(…hai già caricato tutto, rilassati, respira.)
Malenero
E’ tutto buio e Malenero lo vedi che cammina in lontananza con la sua faccia lunga e appuntita, curvo, alto come un palazzo, sottile come un tubo. Le braccia infinite e sinuose come rami, le gambe contorte e insidiose come radici. Malenero s’avvicina, s’avvicina sempre di più e tu non puoi muoverti, resti congelato. Tenti di fuggire ma provi solo dolore per lo sforzo che metti nel cercare di muovere i piedi, le gambe, le braccia, il collo. Malenero s’avvicina, s’avvicina e tu cominci a piangere. Piangi lacrime dagli occhi, dal naso, dalla bocca. Malenero, s’avvicina, s’avvicina e diventa più piccolo e più piccolo diventa e più lo vedi in faccia e più ne hai paura di Malenero, perché sai che è finita, sai che quel suo sorriso sadico non promette niente di buono che no, sai che quegli occhi a fessura senza pupilla non promettono niente di buono che no, sai che, Malenero, non promette niente di buono… Non promette niente Malenero… tranne una cosa. Che ti divorerà. Ti divorerà l’anima. Malenero s’insinua nel petto con le gambe, poi con le braccia e curvo com’è resta sospeso a fissarti, col suo sorriso fatto di lineamenti minimi e col fiato ti riscalda il viso. Non ti muovi, non ti muovi proprio e le lacrime arrivano alla bocca e dalla bocca arrivano alle spalle e Malenero affonda. Affonda il suo muso lungo nel tuo petto e mentre si fa largo dentro di te, verso il tuo cuore, mentre il suo corpo comincia a svuotarsi dentro di te, continua a fissarti. Gli occhi a fessura che si gonfiano. E che diventano rossi. Continuano a fissarti. A me è successo. [Malenero]
L’uccello che girava le viti del mondo nelle terre estreme
Oh! ciao… che paura. Scusa ma non t’avevo proprio sentito entrare… Stavo scrivendo un post. Che post? Questo questo… questo che stai leggendo. L’ultimo film che ho visto al cinema è stato Into the Wild, di Sean Penn e m’è piaciuto un sacco, poi qualche libro fa ho finito L’uccello che girava le viti del mondo di Murakami, un mattoncino da 832 pagine. Anche Into the wild è stata piuttosto spessa come visione, è durato più o meno due ore e mezza. E niente… per entrambi, appena finiti, m’è venuto da pensare che erano belli sì, delle belle storie davvero, però, boh, non so… c’era qualcosa che non mi quadrava, qualcosa che mi lasciava perplesso. In into the wild, Emile Hirsh è stato bravissimo, ma molte frasi mi sono sembrate lette da un copione, troppo romanzate. Se cominciassi a parlare dentro un pub così pure io per dire, mi prenderebbero per il culo tutti. Il libro di Murakami (risparmiami il titolo e assimilalo così per cortesia) invece… non so cos’è… sembra tutto troppo diluito, più del solito. La narrazione di Murakami è molto lineare, segue spesso un classico tono, poi ci sono delle scene che "fanno il picco" e da lì tu fai "wow, non me l’aspettavo". Ma qua i picchi sono pochi, o per lo meno sembra lo siano. Per entrambi, alla fine, ho pensato "bello". Ma non ero soddisfatto perché "bello" è troppo poco. Troppo poco per quanto pretendevo da loro insomma. Poi è successo che negli ultimi giorni mi cominciavano a tornare in mente determinate scene e frasi dei due. E questo è più di "bello". E quindi ho pensato, ma non è che quando leggo o vedo una robba così lunga il cervello si prepara? Mi spiego meglio… Si prepara… ad assorbirla? Te la fa passare in maniera lenta, tipo supposta bagnata, che entra tutta, ma il dolore è diverso, anzi quasi non c’è e poi boh, magari piace pure. Ma non è questo il punto. Il punto è che comunque poi la supposta il suo dovere lo fa ugualmente, ma là per là, tu, mentre ti entra tra le chiappette, la senti meno. Ma tempo dopo stai meglio. Capisci quello che voglio dire?
Ah, il template? Eh, l’altro m’aveva rotto le balle, ma non so a cosa ispirarmi per uno nuovo, che io sono stufoso e deve essere qualcosa che dura un po’… e che quindi non esiste. Quindi ne ho messo uno semplice semplice intanto, ajojoeppeperoncino – che poi è il css modificato dell’altro se vogliamo dirla tutta -, così si sta insieme ugualmente senza stare là a preparare chissà cosa. Che non serve dài, non ti preoccupare.




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