno. Voleva farle un regalo, sdebitarsi, cercò per tutta la notte precedente qualcuno di simile a lei e lo trovò. In un’altra torre ovviamente. Un bambino, un piccolo prigioniero di una torre come quella della piccola orfanella, ma che era stato meno fortunato trovando una trappola: se qualcuno provava a oltrepassare la porta o la finestra, a uscire o a entrare, delle fiamme comparivano e divoravano tutto in pochi secondi. Il foglietto scorse solo il bambino quella sera e non sapeva ancora della maledizione, così entrò dalla finestra e fu subito investito dalle fiamme. Si bruciacchiò gli angoli, ma si salvò perché era pur sempre magico. Non è che lo chiamavano foglietto magico così a caso insomma. Lo protesse la sua polvere dorata.

Così, quando il piccolo prigioniero vide oltrepassare ancora le fiamme al coraggioso foglietto, dapprima si preoccupò per lui, poi rassicurato sorrise: sul disegno era comparsa una torre e capendo che anche la bambina viveva in essa sorrise ancora di più… erano uguali! La cosa più logica da fare gli sembrò quella di disegnare anche la sua di torre. Ci mise le fiamme intorno per far capire la sua situazione e curvò gli angoli della sua bocca all’ingiù. Mentre disegnava, però, si accorse che il foglietto se la passava male: era davvero bruciacchiato troppo, pensò. Posò il pastello colorato e decise che avrebbe rinunciato: non se la sentiva di far soffrire ancora quel coraggioso messaggero. Ma il foglietto capì e cominciò a svolazzargli intorno e a spingergli la mano sul pastello. Il piccolo prigioniero gli chiese se fosse sicuro e lui si curvò per annuire. Il piccolo prigioniero si lasciò convincere, finì il disegno e posò il pastello: il foglietto ripartì, passando tra le fiamme. E bruciacchiandosi ulteriormente. Era pur sempre magico, ma anche pur sempre un foglietto di carta. Non è che lo chiamavano foglietto magico così a caso insomma.

[continua]

Il foglietto magico #2

[L'episodio precedente]

Il giorno dopo, il foglietto rientrò dalla finestra e si adagiò sul tavolo con la sua strana scia di polvere dorata. Come se niente fosse, entro così, come se niente fosse. Come se fosse normale. La bambina si avvicinò e osservandolo bene da vicino rimase stupita: il foglietto era leggermente bruciacchiato agli angoli e a fianco all’autoritratto della piccola era comparso quello di un’altra persona. Un bambino sembrava. Anzi sicuramente, perché era disegnato usando il colore azzurro. E poi non aveva una gonna e i capelli lunghi, ma corti, quindi era per forza un bambino, per forza, non c’era dubbio. Che avesse trovato un amico? Ma dove viveva? Come raggiungerlo? Provò a chiederlo al foglietto, ma sembrava non poter parlare. Purtroppo sapeva solo volare, fare scie dorate, portare messaggi… Portare messaggi! La piccola orfanella ebbe un’idea fantastica. Scrisse un messaggio al bambino – perché era per forza un bambino, era azzurro, senza gonna, coi capelli corti… -, gli disse chi era e dove trovarla, socchiuse gli occhi e aspettò che il foglietto spiccasse il volo con un sorriso furbo. Ma il sorriso si spense subito, in quanto appena terminato il messaggio, si rese conto che questo si stava cancellando partendo dall’alto. Si tuffò a riscriverlo, ci provò, ma ogni volta che tracciava nuovamente le parole fino alla fine, questo riprendeva a cancellarsi. Innervosita come pochi, la piccola orfanella, si lasciò andare sullo schienale a braccia conserte. Uffa! Sbuffò per un po’, e per un altro po’, poi il broncio le sparì, socchiuse di nuovo gli occhi e tornò il sorrisetto furbo. Prese un pastello grigio e cominciò a disegnare la torre dove viveva intorno alla sua piccola figura rossa, sembrava, così, che lei salutasse dalla finestra il bambino. Appena posò il pastello, il foglietto si alzò a mezz’aria e ripeté con disinvoltura la scenetta del giorno prima. E tanto per non esser da meno, la piccola orfanella, fischiettando felice una canzone appena composta da lei – era piuttosto brava – decise di andarsi a fare uno spuntino.

[continua]

Ma Baricco che ne sapeva?

