Archivi del mese: settembre 2007

Il pupazzo di spugna

Il pupazzo di spugna era ormai pieno e non riusciva più ad uscire da quel luogo dagli argini alti alti e scivolosi. Si sentiva gonfio gonfio per tutta quell’inutile sporca acqua che producevano e lo costringevano ad assorbire. Se provava a fuggire, scivolava maldestramente e veniva anche strillato per la sua goffaggine.

Il pupazzo di spugna se ne stava zitto zitto e sperando che accumulare quel liquido maligno lo facesse esplodere e finisse tutto il più presto possibile, smise di espellerlo.

Il pupazzo di spugna si chiedeva solo una cosa: che senso aveva essere nato pupazzo di spugna e vivere in un luogo fatto così? Un luogo fatto di assenza di altri pupazzi di spugna?

Il pupazzo di spugna

La vera storia della ragazza dal cuore di pietra e del ragazzo dal cuore di zucchero

Tanto tempo fa, in un regno lontano lontano, viveva una ragazza molto bella. Era ricca e indipendente, nessuno ricorda il suo vero nome, ma passò alla storia come La ragazza dal cuore di pietra. Era bella, più che bella, forse la parola che serviva per descriverla non era stata mai pronunciata e non poteva essere inventata; neanche oggi. Per descriverla sarebbe occorsa una costruzione di frasi e aggettivi che avrebbe reso troppo lungo questo mio resoconto… non vorrei annoiarvi, perciò, vi prego, fidatevi, credete alle mie parole. In molti, moltissimi, provarono a chiederla in sposa, ma lei non accettò mai la corte di nessuno.
Divenne infine la donna più odiata del regno.

*

Un giorno una nave attraccò in porto, veniva da un regno lontano lontano ancora di più. Vi scese un bel giovane che in poco tempo fu amato da tutti: donne, uomini, vecchi, bambini, cani, gatti. Tutti. Cantava le gesta di popoli lontani, offriva da bere ai suoi ospiti e da mangiare a chi ne aveva bisogno, anche ai cuccioli smarriti. Aveva un cuore buono, tanto buono che ben presto presero a chiamarlo Il ragazzo dal cuore di zucchero. Ed è quindi questa la storia di come si conobbero la ragazza dal cuore di pietra e il ragazzo dal cuore di zucchero, fidatevi, diffidate da chi ve ne racconta altre.

*

–br["gli ultimi quattro episodi, che spero qualcuno leggerà"]–
La ragazza era solita passeggiare nel pomeriggio, e un dì prese l’abitudine di fermarsi nel parco ad ascoltare le storie narrate da quello straniero. Il ragazzo la notò quasi subito, era impossibile non farlo, e dopo una, due, tre, dieci volte che la vedeva, decise di farsi avanti e parlarle. Aveva avuto modo di fare domande su di lei e tutti lo avevano esortato di starle alla larga: quella ragazza era totalmente incapace di dare e mostrare affetto a chiunque. E non aveva alcun garbo, l’avrebbe calpestato senza nessun ritegno. Quella ragazza aveva un cuore di pietra insomma.

*

Il ragazzo dal cuore di zucchero si fece convincere dagli amici della cittadina, ma ben presto cominciò a comporre racconti, poemi e canzoni che alludevano senza dubbio alcuno alla ragazza dal cuore di pietra. Quando questa si palesava nel parco e si mischiava alla folla intorno alla sua panchina c’erano ormai degli sguardi inequivocabili negli occhi del ragazzo. Parlava di lei… parlava a lei. Ben presto la folla cominciò a diradarsi: un po’ perché s’era persa la curiosità iniziale, un po’ perché non scriveva più per tutti, ma solo per lei e un altro po’ perché, oramai, s’era capito cosa stava per accadere.
Tra i pochi avventori abituali rimasti, rimase anche la ragazza dal cuore di pietra.

