(…hai già caricato tutto, rilassati, respira.)
Gli strani omini dietro le strane porte dello strano palazzo
L’omino che viveva nell’appartamento con il simbolo della testa sulla porta, era nato malato. Era proprio indisponente e si comportava male e più passava il tempo, più peggiorava.
L’omino che viveva nell’appartamento con il simbolo della testa sulla porta era il padrone di casa, mentre, L’omino che viveva nell’appartamento con il simbolo del cuore sulla porta era solo un inquilino.
Khgnòrrrkk gliene faceva passare di tutti i colori a Marzapàn e qualunque cosa volesse fare, chissà perché, ma Khgnòrrrkk si opponeva. Colpa della malattia molto probabilmente. Si opponeva e poi stanco per la troppa opposizione si buttava su cumuli di ovatta che comprava coi soldi dell’affitto e riposava.
Marzapàn, con le sue spalle smozzicate, non poteva vedere gente. Non poteva usare il treno condominiale. Non poteva inzupparsi dentro qualche tazza di latte caldo (anche a caso. Là intorno ce n’erano tante). Non poteva cospargersi di burro e marmellata. Le cose tipiche che può fare uno così buono e che si chiama Marzapàn insomma.
“Marzapàn, non puoi fare eccetera eccetera.”
“Marzapàn… NO!”
E così via.
Marzapàn, alla fine, si ammalò.
E così via.
Il vero calendario, quello che vi hanno sempre nascosto
Gennaro. E’ il mese con cui si comincia l’anno. Il primo giorno si festeggia Cappottano, dove ci si cappotta dalle risate, di bevute e per via del lancio di bombe carta sulle strade. In questo mese si è soliti parlare napoletano, per maggiore burla.
Febbraro. A Febbraro si sta male. Ma parecchio. E viene la febbre per colpa di tutto il casino che si fa e il freddo che si prende a Gennaro. L’unica è rimanere a letto e aspettare l’arrivo del mese successivo.
Aprire. Dopo M’arzo, ovviamente viene Aprire. Ad Aprire si apre un po’ tutto: porte, finestre… e compagnia bella, perché arriva la bella stagione. Si apre anche la patta… questo è il mese dell’ammore! Ma non è come l’antico e sfiancante M’arrazzo. E’ più tranquillo. Easy, come si è soliti dire, diventando tutti un po’ fricchettoni. Tutti vanno in calore, uomini, donne, animali, tavoli, sedie… anche il vostro gatto che essendo più furbo di voi però, è solito salire sulla tavola apparecchiata e fregarvi le cose da dentro il piatto mentre voi copulate sulla lavatrice o l’attaccapanni. In questo mese ci si sciupa terribilmente.
Aragosto. Aragosto! Vacanze, mare, spiaggia… e aragoste! Che bel mese Aragosto.
Tutto qua.
Ottombre. Eh, bravi… qua è peggio! Otto ombre!
Perciò verso il 25 si festeggia il Banale, per ricordare quanto sia banale il nome degli ultimi mesi dell’anno e dove tutti si scambiano regali banali e inutili per far capire che ci si vuole bene… metti caso che negli altri 364 giorni non s’era capito?
Il sentiero delle spighe di grano
Il capitano mi ha detto di tenerla d’occhio. A me. Con questo elmetto troppo grande e questi capelli davanti agli occhi. Non so perché mi permettano di tenere i capelli così lunghi, ma tant’è. Il capitano ha detto proprio a me di tenerla d’occhio: a me, con questa giubba strappata, senza bottoni… Sì insomma, proprio a me… con la magliettina nera fuori dei pantaloni e i pantaloni che state visualizzando mentalmente che sono proprio bucati. Anche sulle chiappe. Mi spiace. Ragazzi siamo in guerra… mi spiace… meno male che sotto indosso dei mutandoni marroni enormi, in compenso. Mi ha detto di tenerla d’occhio e io lo faccio, senza inutili domande, perché al capitano io e i miei commilitoni dobbiamo tutto. Mettiti in viaggio, mi fa, e tienila d’occhio. Ma che scherzi? Io lo faccio… lo faccio chessì. Proteggila, promettilo. Lo prometto chessì, ripeto serio e quasi offeso, ma che scherziamo? Mi mette una mano sulla spalla e mi sorride. E io vado, fuciletto in spalla, piccolo soldatino contento, perché l’ha chiesto proprio a me. Il capitano si fida di me.