…e insomma me ne stavo seduto in santa pace a leggere City di Baricco sulla veranda e il cervello ogni tanto sfarfallava e pensava che certo, però si sta bene, qua, dovrebbe essere sempre così: luce tenue, freschetto, un libro e io seduto, qua, non il verso della papera, in terra sulla veranda. Silenzio. E nessuno che rompe i coglioni. Si sta proprio bene. Si sta proprio bene e chissà, chissà perché si sta bene, quando in verità tutti cerchiamo qualcosa, qualcuno, un perché. Così si sta bene, basterebbe stare così senza pensare a dover correre e correre e correre. E correre. Lavoro, soldi, relazioni, cibo. Bla bla bla e bla bla bla. Ma fanculo, fanculo a tutto… così si starebbe bene…

…e insomma me ne stavo a leggere e pensare a cose profondissime che nessuno pensa mai, quando arriva un punto in cui si fa una metafora della vita basandosi sulla veranda

lui pensava, davvero, che gli uomini stanno sulla veranda della propria vita (esuli quindi da se stessi) e che questo è l’unico modo possibile, per loro, di difendere la propria vita dal mondo, giacchè se solo si riazzardassero a rientrare in casa (e ad essere se stessi dunque) immediatamente quella casa regredirebbe a fragile rifugio nel mare del nulla, destinata ad essere spazzata via dall’ondata dell’Aperto, e il rifugio si tramuterebbe in trappola mortale, ragione per cui la gente si affretta a riuscire sulla veranda (e dunque da se stessa), riprendendo posizione là dove solo le è dato di arrestare l’invasione del mondo, salvando quanto meno l’idea di una propria casa, pur nella rassegazione di sapere, quella casa, inabitabile. abbiamo case, ma siamo verande, pensava.

Hai capito, che coincidenza pucciosa (cit.), penso. A me ste cose fanno scapocciare… come l’altro giorno che mentre leggo La fine del mondo e il paese delle meraviglie di Murakami e mentre sto su un punto in cui si parla di unicorni e della possibilità della loro esistenza, dalla tv, m’arriva la storia pompata che era stato trovato un unicorno (era un cerbiatto deforme e basta, niente di che insomma, solo un cerbiatto deforme col suo cornetto al centro della fronte). Scapoccio, insomma, quando dico o penso una cosa e in contemporanea la leggo o sento dalla tv o per strada da qualcuno. Ma vabbe, in questo caso ci poteva anche stare… Baricco, Alessandro Baricco, lo scrittore, si sa… è un gran paraculo, ma vuoi che non abbia pensato ad un tizio che legge un suo libro in veranda? Ma che poi non era ‘sta così gran coincidenza…

…e insomma però, il signor Alessandro Baricco, dopo tutte queste palle, deve spiegarmi come conosce Jack. Perché mentre sto là, a leggere il suo libro, seduto con la schiena poggiata al corrimano della scale, arriva proprio lui, Jack, che intrufola il muso nel libro, legge due righe e poi mi guarda col suo sguardo "beh-cazzo-si-fa-qua?".

- Come va Jack? Dov’eri finito stavolta?
E per tutta risposta, il muso, lo intrufola sotto il libro e mi si sdraia addosso, sulle gambe incrociate e puttanescamente si fa accarezzare spingendo la testa sotto le mani.

E… Baricco, Alessando Baricco, lo scrittore veggente, dopo quel pezzo della veranda cosa mi scrive a pagina 130 di City? Cosa mi fa trovare appena punto d nuovo gli occhi sul suo libro?

 Ehi, Jack, dov’eri finito? Niente niente sono qua adesso, In gamba Jack una mano accarezza il calcio del fucile[...]

Ripeto, Baricco… ma Baricco che ne sapeva?

Il foglietto magico #1

Questa storia è stata scritta mesi e mesi or sono (credo sia la prima volta in vita mia che scrivo "or sono") quando il cervello non era ancora lesionato, o almeno non del tutto. O lesionato in punti diversi. Non so ancora in quante puntate sarà spezzata e se usciranno 1 o 2 episodi a settimana, comunque non è molto lunga. Buona lettura, spero.