*

C’era anche una vecchina tra i pochi presenti, assieme alla ragazza dal cuore di pietra era l’unica che non mancava mai un appuntamento con le storie del ragazzo dal cuore di zucchero. Quel giorno in verità c’erano solo loro tre. Il ragazzo era seduto e raccontava. La vecchina era al suo fianco e si puntellava con le mani sul pomo di un vecchio bastone bitorzoluto. La ragazza era seduta in terra, sul prato, al di là della stradina. Era raro che venisse più vicino e nelle poche occasioni che i due si erano trovati a pochi centimetri, era stato il ragazzo ad avvicinarsi a lei nella foga del racconto; un giorno, addirittura, le aveva quasi accarezzato i capelli guardandola negli occhi. Ogni volta che le si avvicinava però la ragazza fuggiva e quella volta che le sfiorò i capelli addirittura pianse, tenendosi le mani al petto… perciò aveva smesso di compiere azioni tanto avventate. Gli bastava vederla, era diventata l’unica sua ragione di vita.

*

Quella vecchina, insomma, lo bloccò. Quel giorno il ragazzo si stava alzando e voleva parlare a tutti i costi con la ragazza… era evidente. Non resisteva più, doveva dirle quanto la amava, doveva sentire la sua voce mai udita prima. Voleva sfiorarle di nuovo i capelli, guardarla dritta in viso, toccarla. Baciarla.
"Ragazzo… il suo cuore è di pietra… soffrirai. Fermati." Lo ammonì la vecchina tenendogli una mano lieve sul braccio.
"Me lo dite sempre tutti, ma adesso basta! Non posso più starle lontano, lasciami andare ora".
La ragazza si accorse di ciò che stava accadendo, nei suoi occhi il ragazzo lesse terrore, ma lesse anche titubanza. Non voleva andarsene. Ma doveva. La ragazza si alzò e affrettò il passo sempre di più quasi fino a correre. Il ragazzo si divincolò e ben presto la raggiunse. Le mise una mano sulla spalla e la fece voltare, poi la lasciò subito. Tese le mani in avanti, come per rassicurarla che non voleva farle del male. I due si guardarono negli occhi, nel profondo, e capirono. Lei sorrise. Lui, incerto, le prese le mani. Lei… Lei stava per parlare… le sue labbra disegnarono le parole ma nessun suono le accompagnò. Una lacrima le scivolò sulla guancia e parlò al posto suo. Fu in quel momento che il cuore di pietra della ragazza si spezzò in due ed ella morì. Di fronte ai suoi occhi sbarrati. Il ragazzo cadde in ginocchio afferrandola, pianse così tanto e le lacrime scesero talmente copiose, che alla fine il suo cuore di zucchero si sciolse. E anch’egli morì.

Un ringraziamento particolare per il lavoro di editor a Lud_wing

L’esserino nero

C’era una volta un esserino nero, tutto nero, completamente nero (a parte due fessurine bianche e tonde, gli occhi). Camminava nelle strade, si nascondeva nella notte. Non aveva una dimensione vera e propria, era grande a seconda del suo stato d’animo e il suo stato d’animo cambiava da triste a completamente triste. Quando era triste era enorme, veramente grande e se qualcuno vedeva i suoi occhi bianchi e tondi sbucare nel buio della notte scappava terrorizzato. E lui diventava un po’ più piccolo, sempre più piccolo… finché la mattina, completamente triste com’era, non scompariva quasi.
Un giorno, in cui era completamente triste e quindi piccolo piccolo, sbatté sulla tela d’un ragno e rimase per un po’ incastrato. Si divincolò e si liberò subito e senza volerlo liberò anche una farfalla che cominciò a svolazzargli attorno. L’esserino nero, tutto nero, completamente nero (a parte due fessurine bianche e tonde, gli occhi) s’immobilizzò e prese a fissarla girando solo la testa. La farfalla svolazzava talmente tanto veloce che molte volte cadde seduto, però più questa farfalla svolazzava, più lui cadeva e più diventava meno completamente triste e tornava alle sue reali dimensioni. I due divennero molto amici e la farfalla decise di sdebitarsi, disse lui di aspettarlo e tornò poco dopo con delle sue compagne. L’esserino nero, tutto nero, completamente nero, a parte due fessurine bianche e tonde, gli occhi, aveva anche una bocca larga larga che se chiusa non si vedeva, ma se la apriva andava da un orecchio all’altro. La farfalla gli disse di aprirla e quando lui l’ebbe fatto, lei e le sue compagne volarono dentro e sistemarono la loro dimora nel suo pancione. L’esserino dapprima non capì, poi sì. Quando era completamente triste le farfalle cominciavano a svolazzare all’interno del suo pancione.

Colui che scrive qua.
Nel blog, non il verso della papera.

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