Le spighe di grano ci circondano. Lei cammina sul ciglio sinistro della strada, io su quello destro. Silenzio, nessuno dei due parla. Ogni tanto noto che mi guarda, dopo un po’ di volte non resisto e mi volto anche io… e non capisco chi sia, non l’ho mai vista in vita mia. Sopracciglio alzato, mi squadra, mi scruta, mi soppesa… poi mi sorride e mi sento rinfrancato. Finalmente l’ho ritrovata, mi viene da pensare. Ma ripeto, non so chi sia. Continuiamo a camminare, mi sveglio e dopo due settimane di sogni strani non muoio né io né lei; nemmeno un piccolo coma o una gamba rotta. Il capitano stavolta ha fatto bene! Sono stato bravissimo: ho svolto impeccabilmente il mio compito. Ne sono lieto.
Se mai dovessi suicidarmi
Sicuramente non sarebbe impiccandomi, perché mi verrebbe troppo da ridere… Immaginerei la scena in cui si vede la sagoma di Homer che dondola sul muro, poi l’inquadratura si allarga e Homer in realtà stava solo schiaffeggiando una lampadina e vatti a ricordare perché lo facesse.
Ché poi se non hai fortuna di romperti subito il collo è un’agonia tremenda e ti si rovinano pure gli occhi… ho sentito dire che i capillari scoppiano e anneriscono tutta la parte bianca. Non mi piace proprio e c’è anche da dire che una volta ho rischiato d’affogare ed è tremendo sentirsi una morsa alla gola, l’aria che manca… troppo lungo e doloroso… no, non ci siamo… Quindi questo esclude anche il poetico buttarsi da un ponte o in qualunque pozza piena d’acqua, ché io non so nuotare e morirei sicuramente, ma la lotta sarebbe tremenda e snervante. E ribadisco, dolorosa, e non voglio soffrire andandomene.
Sempre sul buttarsi da qualche parte, escluderei anche da un grattacielo. La sensazione di volo deve essere stupenda, penso che nemmeno sia doloroso una volta che ti splatti in basso, tanto è forte l’impatto, ma serve appunto un grattacielo enorme, perché se è troppo piccolo magari ti salvi – vabbe in quel caso non è un grattacielo – e resta però il problema della lunghezza della cosa: cadere da un grattacielo può essere lungo, troppo lungo, troppo tempo per pensare. Poi ci ripensi, ma ormai sei lì. Una volta ho scritto un raccontino su uno che si butta da un grattacielo, se lo leggi la prima volta sembra la cosa più stupida del mondo, secondo me invece è una delle poche intelligenti che abbia scritto, se non l’unica. Almeno così me lo ricordo, poi succede sempre che se rileggo cose vecchie vorrei solo bruciarle.
Quindi ricapitoliamo: impiccato no, affogato no, buttarsi no.