La piccola orfanella viveva là, nelle rovine del castello diroccato. Si diceva fosse appartenuto ad una potentissima strega, molto temuta e tuttora, a decenni dalla sua scomparsa, nessuno osava avvicinarsi né tanto meno – ma quando mai! – mettere piede, nella sua oscura dimora. Le solite cose da castelli diroccati insomma. Ma la piccola che poteva saperne? Era molto piccola, non è che veniva chiamata piccola orfanella a caso, insomma; non aveva né mamma né papà, figuriamoci una nonna o un nonno che potessero raccontarle delle storie… Non è che veniva chiamata nemmeno orfanella a caso quindi. La piccola orfanella viveva là, tra scartoffie, pentoloni e polvere, su un’antica torre. E si sentiva fortunata, perché la credenza era sempre rifornita di cibo fresco… magia sicuramente, non è che ci fosse da farsi tante domande. E lei non se le faceva infatti. Quello che sapeva era che si stava al calduccio là dentro: il camino era sempre alimentato e d’estate i tronchetti si spegnevano e andavano a divertirsi nel bosco facendo finta d’essere alberi e spaventando per gioco chi si addentrava nelle vicinanze. La compagnia non mancava, c’erano un gufo, dei pipistrelli, ragni, topi… Si poteva far finta di discorrere per ore e ore insomma.

Un giorno la piccola orfanella trovò un foglio tutto ingiallito e impolverato. Povero! Pensò… le sembrò così triste… decise allora di spolverarlo ben bene, poi con dei pastelli colorati iniziò a disegnarci su qualcosa per abbellirlo. Appena terminato un suo piccolo autoritratto, vicino il margine destro, usando il colore rosso, si lasciò andare sullo schienale imbottito della sedia a braccia conserte e prese a rimirare la sua opera d’arte annuendo soddisfatta, quando questi si librò in aria sollevando chili di polvere e uscì dalla finestra con tale polvere come scia. Ma non pizzicava alla gola, non faceva starnutire e a veder bene nemmeno era polvere normale… era dorata. Che roba strana. Ma la piccola orfanella era abituata a queste cose, queste cose da castelli diroccati, e, così, decise di andarsi a fare uno spuntino.

[continua]

Adesso però basta con le pippe mentali.

Basta.
Parliamo di pippe vere.

No no, tranquilli, non sono impazzito… lo ero già, pazzo, solo che non se ne sono accorti tutti perché sono troppo – ma proprio troppo – bravo a mascherare. Credo. Non era una battutaccia eh, non sto facendo una premessa per sviare… stiamo proprio per parlare di pippe. Meglio ribadirlo.

Poco fa stavo vedendo Friends, le puntate vecchierrime e c’era Joey che spiegava alla combriccola che aveva trovato una fonte di guadagno. Joey è un attore per chi non lo sa e guadagna poco o proprio non guadagna, quindi ogni tanto cerca di arrotondare a modo suo. E come ha risolto? Entrando in un "progetto scientifico". Vi salto tutte le battute e arrivo subito al punto. Al punto importante. Joey ogni 2 giorni deve andare là, dove fanno queste ricerche e fornire un po’ di seme. Insomma ogni due giorni deve farsi una pippa. E lo pagano. E volete sapere quanto? Ogni 2 settimane riceve per questo servizio la bellezza di 700 dollari. 1400 dollari al mese. Calcolando che in 14 giorni si deve fare 7 pippe, significa 50 dollari a pippa. In America una pippa vale 50 dollari… Ma non è un gran paese questo? Ma vi rendete conto, cari maschietti, ma anche femminucce – e qua arriva la seconda domanda esistenziale di fila per questo blog -, quanti soldi e quanto tempo a lavorare abbiamo perso finora? Cercavamo la pentola d’oro dopo l’arcobaleno e ce l’avevamo tra le gambe.

sotto vuoto continuo

Ho voglia di dormire, ma non ho sonno. Accendo la tv e scoppia. Meglio. Cerco qualcosa da leggere, la libreria è vuota. Sto per scendere le scale, accendo la luce, si fulmina la lampadina. Scendo le scale, la mano si lascia guidare dal muro; mi fido. Non c’è ringhiera. Cammino per il corridoio, non ci sono quadri; cornici, ma non quadri. Vado in cucina: sedie spostate, cuscini sgualciti. Apro il frigo. Vuoto. No, c’è una bottiglia. Una bottiglia né mezza piena né mezza vuota. Nessuna possibilità di scelta. Nessun dubbio, nessun pensiero. Nessuno. Niente. Nulla. Vuoto. Ecco, di vuoto ce n’è tanto, quello sì, quello non facciamocelo mancare.

 

 

 

[ . . . ]

 

 

 

 

 

Poi ci sarà di più da dover riempire?

Colui che scrive qua.
Nel blog, non il verso della papera.

Se ti va scrivimi, non mordo. Bau!facebooki cazzacci miei!La mia libreriaLa polvere che mi resta addosso quando leggoLa mia musicail totale dei cazzacci miei più il vostro!qualche foto

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