Un’ipotesi affascinante è quella dell’overdose. Mai provata la droga pesante, ma una volta venuta meno la paura dell’ago e l’ansia di iniettarsi quel liquido, penso che sia un bel viaggio, ci si dovrebbe spegnere come dormendo. Eviterei la cocaina, perché sniffarla e crepare col naso bianco sarebbe ridicolo, eviterei anche le pasticchette perché, boh, mi sa di troppo artificiale. Non che una siringa sia cosa di natura, ma è meno moderna. Mi sembra ridicolo anche mettere la testa nel forno (e poi io ho quello elettrico) e collegare un tubo alla marmitta dell’auto. Anche perché ho i polmoncini delicati e già mi dà fastidio lo smog e le sigarette, ma figuriamoci…
Quindi direi che l’overdose per ora vince. Ma siamo arrivati invece a quello che più m’affascina in assoluto: tagliarsi le vene e infilarsi in una vasca. L’unico problema è che io sono traumatizzato dalla vista del sangue; da piccolo soffrivo di epistassi e ho perso praticamente metà biennio scolastico tra un’emorragia e l’altra. Un paio di volte però ho quasi rischiato di restarci secco, perciò so com’è il torpore che arriva ad un certo punto… ti scordi di tutto, ti senti in pace col mondo. Una sensazione che per uno come me è una rarità assoluta; credo di esser stato in pace col mondo solo quelle due volte, soprattutto una in cui mi ritirarono su: ero sdraiato in bagno, schiena sul muro… (ricorda qualcosa quest’immagine?)
Però non mi spiego perché si dica che se ti tagli le vene è meglio mettersi in una vasca piena d’acqua che è più veloce e meno doloroso. Quel meno doloroso non riesco ad afferrarlo. Forse dipende dai tagli? Boh, in ogni caso appunto i tagli mi frenano, mi fa troppo senso tagliarmi i polsi, ma mi affascina talmente tanto che ho deciso che se mai mi farò un tatuaggio sarà in quella zona, tipo per esorcizzare. Così magari sarò pronto.
Alla fine penso che, almeno per ora, l’unico modo resti il banale, classico "imbottirsi di sonniferi". Ti spegni dormendo, senza dolore… direi che c’è tutto. Certo son sempre pasticchette, ma è più poetica come immagine.
Però vabbe, sarà per un’altra volta. Adesso la mia vita è piena: ho riscoperto le fette di pane burroemarmellata e non posso più farne a meno. Alla fine, la vita non è altro che un connubio tra burro e marmellata, tutto qua. Basta trovare la marmellata o il burro e spalmarsi su una fetta di pane.
(Tasso di fraintendimento del post: 90%)
Ho fatto trenta… trentuno lo sto facendo… Faccio quaranta, signò?
Dopo un post come Inconcludansia, uno del genere potrà sembrare contradditorio, ma… Sì, mi sa che lo è, ma se ancora ti stupisci, o lettore mio, si vede che è la tua prima volta in questo blog! Verso febbraio, per andare a lavorare ho cominciato a prendere il treno e col treno ho preso anche l’abitudine di portarmi sempre dietro un libro. Era un po’ di tempo che non leggevo più come da bambino… Da bambino ero un trattoretto, nel senso che le parole le aravo proprio: libri, fumetti, riviste, calendari, barattoli di fagioli… Il fatto di lavorare poi a cinquecento metri da una Feltrinelli (non una Flarinelli… Magari una Flarinelli, sob.) non so dire se sia stato ottimo o dannoso o entrambe le cose al contempo… considerando che attualmente sono a 162 punti accumulati in un anno. Ah, che goduria prendersi sei libri aggratisse nel periodo del trenta per cento di sconto!
Per farla breve, visto che avevo ripreso a leggere abbastanza e che avevo riscoperto quanto fossero piacevoli almeno una ventina di pagine al giorno, verso marzo mi sono fissato una meta: facciamo che leggo ventiquattro libri quest’anno, va. Due per mese. Anzi venticinque… tanto per rovinare la media precisa.
Adesso a due mesi dal termine, mi sono reso conto che non ce la farò ad arrivare a venticinque… purtroppo ora sono a trentuno… ah, no, volevo dire… ce l’ho fatta! E’ che sono così confuso, in genere non li rispetto mai questi patti con me stesso. Tutto quello che verrà ora sarà in più… Seriamente, sono felicissimo di aver ritrovato questa cosa, la sento troppo mia. Spero continui. Inoltre devo ammettere che più leggo e più riesco ad incanalare meglio la fantasia nella scrittura. Mi serviva, mi serviva proprio. L’importante è che sia un piacere, se non è lava*zza, che piacere è? Eh? Adesso come la mettiamo?
(Ma che ca…?)
–br["segue la lista di ciò che ho letto coi link alle schede su anobii per chi magari cercasse pareri o consigli"]–
01 Saltatempo, Benni
02 Terra, Benni
03 Se una notte d’inverno un viaggiatore, Calvino
04 Achille pié veloce, Benni
05 Elianto, Benni
06 Survivor, Palahniuk
07 Zazie nel metrò, Queneau
08 La compagnia dei celestini, Benni
09 Queste oscure materie volume 2 – La lama sottile, Pullman
10 Omero, Iliade, Baricco
11 Norwegian wood – Tokyo Blues, Murakami
12 Mattatoio N°5 o La crociata dei bambini, Vonnegut
13 Il signore delle mosche, Golding
14 Oceano mare, Baricco
15 Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, Haddon
16 La ragazza delle arance, Gaarder
17 Kitchen, Yoshimoto
18 Bar sport, Benni
19 La casa del sonno, Coe
20 Come un romanzo, Pennac
21 La luna e i falò, Pavese
22 Queste oscure materie volume 3 – Il cannocchiale d’ambra, Pullman
23 Lucertola, Yoshimoto
24 Margherita Dolcevita, Benni
25 D’un tratto nel folto del bosco, Oz
26 Castelli di rabbia, Baricco
27 Il Maestro e Margherita, Bulgakov
28 La boutique del mistero, Buzzati
29 Alice nel paese delle meraviglie, Carroll
30 Al di là dello specchio (e cosa alice vi trovò), Carroll
Inconcludansia
Stato d’animo di persona che godendo di troppa libertà, dovendo dar conto solo a sé stessa lascia correre, oppressa da svariati progetti e lavori senza date di termine prefissate. Il soggetto inconcludansioso spesso diventa così perché arrivato a buon punto con diversi lavori o progetti personali, deve – o decide di – mollarli per altri. E viceversa. Alla fine non riesce più a concludere niente, perde tempo e aumenta l’ansia finché trascinandosi non riesce a chiuderne almeno uno. Ma a quel punto comincia nuovamente ad accumulare incarichi, progetti, lavori… Poi, magari lui vorrebbe un po’ scrivere e invece tutti che telefonano, mandano e-mail: sbrigati, sbrigati! E’ tardi! Tagliategli la testa! E via così.
Fonte: Dizionario colloquiale italofintone, flarinelli
Tranquilla serata cinefila
Ti rendi conto che c’è qualcosa che non va, quando sdraiato sul letto guardi il counter del lettore dvx e segna ventitré minuti e quarantacinque secondi, quarantasei secondi, quarantasette secondi… Del secondo film contenuto nel dvd. Cinquanta secondi, cinquantuno secondi… Tanto vale spegnere. Ti rendi conto che c’è qualcosa che non va, quando ti alzi, ti metti seduto su un fianco del letto e cerchi di ricordare la fine del primo film. Mandi un’altra occhiata fugace al counter: venticinque minuti e dodici secondi, tredici secondi… Distogli lo sguardo, niente, proprio no, non la ricordi, o precisamente non l’hai vista. Non perché dormivi, ma perché ti sei appena destato dalle visioni. Le stesse visioni che – ventisei minuti e diciassette secondi, diciotto secondi – erano comparse la sera prima mentre leggevi, le stesse visioni che in maniera ciclica compaiono quando il vagone del treno dove viaggi, viene sganciato. E il bigliettaio, quel grande, grandissimo stronzo di bigliettaio ti fa ciao ciao con la manina. Ma che vuole questo? Pensi. Ecco, questa era un’altra visione… tanto per capirci. Parte tutto da qua – ventisette minuti e trenta secondi, trentuno secondi… -, ti viene in mente una metafora, poi passi a immaginare che il vagone rallenta e si ferma, immagini dove ti trovi, che scendi, che magari sei in una città. Deserta. E cammini. Incontri qualcuno. Scappa scappa! Ti urla. E ti rendi conto che c’è qualcosa che non va quando stai scrivendo di questo problema e ci ricaschi mentre lo descrivi. Ventotto minuti e tre secondi, quattro secondi, cinque secondi… Fosse utile a qualcosa questo fantasticare… sarebbe pure bello, poetico e addirittura ti farebbe acchiappare, ma ti rendi conto che non è poi tanto utile quando il vagone si è sganciato da tempo (più dei ventotto minuti e ventiquattro secondi in questione per capirci) e tu, adesso, sei in uno di quei periodi in cui dipendi solo da te. E dovresti svegliarti. E ti rendi anche conto che – quarantotto secondi… – c’è qualcosa che non va, quando sei perfettamente consapevole che non ti mancherebbe nulla per spaccare il mondo – quello che per te è il mondo, piccola cosa, poche pretese in fondo… cinquacinque secondi… non sei poi così superbo – ma la paurosa verità è che non te ne frega un cazzo di smuoverti. Ventinove minuti. Un secondo. Due secondi. Tre… Premi stop. Il counter sparisce. Avercelo anche noi un tasto stop… Io me lo metterei sul cuore per dire.
Il pupazzo di spugna
Il pupazzo di spugna era ormai pieno e non riusciva più ad uscire da quel luogo dagli argini alti alti e scivolosi. Si sentiva gonfio gonfio per tutta quell’inutile sporca acqua che producevano e lo costringevano ad assorbire. Se provava a fuggire, scivolava maldestramente e veniva anche strillato per la sua goffaggine.
Il pupazzo di spugna se ne stava zitto zitto e sperando che accumulare quel liquido maligno lo facesse esplodere e finisse tutto il più presto possibile, smise di espellerlo.
Il pupazzo di spugna si chiedeva solo una cosa: che senso aveva essere nato pupazzo di spugna e vivere in un luogo fatto così? Un luogo fatto di assenza di altri pupazzi di spugna?

La vera storia della ragazza dal cuore di pietra e del ragazzo dal cuore di zucchero
Tanto tempo fa, in un regno lontano lontano, viveva una ragazza molto bella. Era ricca e indipendente, nessuno ricorda il suo vero nome, ma passò alla storia come La ragazza dal cuore di pietra. Era bella, più che bella, forse la parola che serviva per descriverla non era stata mai pronunciata e non poteva essere inventata; neanche oggi. Per descriverla sarebbe occorsa una costruzione di frasi e aggettivi che avrebbe reso troppo lungo questo mio resoconto… non vorrei annoiarvi, perciò, vi prego, fidatevi, credete alle mie parole. In molti, moltissimi, provarono a chiederla in sposa, ma lei non accettò mai la corte di nessuno.
Divenne infine la donna più odiata del regno.
Un giorno una nave attraccò in porto, veniva da un regno lontano lontano ancora di più. Vi scese un bel giovane che in poco tempo fu amato da tutti: donne, uomini, vecchi, bambini, cani, gatti. Tutti. Cantava le gesta di popoli lontani, offriva da bere ai suoi ospiti e da mangiare a chi ne aveva bisogno, anche ai cuccioli smarriti. Aveva un cuore buono, tanto buono che ben presto presero a chiamarlo Il ragazzo dal cuore di zucchero. Ed è quindi questa la storia di come si conobbero la ragazza dal cuore di pietra e il ragazzo dal cuore di zucchero, fidatevi, diffidate da chi ve ne racconta altre.
–br["gli ultimi quattro episodi, che spero qualcuno leggerà"]–
La ragazza era solita passeggiare nel pomeriggio, e un dì prese l’abitudine di fermarsi nel parco ad ascoltare le storie narrate da quello straniero. Il ragazzo la notò quasi subito, era impossibile non farlo, e dopo una, due, tre, dieci volte che la vedeva, decise di farsi avanti e parlarle. Aveva avuto modo di fare domande su di lei e tutti lo avevano esortato di starle alla larga: quella ragazza era totalmente incapace di dare e mostrare affetto a chiunque. E non aveva alcun garbo, l’avrebbe calpestato senza nessun ritegno. Quella ragazza aveva un cuore di pietra insomma.
Il ragazzo dal cuore di zucchero si fece convincere dagli amici della cittadina, ma ben presto cominciò a comporre racconti, poemi e canzoni che alludevano senza dubbio alcuno alla ragazza dal cuore di pietra. Quando questa si palesava nel parco e si mischiava alla folla intorno alla sua panchina c’erano ormai degli sguardi inequivocabili negli occhi del ragazzo. Parlava di lei… parlava a lei. Ben presto la folla cominciò a diradarsi: un po’ perché s’era persa la curiosità iniziale, un po’ perché non scriveva più per tutti, ma solo per lei e un altro po’ perché, oramai, s’era capito cosa stava per accadere.
Tra i pochi avventori abituali rimasti, rimase anche la ragazza dal cuore di pietra.
C’era anche una vecchina tra i pochi presenti, assieme alla ragazza dal cuore di pietra era l’unica che non mancava mai un appuntamento con le storie del ragazzo dal cuore di zucchero. Quel giorno in verità c’erano solo loro tre. Il ragazzo era seduto e raccontava. La vecchina era al suo fianco e si puntellava con le mani sul pomo di un vecchio bastone bitorzoluto. La ragazza era seduta in terra, sul prato, al di là della stradina. Era raro che venisse più vicino e nelle poche occasioni che i due si erano trovati a pochi centimetri, era stato il ragazzo ad avvicinarsi a lei nella foga del racconto; un giorno, addirittura, le aveva quasi accarezzato i capelli guardandola negli occhi. Ogni volta che le si avvicinava però la ragazza fuggiva e quella volta che le sfiorò i capelli addirittura pianse, tenendosi le mani al petto… perciò aveva smesso di compiere azioni tanto avventate. Gli bastava vederla, era diventata l’unica sua ragione di vita.
Quella vecchina, insomma, lo bloccò. Quel giorno il ragazzo si stava alzando e voleva parlare a tutti i costi con la ragazza… era evidente. Non resisteva più, doveva dirle quanto la amava, doveva sentire la sua voce mai udita prima. Voleva sfiorarle di nuovo i capelli, guardarla dritta in viso, toccarla. Baciarla.
"Ragazzo… il suo cuore è di pietra… soffrirai. Fermati." Lo ammonì la vecchina tenendogli una mano lieve sul braccio.
"Me lo dite sempre tutti, ma adesso basta! Non posso più starle lontano, lasciami andare ora".
La ragazza si accorse di ciò che stava accadendo, nei suoi occhi il ragazzo lesse terrore, ma lesse anche titubanza. Non voleva andarsene. Ma doveva. La ragazza si alzò e affrettò il passo sempre di più quasi fino a correre. Il ragazzo si divincolò e ben presto la raggiunse. Le mise una mano sulla spalla e la fece voltare, poi la lasciò subito. Tese le mani in avanti, come per rassicurarla che non voleva farle del male. I due si guardarono negli occhi, nel profondo, e capirono. Lei sorrise. Lui, incerto, le prese le mani. Lei… Lei stava per parlare… le sue labbra disegnarono le parole ma nessun suono le accompagnò. Una lacrima le scivolò sulla guancia e parlò al posto suo. Fu in quel momento che il cuore di pietra della ragazza si spezzò in due ed ella morì. Di fronte ai suoi occhi sbarrati. Il ragazzo cadde in ginocchio afferrandola, pianse così tanto e le lacrime scesero talmente copiose, che alla fine il suo cuore di zucchero si sciolse. E anch’egli morì.
Un ringraziamento particolare per il lavoro di editor a Lud_wing




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